COLIN WILSON - DAMON WILSON
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IL GRANDE LIBRO DEI MISTERI IRRISOLTI.
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Parte 1.
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Titolo originale: The Mammoth Encyclopedia of Unsolved Mysteries.
Traduzione di: Franco Ossola.
2002, 2012 Newton Compton editori.
ISBN 978-88-541-3754-7.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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COLIN E DAMON WILSON, SCRITTORI E INDAGATORI ESPERTI DEL MONDO PARANORMALE, SI CONFRONTANO CON I 63 ENIGMI PIÙ INTRIGANTI DEL NOSTRO TEMPO.
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TRA QUESTI:
IL MISTERO DI EILAN MORE.
FULCANELLI E IL MISTERO ALCHEMICO.
L'ENIGMA DEI GEMELLI IDENTICI.
IL TEMPO "FUORI TEMPO": SLITTAMENTI E PRECOGNIZIONI.
LA GRANDE ESPLOSIONE DI TUNGUSKA.
PATIENCE WORTH, OVVERO IL FANTASMA CHE SCRIVEVA POEMI.
IL DIAMANTE HOPE: IL FAMOSO GIOIELLO MALEDETTO.
GLENN MILLER: L'INSPIEGABILE SCOMPARSA DI UN DIRETTORE D'ORCHESTRA.
IRE DEL MARE DEL 6000 A.C.
GLI ZOMBI: PROVE SUI MORTI VIVENTI.
IL MISTERO DELLE PIRAMIDI E DELLA SFINGE.
LA SCOMPARSA DI ATLANTIDE.
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IL GRANDE LIBRO DEI MISTERI IRRISOLTI
Oltre sessanta misteri che hanno coinvolto e ancora oggi appassionano l'umanità. Strane creature, fenomeni paranormali, delitti irrisolti, pratiche magiche... Un'indagine sull'ignoto nella quale Colin e Damon Wilson analizzano ipotesi e soluzioni. Molti sono i quesiti ancora in sospeso: che fine ha fatto la mitica isola di Atlantide? È il volto di Cristo quello impresso sulla Sacra sindone? Chi fu realmente William Shakespeare? I vampiri sono esistiti davvero? E poi ancora, storie di contatti con gli extraterrestri, le apparizioni del mostro di Lochness, i delitti di Jack lo squartatore, la maledizione del diamante Hope... 
Eventi e personaggi, creature e oggetti che custodiscono segreti di ogni tempo e luogo. Un campionario di interrogativi che sfidano da secoli il nostro desiderio di conoscere e di cercare risposte agli enigmi della storia.
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GLI AUTORI.
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Colin Henry Wilson (Leicester, 26 giugno 1931 – Cornovaglia, 5 dicembre 2013) è stato uno scrittore britannico.
Lasciò gli studi all'età di 16 anni e lavorò in fabbrica e in altre attività, nel frattempo dedicava il suo tempo libero alla lettura. Nel 1956, all'età di 24 anni, pubblicò The Outsider dove analizzava il ruolo dei cosiddetti "outsider" nel campo della letteratura e della cultura affrontando alcuni personaggi di rilievo (tra i quali Jean-Paul Sartre, Ernest Hemingway, Hermann Hesse, Fyodor Dostoyevsky, T.E. Lawrence e Vincent van Gogh), indagandoli sotto l'aspetto dell'alienazione sociale: il libro ebbe grande successo e contribuì in maniera rilevante alla popolarizzazione del lavoro di questi personaggi.
Le opere di Wilson comprendono saggi nell'ambito della psicologia, archeologia, letteratura e arte, nonché romanzi di fantascienza, horror e gialli. Dal suo romanzo I vampiri dello spazio è stato tratto il film Space Vampires (Lifeforce). 
Ha scritto decine di volumi tra cui il bestseller Il libro nero dei serial killer (con Donald Seaman). Autorità assoluta nel campo della criminologia, considera se stesso un filosofo dedito alla ricerca del significato dell'esistenza.
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Damon Wilson, figlio d'arte, è nato in Inghilterra nel 1965.
Appassionato studioso dell'occulto e del paranormale sin dalla
più tenera età, ha scritto numerosi libri sull'argomento, dedicandosi in particolare all'approfondimento dei temi legati al
soprannaturale, agli alieni e ai culti religiosi. Vive e lavora a
Londra come giornalista e consulente di scrittura creativa.
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Il grande libro dei misteri irrisolti. Una straordinaria antologia, una storia affascinante che spazia sui più grandi enigmi della storia.
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NOTA DEGLI AUTORI.
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Questo libro è un collage composto da capitoli estratti da due lavori precedenti: An Enciclopedia of Unsolved Mysteries e Unsolved Mysteries Past and Present. Questo spiega come mai alcuni capitoli contengono informazioni che si ritrovano  anche in altri: sono
frammenti appartenenti in origine a due libri diversi. Tuttavia, abbiamo preferito non rimuovere le ripetizioni, dal momento che, comunque e sempre, le abbiamo ritenute rilevanti.
Per di più, può darsi che anche il lettore più attento non se ne avveda, visto come, a nostro avviso, ben si integrano nel contesto generale di ogni singolo capitolo e del libro nel suo insieme.
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INDICE di questa parte.
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Introduzione.
1. Atlantide.
2. Omero e la caduta di Troia.
3. Il poltergeist.
4. Re Artù e Merlino.
5. La Santa Sindone di Torino
6. Robin Hood è veramente esistito?
7. Giovanna d'Arco ha fatto ritorno dall'aldilà?
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Fine Indice.
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INTRODUZIONE.
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Nel 1957 lo scienziato e scrittore francese Jacques Bergier tenne una trasmissione alla televisione francese che fece scalpore. Il tema della serata era uno dei grandi misteri della Preistoria: la scomparsa pressoché improvvisa dei dinosauri, avvenuta circa 65 milioni di anni or sono. Secondo Bergier la catastrofe era stata causata dall'esplosione di una stella - una supernova - che in quei tempi si trovava troppo vicina alla Terra. In questa sua fantasia si
era spinto ben oltre: l'apocalittica deflagrazione non era avvenuta in modo naturale, ma innescata da esseri superiori, desiderosi di lasciare libero il campo del nostro pianeta al sorgere e all'imporsi di animali intelligenti, del tutto diversi: i mammiferi.
Se già la prima parte della teoria venne bollata dagli scienziati come il delirio di un visionario, possiamo immaginare cosa si disse in merito alla seconda;
né ci fu miglior reazione quando nel 1970 Bergier tornò sull'argomento con un libro intitolato Extra-Terrestrial in History, che iniziava con un capitolo intitolato La stella che cancellò i dinosauri. Tuttavia, cinque anni dopo un geologo americano di nome Walter Alvarez, intento a studiare un sottile strato di argilla sul fianco di una collina in Italia - per l'esattezza proprio in corrispondenza di quello strato geologico che fa da spartiacque fra l'era dei grandi rettili (Mesozoico) e quella immediatamente successiva che vide l'avvento dei mammiferi - non potè fare a meno di riportare in primo piano la questione, domandandosi quale strepitosa energia quale misterioso fenomeno avesse spazzato via in un sol colpo intere specie animali. Decise di portarsi dietro in California un frammento di quello strato geologico per consegnarlo al padre, l'eminente fisico Luis Alvarez, accompagnato dal seguente commento: «Papà, eccoti un residuo dello strato geologico, spesso non più di pochi millimetri, corrispondente al periodo in cui i dinosauri, e con loro almeno il 75% delle restanti specie animali, scomparvero dalla faccia della Terra».
Il padre ne restò così affascinato da sottoporre il campione ad attenti e approfonditi test di laboratorio. Tra le molte risultanze, scoprì che nel campione abbondava l'iridio, un elemento pesante e raro, comune nell'amalgama che compone la massa dei pianeti e che solo un'esplosione aveva  potuto portare in evidenza. Poco a poco anche papà Alvarez venne conquistato  dall'idea della stella esplosa e dedicò non poche energie a dimostrarla, recedendo dal
proposito solo quando scoprì la totale assenza del platino
radioattivo, sostanza che invece avrebbe dovuto necessariamente esserci se si fosse davvero trattato del collasso di una supernova. Esisteva però un'altra possibilità, una più che valida alternativa: la Terra si era scontrata con un gigantesco meteorite, che aveva saturato l'atmosfera di fumo e gas con il conseguente innesco
di un potentissimo “effetto serra”, capace in breve tempo di innalzare la temperatura di parecchi gradi.
Sappiamo che gli attuali coccodrilli e gli alligatori sono in grado di resistere anche a temperature che toccano quasi i 100° C, ma basta uno sbalzo di due o tre soli gradi in più per condannarli a morte. Ebbene, questo è quello che, quasi certamente, accadde ai dinosauri circa 65 milioni di anni fa. Ecco perché in questo libro non troverete un capitolo intitolato Che cosa capitò ai
dinosauri? -, semplicemente perché conosciamo la risposta. Dopo tutto, la tanto bistrattata ipotesi “da pazzo scriteriato” di Bergier non è poi andata così lontana dalla verità.
Questo è il messaggio di fondo che sottende tutte le pagine di questo lavoro.
Voglio mettere in evidenza che è sempre incauto e pericoloso tentare di tracciare una netta linea di separazione fra ciò che può essere classificato come una ipotesi “stravagante” e la scienza ortodossa. Nel capitolo dedicato al fenomeno dell'autocombustione umana spontanea abbiamo citato un moderno testo medico in cui si afferma che il fenomeno è letteralmente impossibile sotto il profilo sia medico che scientifico. Coloro che ne portano testimonianza,
mentono o si sono ingannati. Chissà. Ci è voluto più di mezzo secolo,da quando la scienza incominciò a studiarlo, prima che il concetto delle meteoriti che cadevano dal cielo venisse accettato come verità sacrosanta.
Il poltergeist, detto anche fenomeno degli “spiriti burloni” è senz'altro un evento assai più comune e diffuso che non quello, assai raro, della autocombustione spontanea. C'è stato un momento in cui casi di poltergeist venivano segnalati in ogni angolo del mondo. Eppure, proprio in questo periodo in America nasceva il CSICOP (Comitato per la investigazione scientifica dei cosiddetti
fenomeni paranormali), il cui scopo prioritario era quello di dimostrare che il “paranormale” non esiste, ma è soltanto un'invenzione di truffatori e imbroglioni. Chiunque abbia, anche solo alla lontana, avuto a che fare con questo mondo straordinario, sa benissimo che le cose non stanno affatto in questo modo e che negare l'evidenza è un comportamento di cecità scientifica
inutile e persino ridicolo.
Due parole sulla questione, per non essere fraintesi. Sia chiaro: non sto dicendo che essere scettici e diffidenti sia qualcosa di sciocco. Tutt'altro. La razionalità, la ragione sono gli strumenti più raffinati che l'uomo ha a disposizione e ogni istante della nostra vita ci costringe a sviluppare continue valutazioni
probabilistiche. Anche un'azione semplice come quella di attraversare una strada trafficata richiede questo genere di operazione. Se non sono in grado di valutare distanze e velocità, sarà difficile che approdi sano e salvo dall'altra parte della strada. Lo stesso, e ancor più, vale per uno scienziato,
chiamato a valutare le prestazioni di un paragnosta israeliano che si dice capace di piegare chiavi metalliche soltanto sfregandole dolcemente. Per farlo, lo studioso non può far altro che passare in rassegna tutto ciò che conosce e sa sulle chiavi e da qui partire per una valutazione delle probabilità che il fenomeno sia reale. Non dovrà però - ed è questo che tengo a sottolineare - assumere un atteggiamento aprioristico, decidendo che la questione non valga
la pena di essere investigata solo e soltanto perché non la capisce o lo sconvolge.
Se è una persona onesta si ritira senza commento, oppure decide di approfondire lo studio per arrivare a svelare il mistero.
La maggior parte degli scienziati risponde che è esattamente quello che loro fanno. All'inizio, di norma, succede così, poi le cose cambiano.  Infatti, proprio come noi, anche gli scienziati sono esseri umani e come tutti sono orgogliosi, impazienti, imprudenti, insensibili. Insomma, anche loro sono tutt'altro che infallibili e sovente non sanno più discernere dove si trovi il sottile
confine che separa un corretto approccio scientifico da un atteggiamento in cui il criterio scientifico dà luogo a un coinvolgimento emotivo.
Uno dei membri più brillanti e meno dogmatici del CSICOP è il celebre matematico Martin Gardner, il cui libro Fads and Fallacies in thè Name of Science è uno dei testi più intriganti e divertenti dedicati a quello che lui definisce il “culto dell'irrazionale”. Nelle sue pagine leggiamo del profeta Voliva, che credeva che la Terra fosse piatta; del capitano Symmes, che la credeva vuota;
di Cyrus Tedd, che invece la immaginava a forma di uovo, con l'umanità ospitata nel suo guscio interno. Gardner se la prende con le sette religiose, come i Testimoni di Geova, oppure con tutti quei creduloni che sostengono che la Grande Piramide di Giza nasconde al suo interno la chiave simbolica che preannuncia il secondo ritorno di Cristo. E così via. Il libro scorre fra amenità di questo genere. Peccato che dopo un po' di capitoli chi legge viene assalito
da una strana sensazione di fastidio al cospetto di uno sfoggio di sapienza tanto devastante. E allora, spontaneamente, si dice in cuor suo: sarà, ma questo autore, che mi sembra per davvero un intelletto superiore, è forse uno che ha scoperto il segreto della verità eterna? Con quale presupponenza può ricondurre un rabdomante alla ricerca dell'acqua a mera superstizione; immaginare che tutti, ma proprio tutti, i testimoni di un evento ufologico si siano sbagliati
o siano dei cialtroni; credere che Atlantide sia una pura fantasia di Platone, oppure che le ultime idee di Wilhelm Reich siano frutto di una mente bacata? La questione, alla fine, si riconduce a una sola: vedere dove si decide di tracciare la famosa linea di demarcazione di cui si è detto. Faccio un esempio,  per spiegarmi meglio. Da parte mia sono convinto che, alla fin fine, Immanuel Velikovsky è un bluff, vale a dire che le sue teorie che collegano il pianeta Venere con le catastrofi di cui si parla nella Bibbia non sono frutto di speculazione di stampo scientifico, ma di forme di ispirazione mentale. Ciò non toglie che io riconosca in molte delle sue intuizioni un valore straordinario, come, per esempio, l'osservazione che la Terra è circondata da un campo magnetico
di formidabile potenziale. Sono molti, d'altro canto,+ i filosofi della scienza come Karl Popper, Michael Polanyi e Abraham Maslow che si dicono sempre più convinti che il progresso del pensiero scientifico proceda più attraverso la “ispirazione” che non un ragionamento rigoroso, per l'appunto strettamente scientifico. Tornando a Gardner: mi dà l'impressione che  abbia tracciato la sua linea di demarcazione nel posto sbagliato.
Ho scritto una biografia di Wilhelm Reich e sono il primo ad ammettere che i trattava di un uomo dogmatico e paranoico, con un carattere a dir  poco impossibile. Ma la questione sta nel fatto che lui, al pari di alcuni altri suoi colleghi psicanalisti, si era ritenuto in diritto di indossare un manto di infallibilità ereditandolo da Freud. Tutte le nevrosi trovano origine nella sessualità e pertanto chi è nevrotico non è in realtà capace di risolvere i suoi problemi a livello del sesso. Non siete d'accordo? Ma certo. Non lo siete perché anche voi siete nevrotici e negando non fate altro che riconoscere la vostra impossibilità a risolvere i vostri affanni sessuali. Sotto questo aspetto Reich è come il dottor Johnson: se non vi fa fuori con un colpo perché sbaglia la mira, vi
accoppa con il calcio del fucile. In definitiva, chiunque non concordi con le sue idee è “insano di mente”. Ebbene, il libro di Gardner è pieno zeppo di queste forme brutali e acide di dogmatismo assoluto. Sotto sotto, cova l'asserto che l'autore è infallibile. Il lettore lo potrà accettare, se crede, ma prima di farlo lo riterrà una possibilità e come tale cercherà di approfondire meglio quali siano le certezze che rendono chi scrive così convinto di non poter essere contestato.
E meno male che è così, perché se solo l'atteggiamento di cui Gardner è paladino diventasse un modo comune di pensare, entrasse a far parte del cosiddetto “buonsenso” acritico, sarebbe un vero disastro. Perché il progresso dell'uomo è sempre dipeso da quel tocco di scetticismo che gli consente di avvicinare anche quegli interrogativi e quelle questioni apparentemente “impossibili”. Da cento anni a questa parte, la comunità scientifica  considera
la teoria dell'evoluzione, tramite la selezione naturale proposta da
Darwin, alla stregua di un assioma scientificamente inattaccabile. Oggi non è più così e sono tanti i biologi che incominciano a vederci delle crepe. Cinquantanni fa la teoria freudiana delle nevrosi a sfondo sessuale non veniva messa in discussione ed era accettata da tutti gli psichiatri. Oggi è il contrario e quasi tutti ne riconoscono i limiti. All'inizio del secolo scorso, un fisico
che avesse anche solo osato mettere in forse la teoria gravitazionale di Newton veniva additato come pazzo. Vent'anni dopo, la sua teoria venne completamente scalzata da quella proposta da Einstein anche se, diciamocelo pure, quasi nessuno era in grado di comprenderla. Da tutto questo consegue come assolutamente plausibile la possibilità che i nostri discendenti del ventiduesimo secolo si meravigleranno della nostra ignoranza, chiedendosi quale stupidità
possa averci condotto a ritenere vere ipotesi come quelle di Darwin,
Freud o Einstein.
Un capitolo del libro di Gardner è dedicato all'americano Charles Fort, il quale trascorse tutta la vita accusando gli scienziati di dogmatismo, invitandoli a rivedere il loro atteggiamento di rigidità e a porre costantemente in dubbio le loro presunte certezze. Gardner non solo accusa Fort di eccessivo criticismo, ma anche di non offrire alcuna teoria alternativa e,  pertanto, considera tutta la sua ricerca sterile. In parte questo può anche essere vero. Ma ciò che Gardner sembra non aver compreso è l'accusa di fondo mossa da Fort: la scienza è troppo ingessata e rigida nel suo modo, quasi ottuso, di essere. Fort parte dal principio che ogni scoperta scientifica scaturisce da un senso di meraviglia e che è senz'altro meglio una scienza che unisca questa sensazione a un pizzico di follia, che non un dogmatismo marxista,  cieco e persino privo di un tocco di umorismo. Lo stesso Newton era fortemente attratto
dall'alchimia e considerava il suo commentario al libro biblico di Daniele la sua opera eccellente. Per questo dobbiamo classificare Newton come un ciarlatano? Ovviamente no. Insomma, quel che voglio dire è questo: è di certo meglio ammettere la possibilità che nel Loch Ness sopravviva un gigantesco mostro marino preistorico che liquidare la faccenda come follia, senza aver svolto neanche un'indagine. È di gran lunga più  intrigante e prolifico
accettare come ipotesi che gli UFO esistano come realtà concreta che
non cassare tutti gli avvistamenti alla stregua di allucinazioni. Così come è più affascinante immaginare che non sia stato Shakespeare a scrivere tutti i capolavori che la letteratura gli assegna o che Andrew Cross ha per davvero creato la vita artificiale in laboratorio, oppure ancora che Orffyreus ha scoperto il moto perpetuo, piuttosto che liquidare tutto con un'alzata di spalle dicendo che sono solo fanfaluche.
La carriera di Ian Wilson, un caro amico iscritto alla categoria degli “scettici”, mi ha offerto infiniti spunti di divertente osservazione. Dopo essersi convertito al cattolicesimo, nel fervore della scelta scrisse un poderoso libro in cui difendeva a spada tratta l'autenticità della Sindone conservata nella città di Torino. Dopo qualche tempo, diede alle stampe un altro lavoro dal titolo
Mind out ofTime, nel quale con una brillante dialettica attaccava alcuni presunti “ricordi di vite passate”, come per esempio il celeberrimo caso di Bridey Murphy (la Chiesa cattolica non ha mai
condiviso il concetto di reincarnazione).
Poi gli venne chiesto di prendere parte a una serie televisiva di incontri basati sulla casistica raccolta dalla Società per la ricerca psichica. Nel corso delle trasmissioni Wilson ebbe modo di smantellare alcuni casi clamorosi come quello di Croglin il vampiro, pur dichiarando che per molti altri casi, specie quelli in cui sono coinvolti fantasmi, la contestazione non è sempre facile da mettere in gioco. Poi si occupò dei fenomeni spiritici e, pur smascherando
anche in questa circostanza un buon numero di testimonianze fasulle,
fu costretto ad ammettere che comunque l'idea della sopravvivenza
non solo era plausibile, ma tratteneva in sé una carica molto forte. Uno dei suoi libri più recenti si intitola Superself e si occupa dei poteri insoliti della nostra mente, compresa la rabdomanzia e il potere di guarigione. Alla fine, fra contrasti e ripensamenti, Wilson arriva a una conclusione che forse lui stesso non si aspettava, vale a dire riconoscere la consistenza di  una realtà che chiama “mente superconscia”. Eccoci di fronte al caso di un  uomo, un ricercatore, che ha avuto la pazienza e l'onestà di affrontare con grande  passione lo studio di alcuni fenomeni del paranormale, giungendo a concludere, contro le sue ipotesi di partenza, che alla fine del  viaggio il suo scetticismo era stato fortemente minato, arrivando, da ultimo, a riconoscere,  seppur con un certo imbarazzo, di aver fatto compiere alla propria mentalità investigativa se non un ribaltone totale certamente una rotazione di almeno 180 gradi.
Altro esempio classico di questo approccio completamente scettico nei confronti di tutto ciò che suona strano, lo troviamo nel libro Secrets of the Supernatural, scritto da Joe Nickell e John Fischer. L'intento primario dei due autori è quello di risolvere alcuni enigmi ricorrendo alla pura investigazione scientifica. Nel primo capitolo si parla di un caso di infestazione accaduto presso la famiglia Mackenzie a Toronto. I testimoni citati che sostengono di
aver visto fantasmi e udito rumori soprannaturali sono tantissimi. Poi arriva la rivelazione. Grazie alla perspicacia dei due ed alla testimonianza del custode della casa accanto, si viene a scoprire che colpi e rumori misteriosi giungevano proprio da lì, come “telegrafati” spiriticamente alla “casa infestata”.
Un'altra parte di disturbi proveniva senz'altro da un boiler a parete difettoso. Ammettiamo di crederci; ma che dire delle apparizioni di fantasmi? Non se ne parla proprio, perché la tacita ammissione sta nel fatto che una volta dimostrati falsi i rumori, anche tutto il resto si svuota di senso e non interessa più. Per chi crede - come nel mio caso e chissà quanti altri fra i lettori - nell'esistenza dei fantasmi come concreta realtà, diventa difficile pensare che l'apparizione di una donna tenebrosa e di un uomo in saio sia dovuta al malfunzionamentodi un boiler per riscaldare l'acqua!
Eppure, curiosamente, questo errore sembra tipico in quasi tutti coloro che si professano scettici. William James faceva notare che se qualcuno avesse intenzione di farvi credere che i corvi non sono neri, non è necessario vi provi che tutti i corvi non sono neri, ma è sufficiente vi dimostri che almeno uno è bianco. Allo stesso modo un libro pieno zeppo di casi fasulli o  chiaramente bugiardi non prova altro che quegli stessi casi non sono affidabili. Ma basta un solo evento paranormale pienamente riconosciuto come tale a demolire sin dalla radice l'argomentazione che identifica tutto il mondo del paranormale come fraudolento.
La verità sta nel fatto che, per fortuna, la conoscenza umana dipende soprattutto dal continuo porsi degli interrogativi. Una mucca non imparerà mai nulla perché non si pone domande. Il suo mondo è esattamente quello che le appare, niente di più e niente di meno, e in merito non c'è  null'altro da dire o aggiungere. Ma quando Talete osservava un'eclissi voleva conoscerne le cause. Newton non si è forse formulato quella banale domanda che suonava: perché una mela che si stacca dal ramo cade a terra invece di volare verso l'alto? E Einstein non si è forse chiesto: che cosa accadrebbe di me se potessi cavalcare un raggio di luce? Interrogativi apparentemente sciocchi, che hanno però fruttato grandemente. Se Martin Gardner li avesse affrontati senza alcun interesse, di certo non sarebbero stati così proficui.
Proviamo a considerare una questione sollevata dallo zoologo Ivan Sanderson. In una sera di luna piena, lungo una polverosa strada di Haiti, lui insieme alla moglie vivono la curiosa allucinazione di trovarsi a Parigi durante il quindicesimo secolo. (La storia compare per esteso in questo libro nel capitolo intitolato Il tempo “fuori tempo”). Se sposassimo l'atteggiamento di Gardner non ci
sarebbero possibilità, perché, in realtà, il fatto non sussiste: Sanderson e la moglie quella sera erano sbronzi o sognavano a occhi aperti. Ma è chiaro che non è così. Chi lo conosce bene (proprio in questo momento ho davanti a me una sua lettera) garantisce sulla sua cristallina onestà. Vale infine la pena ricordare anche la testimonianza dei domestici dei Sanderson, i quali avevano
saputo, prima ancora che i loro padroni rientrassero a casa, sul limitare dell'alba, che erano stati coinvolti in un incidente, sebbene avvenuto in un luogo deserto e solitario.
Dalla singolare esperienza Sanderson emerge con l'altro inquietante interrogativo, se la mente si possa identificare col cervello. In merito menziona il caso di un uomo morto in un ospedale di New York. L'autopsia rivelò che era privo di cervello e che la sua scatola cranica conteneva soltanto “una mezza coppa di acqua sporca”. La storia, ancora una volta, suona come fantastica, una di quelle che non vale neppure la pena di prendere in considerazione.
Peccato che all'inizio degli anni Ottanta il professor John Lourber della Università di Sheffield scoprì uno studente, che vantava un quoziente di intelligenza pari a 126, che aveva la scatola cranica “piena d'acqua”. Una scansione radiografica della testa rivelò infatti che il suo cervello si riduceva a nient'altro che una sottile pellicola non più spessa di un millimetro. Come poteva vivere normalmente quel ragazzo, se era praticamente privo del cervello?
Lourber, un'autentica autorità nel campo della idrocefalia (“acqua nel cervello”), sostiene di essersi imbattuto in molti casi di gente perfettamente normale la cui scatola cranica era colma al 95% di acqua, ed afferma che una percentuale variabile dal 70 al 90 rientra in una diffusa normalità.
Ne deduciamo: se una persona è in grado di pensare anche senza cervello, ciò significa che la capacità di pensare è una funzione che esiste in modo indipendente dalla massa cerebrale.
Ma torniamo all'esperienza vissuta dai Sanderson. La questione è legata alla reale natura del tempo. Qualsiasi ragionamento scientifico, anche quello meno dogmatico, impone che non è possibile scivolare indietro nel passato o scattare in avanti nel futuro. Quando si tratta del passato, si può  tuttavia immaginare uno slittamento legato alla ripetizione di una sorta di “registrazione”
di ciò che già è stato. Ma quando qualcuno prevede il futuro, la cosa si fa assolutamente impossibile, dal momento che per definizione il futuro non è ancora mai accaduto. Ciò malgrado, sono tanti i casi di coloro che sostengono di essere riusciti a gettare un'occhiata sul tempo che verrà. (In proposito, ricordo che una volta in un programma televisivo presentai proprio  una di
queste persone, un signore irlandese, Lord Kilbracken, il quale era solito sognare in anticipo il vincente delle corse dei cavalli e grazie a questa dote straordinaria si era arricchito). Tutte queste cose fanno intendere che di certo c'è qualcosa che non quadra nella visione del mondo che ci circonda così come ce la propongono i nostri sensi. In effetti basterebbe fermarsi solo un istante a considerare che per davvero ci deve essere qualche frattura in una logica di pensiero che si ostina a dirci che ogni cosa, ogni evento ha un principio e una fine, mentre, paradossalmente, l'oggetto topico del nostro interesse, vale a dire l'universo, sembra essere il primo a sfuggire a questa regola.
Un buon motivo questo, per esempio, per prendere con le molle tutte le conclusioni del CSICOP. Attenzione: qui non si tratta soltanto di verificare se l'ESP piuttosto che la telepatia siano o no fenomeni da indagare in modo serio, quanto piuttosto stabilire - ipotesi che Martin Gardner sottoscrive - se nella sua natura più profonda il mondo che ci ospita è qualcosa di  razionale come il mondo di JaneAusten o Anthony Trollope. In apparenza, questo atteggiamento sembra essere il più logico, dal momento che quando ci svegliamo la mattina esso ci appare perfettamente “normale” ed è assai difficile che nel corso della nostra giornata ci possa capitare qualche avvenimento che ci induca a pensare diversamente.
Ma è proprio in questi termini, allora, che l'universo si pone come qualcosa di “non discutibile” agli occhi e alla sensibilità della nostra mucca, prima citata.
Infatti, è solo quando, ricorrendo all'intelligenza curiosa, incominciamo a porci delle domande che esso si rivela un luogo decisamente più strano, singolare e misterioso. Per fortuna, sono ancora molti gli scienziati che concordano pienamente con questa concezione, perché per loro la scienza non può prendere le mosse che da un profondo senso di mistero e ignoto. Sull'altra sponda si schiera però un esercito altrettanto folto, ma grazie al cielo non soverchiante, di altri studiosi per i quali ogni cosa, ogni mistero può essere affrontato e risolto con il semplice ausilio di una logica stringente, quella alla Sherlock Holmes, tanto per intenderci. Peccato che la realtà suoni campane diverse, dal momento che gli slittamenti temporali o le precognizioni, i fenomeni
di sincronicità, quelli legati al poltergeist o le esperienze fuori dal corpo rendano, sin da subito, frustrata questa prosopopea investigativa. Purtroppo, il concetto di fondo è questo: la scienza è la panacea per ogni cosa e risolve ogni cosa, ma a patto che agisca all'interno di confini ben definiti; tutto ciò che fuoriesce da questi confini non è oggetto meritevole di indagine scientifica.
A questo punto viene spontaneo domandarsi: cosa c'è che non funziona in un ragionamento simile? Ebbene: nessuno potrà mai rimproverare un poliziotto per non essersi interessato alla mistica o alla filosofia, semplicemente perché non è il suo mestiere. E perché dunque rimbrottare un fisico se non si appassiona al poltergeist o alla fenomenologia ESP?
Rispondere è facile: i preconcetti che nutre nei confronti dell'universo sono gli stessi che mostra nei confronti della mente umana. Nel diciannovesimo secolo veniva tenuto in nessun conto se uno scienziato si occupava di ricerca psichica oppure se la riteneva una perdita di tempo. Ma a partire dalla seconda metà del
secolo successivo, le cose sono cambiate. La scienza ha preso ad occuparsi di molte straordinarie ipotesi, come, per esempio, se l'universo contenesse undici o più dimensioni oppure se i buchi neri altro non fossero che ingressi preferenziali per un “iperspazio” dimensionale, portali di accesso alla possibilità di viaggiare senza tempo in lungo e in largo nello spazio. Russi e americani hanno condotto esperimenti psichici importanti, ricorrendo all'ESP come strumento di comunicazione con sottomarini immersi in profondità sotto la calotta polare. Così, all'improvviso, la questione dei limiti che contraddistinguono la mente umana è diventato l'argomento di maggiore consistenza scientifica. Se siamo nati dal caso come uno dei tanti prodotti fortuiti dell'universo,
ebbene la nostra posizione potrebbe semplicemente essere quella di
meri spettatori e l'estensione di un nostro possibile intervento nel mondo non potrà che risultare limitata. Ma se le cose non stanno così e se, tanto per citare ancora lo stesso esempio, ciò che accadde ai coniugi Sanderson non è frutto di allucinazione ma è vero, essendo una delle tante e ancora sconosciute manifestazioni della nostra mente, allora l'intero quadro evolutivo, così come
Darwin e tanti altri dopo di lui ci hanno proposto, va assolutamente riveduto dalla radice.
Prendiamo in considerazione lo straordinario caso dei gemelli calcolatori di cui si parla nel capitolo L'enigma dei gemelli identici. Un numero primo, al pari di 3,7,13 e così via, non può essere diviso per nessun altro salvo che per se stesso e per uno; ma non esiste a livello matematico un metodo facile e chiaro che ci consenta di dire all'istante se un tal numero appartiene alla
schiera dei numeri primi. L'unico sistema è quello, armati di santa pazienza, di mettersi a fare le prove, testando un numero dopo l'altro in successione per vedere se risulta divisibile. Quando si tratta di un numero alto - per esempio di 5 cifre - il metodo più rapido consiste nell'andare a consultare le tavole dei numeri primi, ma anche per fare questo occorre un po' di tempo. I due gemelli,
anche al cospetto di numeri alti, rispondevano all'istante, senza errore e, se permettete, la cosa è alquanto strana. Lasciato da parte il mistero del come arrivavano a tanto, ciò che ancor più intriga è cercare di capire come questo fenomenale potere si sia sviluppato nel corso dell'evoluzione umana.
Stando a Darwin, il meccanismo principe dell'evoluzione consiste nella “sopravvivenza del più adatto”. Il ghepardo corre più veloce e il canguro salta più lungo dell'uomo perché per sopravvivere hanno sviluppato nel tempo queste caratteristiche fisiche. La maggior parte degli animali non sa valutare un numero, salvo che si tratti di poche unità. L'uomo è stato costretto ad imparare a contare nel momento in cui la società si è fatta sempre più complessa.
Ciò nonostante sono tantissime le persone che, come si dice, “non vanno d'accordo coi numeri”. Ci chiediamo allora: come è possibile che qualcuno invece non solo viva per i numeri, ma addirittura compia mentalmente e in modo istantaneo operazioni matematiche per la risoluzione delle quali anche un potente computer impiega del tempo? Mi pare che esista una sola risposta: non siamo nel giusto quando riteniamo che la mente dell'uomo operi come un computer. Essa, infatti, sembra possedere anche quello che potremmo definire un “metodo alternativo”. E non è da escludere che si tratti di quello stesso singolare metodo che ha  consentito ai Sanderson di slittare nel tempo. La cosa sembra plausibile, se solo riconosciamo - come in effetti è - che l'intuizione funziona o, meglio, si innesca secondo modi misteriosi. Ma quando affrontiamo un caso di precognizione, nel quale si vede con limpidezza il futuro, non possiamo chiamare in  causa solo l'intuizione. La nozione che il tempo abbia un andamento unidirezionale, si muova cioè verso un unico senso che è il futuro, è uno dei fondamenti della scienza occidentale e, a ben pensarci, ogni cosa dipende da  questo concetto. Se un giorno si dimostrerà che la precognizione è qualcosa di possibile, tutto il nostro modo di vedere il mondo dovrà subire una trasformazione a dir poco radicale.
Per gli scienziati del diciannovesimo secolo questa idea costituiva un fortissimo cruccio, ecco perché la maggior parte di loro si è opposta a quella che viene genericamente definita “ricerca psichica”. Essa, in parole povere, si poneva come l'antitesi più piena di ogni principio scientifico; una sorta di ritorno al mondo
della superstizione, al reame delle streghe e delle loro magie, invece che a quello dell'esperimento e dell'analisi. Attorno al 1848 questo atteggiamento si era fatto così drastico che una buona scrittrice che si chiamava Catherine Crowe stabilì che era giunto il tempo di protestare. Decise che, anche a costo di grandi fatiche, avrebbe raccolto gli esempi più clamorosi di esperienze
“soprannaturali” - quella stessa tipologia di casistica che sarebbe poi stata oggetto delle investigazioni della Società per la ricerca psichica - e li avrebbe presentati al grande pubblico in un libro.
Diede così alla stampa The Night Side of Nature, un lavoro che ebbe un impatto decisamente notevole sui lettori.
Tuttavia la povera miss Crowe non fu fortunata. Proprio nello stesso anno della pubblicazione del suo lavoro, infatti, nella casa della famiglia Fox, nellostato di New York, incominciarono a manifestarsi degli strani fenomeni paranormali, come colpi e rumori, che si concretizzavano specie in presenza delle due ragazze della casa, le sorelle Kate e Margaret Fox. Trovato un sistema per codificare questi colpi, si venne a sapere che chi agiva era una “entità” spiritica, la quale disse di essere stata in vita un merciaio ambulante e di aver trovato sepoltura proprio nel basamento dove tempo dopo era stata costruita quella casa. (In effetti, nel 1907 nella cantina dell'abitazione venne davvero portato alla luce lo scheletro di un uomo). Il fatto creò grande scalpore e in un battibaleno nacque lo “spiritismo” che si diffuse con celerità in America ed Europa. Gli scienziati si sentirono, ovviamente, offesi da una simile manifestazione di credulità - confortati in questo dallo smascheramento di non pochi medium truffaldini - e così il grande sforzo, serio e impegnato, di miss Crowe venne completamente vanificato. La delusione fu così forte e tremenda che dopo qualche mese la povera scrittrice incominciò a dare segni di instabilità mentale e dovette trascorrere qualche tempo rinchiusa in un ospedale psichiatrico. Nei restanti altri sedici anni di vita che le restarono non scrisse più un rigo.
Oggi, a circa un secolo e mezzo dalla sua nascita, lo spiritismo ha smesso di costituire un pericolo per la scienza, trasformandosi in nulla di più di una pseudo religione minoritaria; d'altro canto, a ben guardare, non costituì mai una minaccia per il mondo scientifico. E così è accaduto per qualsiasi altra tematica: non è mai successo che qualche fantasia stregonesca abbia soppiantato
un credo scientifico. È per questo che, in fondo, il CSICOP sbaglia
quando ritiene che il successo di paragnosti come Uri Geller sia il preannuncio di un ritorno al Medioevo.
In verità, il nucleo forte della faccenda si riconduce a una revisione del pensiero darwiniano, nel senso che l'evoluzione della vita sulla Terra si è sviluppata in modi più complessi ancora. Se le doti paranormali, come la telepatia e la cosiddetta “seconda vista”, esistono veramente, viene quasi spontaneo immaginare si trattasse di doti ampiamente diffuse presso i nostri antichissimi predecessori, esattamente come capita di constatare quando si entra in
contatto con quei pochi popoli primitivi che ancora esistono sulla faccia del pianeta. Sanderson, per esempio, non esita a riconoscere che alcuni fra gli haitiani che ha conosciuto possedevano una seconda vista. Uno di questi, a proposito del suo viaggio temporale a ritroso, ebbe a dirgli: «Hai veduto delle cose, non è vero? Tu non ci credi, ma sappi che le puoi vedere soltanto se tu lo vuoi». In altre parole, in quel momento Sanderson vivendo quella esperienza
non aveva fatto altro che riscoprire le antiche facoltà paranormali dell'uomo.
Nel mio libro L'occulto ho citato molti casi analoghi. Per esempio, quello dell'infallibile cacciatore di tigri Jim Corbett, descritto in Man Eaters of Kumaon, dove il protagonista confessa di essere
riuscito col tempo a sviluppare una sensazione che chiama “sensitività della giungla”, grazie alla  quale era sempre in grado di avvertire se nelle vicinanze qualche animale  pericoloso stava puntandolo. Va da sé che, se una simile capacità torna quanto mai utile a un cacciatore di tigri in India, non lo è affatto per un agente di borsa di New York. È per questo che l'uomo civilizzato sembra essersi sbarazzato di queste facoltà. Oppure, meglio, l'esaltazione di un'altra facoltà - la capacità di far fronte alle complicazioni della vita civilizzata - ha soppresso la dotazione
“paranormale”, perché, in definitiva, questo bagaglio non serviva più.
Ma è per davvero così? Siamo proprio certi che a un agente di borsa la “sensitività della giungla” non serva proprio a nulla? Dopo tutto, non vive forse in un altro genere di giungla, non solo quella degli affari e del commercio, ma anche quella della città, dove le insidie si nascondono ovunque, dalla metropolitana ai parchi pubblici? Il suo problema sembra molto simile a quello che a un tratto spinse Catherine Crowe a diventare isterica, ossia aver permesso alla cosiddetta vita civilizzata di sopraffarla. In parole povere, tutti noi, senza accorgercene, abbiamo smarrito quella fondamentale quanto primitiva forza vitale che invece continua a permanere nella gente che definiamo selvaggia. Ciò che più di tutto si è perduto è il senso della meraviglia, una qual certa base di ottimismo verso il mondo. Il bambino ritiene che il mondo dei grandi sia una realtà magica, piena di avventure senza fine: i bar, le motorette, gli aerei... Gli è difficile, per non dire impossibile, immaginare che una volta cresciuto quel mondo gli si rivolti contro diventando un posto di difficile frequentazione, dove la parola d'ordine dominante è sempre e soltanto una sola: «Nessuno fa qualcosa per niente».
Il problema degli adulti sta invece nel fatto che il loro modo di essere e di porsi nei confronti del mondo è diventato negativo. In altra sede ho ricordato un fatto accadutomi nel 1967, quando mi recai all'Università di Los Angeles per una conferenza. Dopo avrei dovuto incontrarmi con la mia famiglia a Disneyland. Terminata la conferenza corsi al parco giochi. Avevo scordato quanto fosse grande. Appena entrato, confuso in mezzo a una folla sterminata,
mi sentii sperso. Pensai che non avrei mai trovato la mia famiglia. Invece di abbattermi, decisi di assumere un atteggiamento positivo. Dopo tutto la conferenza era andata benissimo ed ero felice. Così mi rilassai, assunsi una disposizione interiore di serenità e mi misi in cammino, lasciando semplicemente che le gambe mi portassero dove l'istinto le guidava. Fu sufficiente percorrere qualche centinaio di metri, voltare a sinistra ed ecco trovare la mia bella famiglia, intenta a divorare panini in uno stand di cucina messicana.
Appena 48 ore dopo mi trovavo all'Habsburg Empire alla ricerca di un libro che mi interessava. Dopo aver scandagliato ben tre immensi scaffali senza successo, mi arresi. La mattina dopo ero tornato per proseguire la ricerca. Trovai il libro quasi subito e, guarda caso, proprio in uno degli scaffali che avevo visto e rivisto. Perché il giorno prima non l'avevo rintracciato? Perché mi agitavo in uno stato di tensione (avevo una fretta maledetta) e questa condizione
mi permetteva solo di vedere ma non di osservare.
Ho notato infinite volte che quando mi trovo in una condizione di sereno rilassamentoriesco a venire a capo delle cose con estrema facilità grazie a una specie di “sesto senso”.
Ma mi è capitato di notare anche un'altra cosa persino più interessante: quando sono così tutto sembra filare liscio, senza intoppo alcuno. E  logicamente questo non ha nulla a che vedere con me o con il mio presunto sesto senso. Semplicemente accade. Che so: rintraccio una notizia importante proprio il giorno prima di mettere per iscritto un testo su quell'argomento, oppure evito o vivo egualmente bene una qualche esperienza non proprio positiva
con un atteggiamento di pura serenità.
Questo è il nostro grave problema: abbiamo trasformato il modo di metterci di fronte al mondo in una questione negativa. Eppure, tutti abbiamo sperimentato come la confidenza, la serenità, la fiducia ci permettano di entrare in una condizione psicologica positiva che prelude all'ottimismo. È un po' come quando si rompe l'impianto idraulico. Per qualche giorno siamo  costretti a svuotare lavandini e vasche con il secchiello. Poi, finalmente, arriva l'idraulico
e rimette tutto in sesto. La soddisfazione è enorme, tiriamo un gran sospiro e per almeno le 24 ore successive ci rendiamo conto di quanto sia piacevole e comodo poter disporre di un lavandino con acqua calda e fredda che funziona alla perfezione semplicemente schiacciando una leva. La soddisfazione è così alta che ci fa rendere conto di come, dopo tutto, siamo circondati da
un'infinità di semplici cose e oggetti piacevoli: i confortevoli tappetini del bagno, le lampadine, il tostapane efficiente, le porte che si aprono senza cigolare, la televisione che ci informa in tempo reale di quanto succede in giro per il mondo. Il guaio è che siamo ormai così abituati a tutto questo da non farci più caso, spendendo così la maggior parte del nostro tempo a preoccuparci per delle sciocchezze. Ma la sensazione di benessere dura poco, si ripiomba nel grigiore e nel pessimismo con velocità. L'uomo ha perseguito la civiltà per propria gioia e benessere; ma non se la gode, troppo intento a concentrare ogni sua energia su problemi banali e futili, tanto poco importanti che nel giro di una settimana sono già dimenticati. Per qualcuno questa scarsa lungimiranza,
che scatena ansietà, sarebbe un prodotto elaborato dalla parte sinistra del cervello sviluppatasi negli ultimi millenni di storia. (La parte sinistra del cervello è quella che presiede alla logica e al linguaggio; mentre la destra sovrintende alla comprensione e all'intuizione). Il solo modo per sbarazzarci di questa
imposizione e tornare, per quanto possibile, alla verginità mentale di un tempo, sta nel non concedere credibilità a tutto quello che quotidianamente la parte sinistra del cervello tende a suggerirci e capire che ciò che più conta è imparare a rilassarsi per cogliere un tipo di consapevolezza più ampia.
Prendiamo in considerazione l'esempio che segue, tratto da un libro intitolato The States of Human Consciousness di C. Daly King. L'autore parla di esperienze che chiama di “consapevolezza” e scrive: Il primo di loro prese posto sulla piattaforma di attesa di pendolari di una stazione ferroviaria del New Jersey mentre lo scrittore passeggiava avanti e indietro in attesa, in quella assolata mattinata, di un treno che lo portasse a New York. Lungo la piattaforma si notavano alcuni portelli per montacarichi e qualche nuova  costruzione realizzata con mattoni dal colore grigiastro. Si sentiva bene sotto l'aspetto  emotivo, mentre ripassava mentalmente la serie di telefonate che avrebbe fatto appena arrivato in città, era ben consapevole, attivo e attento, si rendeva ben conto di ogni singolo movimento del suo corpo...
All'improvviso, come d'incanto, l'aspetto di tutto ciò che lo circondava era cambiato. L'atmosfera sembrava essersi rivitalizzata di colpo e d'un tratto le persone che stavano come lui lungo la piattaforma divennero presenze marginali, non più importanti dei cardini delle porte che introducevano alle sale d'aspetto. Ma la trasformazione più straordinaria riguardava i mattoni grigi, perché non c'era impronta di illusione in quella sensazione che era certamente reale e concreta. Essi infatti erano diventati improvvisamente vivi; senza esternare alcuna forma di movimento riuscivano egualmente a trasmettere una sensazione di adattamento e quasi di gioia per il fatto di starsene lì, come se fossero una parte attiva del contesto vitale della scena. Questa visione sconvolse a tal punto lo scrittore da lasciarlo a bocca aperta, in osservazione per alcuni minuti, fino all'arrivo del treno...
La prima cosa da notare è l'osservazione resa con le parole: «Si sentiva bene sotto l'aspetto emotivo, mentre ripassava mentalmente le telefonate...».
Ossia, il soggetto si trovava in una condizione di assoluta libertà dalla tensione, in uno stato da “parte destra” del cervello. È a questo punto che accade qualcosa, qualche impercettibile azione o movimento della mente che lo sospinge nella giusta direzione, rendendolo pienamente consapevole  che anche degli anonimi e grigi mattoni possono brillare e vivere di vita propria.
Molto significativo è anche il fatto che le altre persone presenti sulla piattaforma di attesa, e che fino a qualche momento prima costituivano il centro della sua attenzione, passino di colpo in secondo piano, perdano di importanza.
Una lunga e consolidata abitudine ci ha portato a considerare l'essere umano come il solo centro su cui concentrare le nostre attenzioni. D'altro canto, siamo degli animali socievoli e la nostra condizione di tranquillità e pace dipende in larghissima misura da come riusciamo a inserirci all'interno della comunità sociale che ci ospita.
Non è necessario immaginare che la singolare percezione di mattoni viventi debba per forza considerarsi una esperienza di tipo “mistico”. L'evento sarebbe replicabile se solo fossimo più attenti. Basterebbe osservare con attenzione e pazienza un muro ben allineato alla chiara luce di una mattina di sole.
Il problema sta nel fatto che ormai noi non siamo più capaci di osservare. Molto più semplicemente “scannerizziamo”, né più né meno di come fa una cassiera quando aziona il suo strumento per la lettura dei prezzi al supermercato.
Ma è sufficiente farsi attirare da qualcosa, qualunque cosa essa sia, e lasciare che la nostra concentrata attenzione vi si rivolga, per accorgerci immediatamente che siamo capaci di entrare in un mondo di sensibilità decisamente superiore a quello normale di ogni momento.
Quello che sto cercando di dire è che il motivo principale per cui dimentichiamo ogni nostra esperienza è dovuto al fatto che nei confronti di ciò che ci circonda siamo soliti agire in modo automatico, direi quasi robotizzato. In altre parole, inseriamo il pilota automatico e lasciamo fare a lui.
E che differenza c'è nello sperimentare un'esperienza autentica, non robotizzata?
Soprattutto questa: Daly King si è pienamente reso conto che la convinzione condivisa da tutti noi, e cioè che il mondo che ci circonda sia un luogo ordinario, è un errore. I nostri sensi ci mentono. O meglio: i nostri sensi fanno il loro dovere al meglio. È il nostro atteggiamento, le convenzioni abitudinarie a ridurre la loro testimonianza a qualcosa di ordinario. La sua “visione” dovrebbe aver fatto intendere a Daly King di essere immerso in
uno strano circolo vizioso, quello stesso dove la stragrande maggioranza di noi è intrappolato. Ossia nel credere che la realtà che ci ospita sia qualcosa di semplicistico e ordinario; ma anche che quando siamo agitati e stanchi le nostre energie collassano e che questo è per noi come se una gigantesca nube oscurasse il Sole rendendo il mondo grigio e privo di interesse. È questo senso
della normalità del mondo a renderci incapaci di compiere qualsiasi sforzo.
La normale tendenza umana - lasciata a se stessa, priva di spinte esterne - è quella di precipitare in uno stato di letargia, come succede ai personaggi di Samuel Beckett che vivono nei bidoni dell'immondizia. Ma quando riusciamo a lanciare un'occhiata alla realtà - quando, cioè godiamo di quello che per intenderci chiamiamo un “momento di visione” - tutto si capovolge, la realtà si presenta in abiti del tutto diversi. Ci rendiamo conto che se una grossa nube oscura il Sole della nostra sensibilità, è soltanto colpa nostra perché lasciamo che i nostri sensi si attutiscano, si affievoliscano, come le luci di un cinema che si spengono all'inizio della proiezione.
Percepire è dunque qualcosa di “intenzionale”. Vediamo le cose grazie a un fascio di luce generato da una dinamo che sta nella nostra testa. Quando siamo affannati e distratti la dinamo lavora soltanto a mezzo servizio e tutto sembra fioco e scuro. Ma se riusciamo a convincere il nostro inconscio che il mondo al di fuori di noi è affascinante e piacevole - quello che succede, guarda caso, quando ci gustiamo una vacanza - la dinamo lavora a tempo pieno rendendoci in  grado di percepire la verità.
Wordsworth parla del tempo così come lo percepiscono i bambini, quando ogni cosa sembra «rivestita da una luce celestiale». Questo perché il bambino si rende conto che fuori di lui esiste e palpita un mondo di infinite meraviglie e fa sì che la sua dinamo interiore funzioni sempre alla massima velocità.
Un uomo incomincia a morire quando si lascia intrappolare dal circolo vizioso di cui abbiamo parlato e quando si convince di aver “visto tutto”. E fintanto che non accade qualcosa di esterno che lo spinge a cambiare atteggiamento si lascia scivolare lentamente in una specie di palude di noia e di “tutto dovuto” che alla resa dei conti non fa che ingolfarlo impietosamente.
(Questo, per esempio, potrebbe essere uno dei motivi per cui molte persone muoiono non appena, smesso di lavorare, vanno in pensione, paradossalmente in un momento che avevano sognato chissà da quanto tempo).
Ora, a quanto pare, l'umanità si trova su un binario evolutivo estremamente interessante. Il primo passo per cercare di uscire dal “circolo  vizioso” è riconoscere che l'apparente “ordinarietà” del mondo è un'illusione, un inganno.
Se riusciamo a comprendere che il mondo esterno è qualcosa di continuamente strabiliante, allora la palude della normalità, del tutto scontato non potrà mai più inghiottirci nella sua immota fanghiglia, consentendoci di diventare imbattibili. Nel libro Back to Methuselah, parlando dei suoi “vecchi”, Shaw scrive: «Persino in punto di morte la vita non è venuta loro meno». La “mancanza della vita” è quel sentimento che ci dice che non c'è mai nulla di nuovo sotto il Sole e che tutti dobbiamo cedere le armi al cospetto della fine.
Insomma, quando riusciremo a imparare come far funzionare a pieno regime la nostra dinamo, questa illusione ci abbandonerà per sempre né sarà più in grado di esercitare il suo nefando potere su di noi.
Ed ora concedetemi di esprimere quello che penso a proposito dell'esistenza umana. L'uomo è costituito da un corpo estremamente complesso, un “computer” che ha impiegato milioni di anni per evolversi sotto il controllo superiore di un'entità che possiamo chiamare anima, spirito o come ciascuno di noi preferisce. Ma immaginare che sia soltanto lo spirito a governare una macchina tanto complessa è un po' come pretendere che un neonato sia in
grado di guidare una Rolls-Royce. Vorrebbe dire perdere almeno il 90% delle sue potenzialità. Oltre tutto, si tratta di qualcosa di troppo  “pesante”, se così possiamo dire, per poterla gestire in modo confortevole. Trascinarci dietro questo corpo massiccio e pesante ci mette nelle stesse condizioni di un astronauta
catapultato su di un pianeta dove la gravità è molte volte più alta della Terra e non potendo stare in posizione verticale è costretto a trascinarsi su braccia e ginocchia pur ricorrendo a tutte le forze disponibili. Ma appena viene rivitalizzato da qualche energia esterna ecco che per un attimo - seppure un attimo soltanto - riesce persino a mettersi in piedi. In questa condizione il nostro astronauta comprende allora ciò che deve fare: sviluppare ulteriormente la potenza dei suoi muscoli, sia quelli fisici che, ovviamente, quelli mentali.
È esattamente quello che mi è capitato: tutte le volte che ho patito una qualche crisi sono sempre riuscito a trovare dentro di me una risposta, rendendomi conto che se avessi la possibilità di essere sempre “galvanizzato” come nei momenti di grave difficoltà sarei in grado di attingere a un grado di consapevolezza senza dubbio superiore. Purtroppo, non è così. Il problema sta nel fatto che, una volta superato il momento di crisi nel quale attingiamo a tutte le nostre risorse, ci dimentichiamo troppo in fretta della sensazione di urgenza e riprecipitiamo nella piattezza del grigiore di ogni giorno, una specie di obnubilamento in cui tutto si fa più difficile, una collinetta diventa una montagna inaccessibile e la mente si adagia in una curiosa apatia che rende tutto piatto e privo di stimoli e motivazioni. In verità, siamo così assuefatti a
vivere in questa condizione da accettarla senza discussione come assolutamente standard. Solo quando ci accingiamo a qualche viaggio - mentale o fisico - riusciamo a tirar fuori tutte le nostre vere e più autentiche potenzialità.
La risposta consiste nel generare (ricorrendo alla volontà e
alla determinazione) una maggior dose di immaginazione, un più forte senso della realtà, che ci renda capaci di riconoscere il mondo come una sfida e una giungla di problemi continui da affrontare e risolvere, ponendoci, in definitiva, in una perenne condizione di “carica” galvanizzante. È del tutto assurdo che un uomo seduto nello scompartimento di un treno e nel pieno possesso delle sue
facoltà mentali passi tutto il tempo del viaggio a guardare passivamente fuori dal finestrino, mentre la sua mente custodisce una biblioteca tanto vasta di passate esperienze da poterlo intrattenere non solo per la durata del viaggio, per quanto lungo sia, ma per anni interi.
In questa dimensione, adesso comprendiamo meglio come mai ci affanniamo tanto a cercare di passare il nostro tempo tra sfide e stimoli continui: dall'alcol alle droghe, dal sesso all'avventura, allo sport. Tutta questa frenesia non è che un patetico tentativo di proiettarci al di là delle limitazioni di cui tanto ho detto. È evidente che solo quando riusciremo a identificare e a fronteggiare
il problema di fondo saremo in grado di compiere i passi decisivi per risolverlo. Non ci abbatteremo più e la nostra esistenza sarà serena, perché lo scoramento non avrà più presa su di noi. La via d'uscita per abbandonare la trappola che da millenni continua a opprimere l'essere umano finalmente si spalancherà davanti ai nostri occhi.
Il lettore capirà dunque il perché della mia intolleranza nei confronti di tutti coloro che cercano di convincerci che l'universo è un posto logico e perfettamente razionale e che considerano qualsiasi forma di opposizione a questo modo di pensare un ritorno alla condizione di superstizione medievale.
Da parte mia sono anche disposto ad affermare che i fenomeni di poltergeist possono anche non essere precognizioni o i viaggi fuori dal corpo, e immaginare che coloro che si mostrano come invasati dal paranormale siano altrettanto deviati quanto chi è ossessionato dal football o smania per le soap opera. Ma sono anche il primo
a riconoscere che questi fenomeni rappresentano soltanto una piccolissima fetta del vasto panorama di stranezze con il quale abbiamo da confrontarci se solo avessimo la forza di liberarci da vecchie frustrazioni e consuetudini nello sforzo continuo e incessante di sollevare quella cortina di quotidianità che
ci circonda e permea senza pietà.
Ammesso che un libro debba avere una giustificazione, questo intende porsi come un modesto tentativo di lanciare qualche nuova occhiata a tutto quellosconosciuto mondo di singolarità e stranezze che sta al di là del sipario.
 
CAPITOLO 1.
ATLANTIDE.

Il continente sommerso.
Atlantide è sempre stato descritto come il più grande enigma della storia. Il primo a parlare di questa gigantesca isola nel mezzo dell'oceano Atlantico, svanita dal giorno alla notte sotto le acque, fu il filosofo greco Platone.
Il suo racconto, distribuito in parte nel Timeo e in parte nel Crizia, è così affascinante da possedere tutti i connotati di un'opera di fantascienza. Platone pone il racconto sulle labbra del poeta e storico Crizia, il quale riferisce di come Solone, il celebre legislatore ateniese, giunto nel 590 a.C. a Sais in Egitto,
avesse appreso di Atlantide dal racconto di un prete egiziano. Stando all'uomo, Atlantide aveva già raggiunto una florida civiltà quando Atene era stata appena fondata, vale a dire attorno al 9600 a.C. Si trattava di «una grande potenza che aveva esercitato la sua forza sia in Europa che in Asia e che era stata vinta soltanto da Atene». Atlantide, aveva rivelato il prete, «si trovava al di là delle Colonne d'Èrcole» (lo Stretto di Gibilterra) ed era estesa
come la Libia e l'Asia messe insieme. Era un «impero grande e meraviglioso»
che aveva conquistato la Libia e l'Europa fino alla Tirrenia (la regione
dell'Etniria, nell'Italia centrale). Abbandonati da tutti gli alleati, gli Ateniesi
erano rimasti soli a combattere contro lo strapotere di Atlantide, ma alla fine
avevano avuto la meglio.
A questo punto però violentissimi terremoti e maremoti avevano dilaniato
l'isola, distruggendo sia Ateniesi che Atlantidei e l'isola era sprofondata nell'oceano
nel breve volgere di un giorno e una notte.
Nel secondo dialogo (Crizia) Platone offre ulteriori dettagli in merito alla
storia e alla geografia del continente scomparso. Racconta come Atlantide
venne fondata da Poseidone (il Nettuno latino), il grande dio del mare, che
aveva dato origine alla razza degli Atlantidei facendo generare dieci figli da
una donna di nome Cleito. Gli Atlantidei erano abili ingegneri e architetti, costruttori
di palazzi, porti, templi e depositi; la città capitale era stata eretta sulla
cima di un monte ed era circondata da cerchi concentrici alternati di canali
d'acqua e strisce di terra fra loro unite da passaggi così grandi da consentire
il transito delle navi. Il diametro della città raggiungeva le 11 miglia antiche.
Un gigantesco canale, largo 90 m e profondo oltre 30, aveva il compito
di collegare il vasto reticolo di canali e il mare aperto. Al di là della città si
ergeva una sterminata pianura coltivabile (230 per 340 miglia antiche), che costituiva
il granaio dell'isola. Oltre alla piana si trovavano molte amene città e
villaggi, ricchi di vegetazione e di pascoli abbondanti.
Platone prosegue nella descrizione della città, suggerendo
l'idea che o gli venne raccontata proprio
così, nei minimi dettagli, oppure che siamo di fronte a un narratore di
grandi capacità immaginative. Il lungo racconto in cui si tratteggiano magnifici
palazzi dotati di fontane con acqua calda e fredda, grandi sale da pranzo
comuni con pareti tappezzate e incrostate con pietre preziose, ha ammaliato
milioni di lettori per migliaia di anni.
Purtroppo però, narra Clizia, ad un certo momento Atlantide dimenticò la
saggezza e la virtù che gli erano state donate dagli dèi e si fece arcigna, gretta,
corrotta. Zeus, allora, decise che le avrebbe impartito una lezione. Chiamò
a raccolta l'Olimpo...
A questo punto, verrebbe da dire proprio sul più bello, il racconto di Platone
si interrompe. Non solo non completò mai il Crizia, ma neppure diede mano
al terzo preannunciato dialogo, Ermocrate, che avrebbe dovuto completare
la trilogia di Atlantide. Ciò malgrado, non occorre tanta fantasia per intuire
che il verdetto divino fu la condanna finale della potente civiltà.
Dopo Platone, la maggior parte dei commentatori e dei letterati prese a sostenere
che la storia di Atlantide era da intendersi come nient'altro che un mito,
oppure alla stregua di una allegoria politica: lo stesso Aristotele, allievo di
Platone, era propenso verso questa ipotesi. Ma, a dircela tutta, la cosa sembra
alquanto improbabile. Il Timeo, il primo dialogo in cui si introduce l'argomento,
è uno dei suoi lavori più ambiziosi, tanto che uno dei traduttori, il
Jowett, afferma: «Si tratta del più generoso sforzo compiuto da mente umana
di concepire il mondo, come solo questo straordinario genio del passato
avrebbe potuto proporci». Sembrerebbe pertanto incomprensibile in un simile
contesto l'inserimento di una storiella senza costrutto. Pare ben più logico
immaginare che l'abbia fatto per conservare il ricordo dell'isola scomparsa e
tramandarne notizia alle generazioni future.
Per oltre duemila anni la storia di Atlantide è rimasta chiusa a sonnecchiare
nelle belle pagine di Platone. Ma alla fine del XIX secolo un congressista
americano di nome Ignatius Donnelly ne restò folgorato, tanto da dedicargli
un libro intitolato Atlantis, thè Antediluvian World (1882), che divenne in
breve tempo un best-seller continuamente ristampato. Ancora oggi, a più di
un secolo di distanza, siamo di fronte a un'opera che non soffre il tempo.
Donnelly si domanda se Platone ricordi una vera catastrofe e propende per il
sì. D'altra parte, terremoti ed eruzioni vulcaniche dei tempi moderni hanno
mostrato quale sconquasso possano causare. L'Australia, per esempio, è l'ultima
parte ancora visibile di un immenso blocco continentale che andava
dall'Africa al Pacifico, una terra che gli scienziati hanno chiamato Lemuria.
(Il nome Lemuria venne proposto dallo zoologo L. P. Sclaver, il quale notando
che le scimmie lemuri si trovavano sia in Africa che nel Madagascar suggerì
l'esistenza di una grande massa continentale che in tempi antichissimi
fungeva da ponte fra di loro). Donnelly studiò anche le leggende legate al diluvio
dall'Egitto al Messico, mettendo in risalto le grandi somiglianze e segnalando,
con sottile acume, le affinità dei manufatti rintracciati sulle due
opposte coste dell'Atlantico. Notò inoltre che proprio nel mezzo dell'oceano
esiste un alto crinale con le Isole Azzorre che potrebbero intendersi come
sommità di una immensa isola sottomarina. Nell'opera, Donnelly rivela una
conoscenza di geografia, geologia, storia dei popoli e linguistica davvero impressionante,
enciclopedica. Al punto che il primo ministro inglese dell'epoca,
Gladstone, arrivò a proporre - senza successo - al governo britannico
l'allestimento di una nave di ricerca per una spedizione alla scoperta di
Atlantide.
Scrivendo, la bellezza di circa 70 anni dopo, nel suo libro Il mito di Atlantide
e i continenti scomparsi, l'autore americano L. Sprague de Camp commentava
la teoria con queste parole: «Per essere sinceri, dobbiamo dire che la
maggior parte delle affermazioni contenute nel libro di Donnelly erano inesatte
già al tempo della loro concezione, oppure furono sistematicamente
smentite da successive scoperte». E prosegue sottolineando: «Non è vero che
i nativi peruviani possedevano una forma di scrittura, che le piante di cotone
del Nuovo Continente appartengono alla stessa specie di quelle del Vecchio,
che la civiltà egizia esplose come fiorita all'improvviso dal nulla, oppure che
Annibale seppe conquistare il mondo anche grazie all'uso della polvere da
sparo...». Con una critica serrata, Sprague de Camp dimostrò che in realtà la
tanto decantata preparazione di Donnelly era più apparente che concreta e
che tutto ciò che aveva affermato poteva essere messo in discussione. Ciò
non toglie, comunque, che le quasi 500 pagine del suo celebre libro non continuino
ancora oggi ad affascinare il lettore.
Cinque anni prima della pubblicazione del libro di Donnelly, il tema di
Atlantide era già stato ampiamente discusso in un'opera gigantesca in due
volumi dal titolo Iside svelata a firma della “occultista” di origine russa Helena
Blavatsky, la quale sosteneva di aver redatto l'intero manoscritto di quasi
1500 pagine sotto dettatura medianica per il tramite della cosiddetta scrittura
automatica. Lo spazio dedicato ad Atlantide è però ridottissimo e occupa
una sola pagina del primo volume. Vi si spiega che gli Atlantidei erano la
quarta razza della Terra e che ciascuno di loro era medium per predisposizione
naturale. Avendo ottenuto questa formidabile conoscenza senza fatica, la
gente di Atlantide venne facilmente manipolata da «un grande e invisibile
dragone», il perfido re Thevetat, che corruppe l'intera nazione trasformandola
in «una nazione di maghi cattivi». La guerra intestina scoppiata fra loro per
la gestione del potere portò alla distruzione del continente...
In breve Iside svelata divenne un grande successo editoriale, rendendo la
Blavatsky nota in ogni angolo del mondo, tanto che decise di trasferirsi dall'india
a New York, dove fondò la Società teosofica. Dopo alterne vicende,
fra cui uno smascheramento pubblico che la additò al mondo come persona
in mala fede, la veggente raggiunse Londra dove nel 1891 morì colpita dal
morbo di Bright. Dietro di sé aveva però lasciato un altro voluminoso lavoro,
se mai è possibile, ancora più confusionario e articolato del primo: La dottrina
segreta. Si tratta di un commento a un'opera intitolata Le stanze di Dzyan,
che la Blavatsky sosteneva fosse stata scritta in Atlantide nella lingua senzar
e dove si racconta che la razza umana non è stata la prima ad abitare il pianeta
Terra. La prima “razza madre” consisteva infatti in esseri invisibili fatti
di nebbia infuocata; la seconda si era stanziata nel nord dell'Asia; la terza nel
continente perduto di Lemuria o Mu nell'oceano Indiano ed era costituita da
esseri scimmieschi di grandi dimensioni, privi però del raziocinio. La quarta
razza era stata, per l'appunto, quella degli Atlantidei, i quali avevano raggiunto
un altissimo grado di civiltà e sviluppo, ma si erano autodistrutti a
causa di terribili guerre intestine condotte da potentissimi maghi. L'umanità
presente era la quinta “razza madre”, caratterizzata dall'estrema “fisicità” dei
suoi rappresentanti. La sesta e la settima razza che prenderanno il nostro posto
saranno decisamente più eteree di come siamo noi oggi. Secondo
la Blavatsky tutta la conoscenza passata del mondo e di tutti i popoli non è andata
perduta ma è stata registrata nell'etere psichico, uno strato di realtà detto
Akasa e queste registrazioni sono dette ricordi akasici. Secondo la sua teoria,
furono alcuni Atlantidei scampati alla distruzione del loro mondo a dare impulso
alla civiltà egizia e alla costruzione delle grandi piramidi circa centomila
anni or sono. (I moderni archeologi tendono a datare le piramidi attorno
al 2500 a.C.).
Quando La dottrina segreta uscì, il libro di Donnelly aveva già monopolizzato
l'attenzione sul mistero di Atlantide. Ecco allora venire alla ribalta un
membro emerito della Società teosofica londinese, W. Scott-Elliot, autore di
un altro libro di successo intitolato Storia di Atlantide (1896). La popolarità
di Scott-Elliot salì alle stelle quando si seppe che proclamava di essere capace
di attingere ai ricordi akasici. Fra le tante affermazioni, disse che la civiltà
atlantidea risaliva a un milione di anni prima. Esistevano sette sottorazze.
Una di queste, i Toltechi, avevano conquistato l'intero continente e innalzato
una splendente città, proprio quella descritta da Platone. Da un gruppo di
grandi iniziati atlantidei si era staccata una colonia che, raggiunto l'Egitto,
aveva dato origine alle regali dinastie, mentre altri avevano provveduto alla
realizzazione del sito di Stonehenge, in Inghilterra.
Sempre utilizzando il serbatoio cosmico della memoria akasica, Scott-Elliot
pubblicò un secondo libro sul continente perduto di Lemuria. Le sue due opere
unitamente a quelle della Blavatsky sono tutt'oggi considerate le scritture
di fondamento della Società teosofica.
Uscita di scena la Blavatsky, il teosofo più eminente fu l'austriaco Rudolf
Steiner, il quale, entrato in collisione con il gruppo dei teosofi inglesi, aveva
deciso di dare vita per proprio conto a una sua “filosofia occulta”, meglio nota
come Antroposofia. Nel 1904, subito dopo la rottura, Steiner pubblicò un
libro dal titolo From thè Akashic Records (akashic è un altro modo di indicare
la stessa parola) in cui si parla di Atlantide e Lemuria. Sarebbe facilissimo
liquidare tutte le sue affermazioni come il sogno di un lunatico, se non fosse
che, come accade per tutte le sue opere, anche in queste pagine il lettore sembra
avvertire una forte componente di autenticità di base. Steiner ragiona sul
metro dell'evoluzione dei mondi e, stando a questo schema, il processo evolutivo
farebbe capo a esseri superiori. La spinta fondamentale di tale processo
è la conquista della materia da parte dello spirito del mondo. In principio
l'uomo aveva iniziato la sua avventura come un essere completamente evanescente,
per poi, poco alla volta, solidificarsi sempre più. Solo che in questo
processo di progressivo ispessimento egli è purtroppo divenuto schiavo della
materia. Dopo essere transitato attraverso altri tre stati differenti, l'uomo sarebbe
quindi rinato sull'attuale Terra, fornito di un corpo poco più denso di
una nube di vapore. Col trascorrere del tempo l'umanità si sarebbe evoluta
nella “terza razza madre” (quella dei Lemuriani), capace di dominare la telepatia
e di fare uso diretto del potere della volontà. Fu in questo periodo che
paure, malattie e sofferenze entrarono a far parte della nostra vita. Poi era venuta
l'epoca di Atlantide, nella quale l'umanità era capace di controllare le
forze naturali incanalandole come flussi di energia controllata. Non era in
grado di ragionare, ma possedeva una memoria strepitosa. Ma potenti forze
negative - che Steiner identifica in Ahriman - spinsero l'uomo verso la scienza,
trasformandolo in un essere gretto e meschino, egoista e corrotto. Il cattivo
uso di formidabili energie distruttive condusse alla fine di Atlantide... Diversamente
dalla Blavatsky, Steiner data l'avvenimento attorno all'8000 a.C.,
cosa che, per lo meno, lo colloca nel reame delle possibilità logiche. (Certo,
stando alle indicazioni della ricerca archeologica ufficiale, saremmo in un'epoca
in cui stanno facendo a mala pena la loro comparsa i primi agricoltori
organizzati; tuttavia, se si può concedere credito ad alcune mappe geografiche,
quelle conosciute come appartenute agli “antichi re del mare”, in quella
data sulla Terra dovevano già certamente esistere delle grandi civiltà progredite
(vedi, in merito, il Capitolo 56).
Quando il concetto che la distruzione di Atlantide era stata provocata dalla
terribile lotta fratricida delle forze del male si era consolidato, sulla scena era
comparso un altro protagonista. Lewis Spence, scozzese, si era occupato a
lungo, seppure in modo amatoriale, di studi sulle mitologie degli antichi popoli
di Babilonia, Egitto, Messico e America centrale. Il suo libro Problem of
Atlantis comparve nel 1924 e, al pari di quello di Donnelly, incontrò uno strepitoso
successo. Spence sosteneva essere disponibili ampie prove geologiche
dell'esistenza, nel tardo Miocene (da 10 a 25 milioni di anni fa), di un vasto
continente nella regione atlantica. L'isola continentale si era quindi disgregata
in tanti arcipelaghi di isole più piccole. I due più consistenti erano rimasti
nell'oceano, ma a ridosso del Mediterraneo. La parte più orientale del continente,
intanto, aveva continuato a sbriciolarsi e proprio attorno a 10.000 anni
fa, l'epoca grosso modo segnalata da Platone, era del tutto scomparsa. Viceversa,
a occidente, l'altro segmento del continente - le Antille - non era sparito
del tutto e resta ancora oggi in piccoli frammenti, ben
visibile. Per Spence l'uomo antico non era affatto un bravo navigatore (il professor Hapgood
non sarebbe certo d'accordo) e fu per questo che gli scampati di Atlantide
avrebbero trovato rifugio nelle isole più prossime, rimaste intoccate dalla catastrofe.
Analizzando con attenzione le coste sud-occidentali della Francia, del
nord della Spagna e del Golfo di Biscaglia, Spence ricava le prove secondo le
quali le tre primitive razze - Cro-Magnon, Caspi e Aziliani - sarebbero tutte
giunte da occidente. I Cro-Magnon attorno a 25.000 anni or sono, per soppiantare
i Neanderthaliani. (Alcuni studiosi della preistoria anticipano l'avvento
della sostituzione delle razze di almeno altri 10.000 anni ancora prima).
Le razze dei Caspi e degli Aziliani vennero 15.000 anni dopo. Siccome questi
ultimi erano noti come abili marinai e esperti pescatori, Spence ne deduce
che la lingua di terra che ancora collegava Atlantide all'Europa non doveva
più esistere. Secondo Spece furono gli Aziliani a fondare le civiltà d'Egitto e
di Creta. Altri profughi di Atlantide riuscirono a riparare alle Antille, occupandole
fino all'avvento dell'era cristiana. Dalla loro fuga nacque il popolo
dei Maya. (L'identificazione fra gli eredi di Atlantide e il popolo dei Maya è
uno dei tanti temi ricorrenti di questa saga). Una delle teorie più singolari
proposte da Spence a proposito dei suicidi collettivi dei lemmings - quei piccoli
roditori simili a topi che si vedono a volte gettarsi in massa nelle acque
dell'oceano suicidandosi senza alcun apparente motivo - giustifica questo loro
comportamento col desiderio istintuale, mai sopito, di raggiungere la loro
terra d'origine, l'Atlantide. Oggi abbiamo scoperto che il motivo è tutt'altro
e che risponde a una precisa legge demografica secondo un comportamento
che è comune a molte altre specie di animali - senza scordare che il suicidio
collettivo non è la prassi comunemente adottata - che consiste invece nello
sparpagliarsi in territori sempre più vasti quando la concentrazione degli elementi
presenti in un dato habitat si è fatta pressoché intollerabile.
Ma le obiezioni all'ipotesi di Spence sono numerose. Egli afferma che le
culture d'Egitto, Creta e del Sudamerica esplosero come per magia dal nulla.
L'archeologia ha dimostrato che non è stato così e che il loro fu un progressivo
movimento verso la civiltà, iniziato con forme primitive. Malgrado tutto,
nella prima trilogia che Spence pubblicò - al primo già citato volume seguirono,
infatti, Atlantis in America e The History of Atlantis - i lati interessanti
e gli spunti affascinanti non sono certamente pochi, anzi molti meritano
di essere valutati con grande serietà. Lo stesso non può dirsi dei due successivi
libri: Will Europe Follow Atlantis?, in cui ci si domanda se il mondo moderno
non stia forse scivolando nell'abiezione, proprio come millenni prima
era capitato ad Atlantide (non dimentichiamo che Hitler era alle porte) e The
Occult Science in Atlantis, opere nelle quali, come si suol dire, Spence tenta
di costruire mattoni senza la paglia («Il lettore tenga bene a mente che qui
stiamo soltanto affrontando la questione dell'alchimia ad Atlantide...»). Fatte
tutte queste precisazioni, Spence resta comunque il più interessante e credibile
autore che abbia scritto su Atlantide e anche il suo ultimo libro Problem
of Lemuria mostra lo stesso approccio attento e colto, per quanto le tante citazioni
lo appesantiscano non poco.
Spence diede consigli a Conan Doyle per la stesura del suo racconto su
Atlantide The Maracot Deep e si mantenne a lungo in contatto epistolare con
l'esploratore colonnello Percy H. Fawcett, il quale era convinto che il Brasile
un tempo avesse fatto parte dell'Atlantide, ipotesi utilizzata da Doyle nel
suo The Lost World. A proposito di Fawcett, ricordiamo che lo scrittore Rider
Haggard gli presentò un giorno una pietra in basalto che presentava alcune
singolari incisioni e i tratti di un'effigie. Poiché anche gli esperti del British
Museum non erano in grado di esprimere alcun parere, Fawcett aveva pensato
di consegnare il reperto a uno psicometra (la psicometria è quella capacità
che consente di “leggere” la storia di un oggetto semplicemente tenendolo
nelle mani o toccandolo). Sebbene il sensitivo non avesse alcuno spunto a cui
aggrapparsi e pur senza conoscere Fawcett, ebbe lo stesso modo
di dire: «Vedo un grande continente dalla sagoma irregolare
che si estende dalla costa
settentrionale dell'Africa fin verso l'America del Sud. È costellato da numerose
montagne e qua e là punteggiato da grandi vulcani attivi... Sul lato africano,
il continente presenta una popolazione sparsa. Si tratta di esseri dalle
belle forme, ma appartenenti a una razza non classificata, sono scuri ma non
possono definirsi negroidi. Le loro caratteristiche fisiche più evidenti sono
gli alti zigomi sporgenti e gli occhi vivaci e brillanti. Da quel che sento la loro
moralità lascia alquanto a desiderare e la loro religione è affine alla demonologia...».
Invece sul fronte occidentale gli abitanti del continente sono «di gran lunga
superiori agli altri. Il territorio è montagnoso e sui declivi delle colline sono
ricavati grandiosi templi, muniti di belle facciate sorrette da alte colonne scanalate...
Dentro ai templi non c'è luce, è buio, ma sugli altari scorgo la raffigurazione
di un grande occhio. I sacerdoti sono intenti a invocare questo occhio
e il loro rito sembra possedere una natura occulta e sacrificale... Collocati
in varie parti di questi templi si trovano oggetti simili a quello che stringo
ora nelle mie mani e l'effigie che vi è riprodotta credo che sia quella di
uno dei grandi sacerdoti».
Il medium aveva poi predetto che quel particolare oggetto prima o poi sarebbe
finito nelle mani di un uomo reincarnazione dell'antico sacerdote e
grazie a questo rinnovato incontro «molte cose ora dimenticate sarebbero tornate
alla luce e finalmente chiarite». «Nelle città della parte occidentale del
grande continente viveva un gran numero di individui suddivisi in tre classi
sociali: quella dominante, che comprendeva una monarchia ereditaria, una
intermedia, una sorta di borghesia, e da ultima quella dei reietti e degli schiavi.
Questo popolo era il vero, solo e unico dominatore del mondo, anche perché
molti erano i gruppi sciamanici progrediti in grado di mettere in pratica
le arti magiche con strabiliante abilità». Il medium aveva descritto come la
boriosa spocchia di ritenersi i padroni del mondo aveva portato questa gente
ad un alto grado di presunzione e, puntuale, il castigo divino era disceso dal
cielo; maremoti e spaventevoli eruzioni vulcaniche avevano flagellato il continente
fino a farlo inabissare nell'oceano. «Non so datare in modo preciso il
tempo in cui tutto ciò accadde - aveva detto il medium - ma fu certamente
molto prima degli albori della civiltà egizia e tutto è stato dimenticato, trasformandosi
in mito».
Dopo questa sconvolgente esperienza, Fawcett era diventato un fervente sostenitore
della realtà di Atlantide, convincendosi sempre più che grazie alle
sue ricerche sarebbe venuto in possesso di prove schiaccianti, se solo avesse
scandagliato le impenetrabili giungle della Bolivia e del Brasile. Ma aveva
anche un'altra motivazione per recarsi nel Mato Grosso, nella parte sud-occidentale
del Brasile. Nella città di Rio de Janeiro, infatti, aveva rintracciato
un documento in lingua portoghese, scritto da un uomo di nome Francisco
Raposo, il quale nel 1743 si era avventurato nel cuore della giungla alla ricerca
delle favolose ma perdute miniere di Muribeca (Muribeca era il figlio
di un avventuriero portoghese e di una donna indigena). Stando al manoscritto
(citato nel libro di Fawcett, uscito postumo, intitolato Exploration
Fawcett) Raposo aveva scoperto le rovine di un'antica città, distrutta in apparenza
da terremoti e disastri naturali dove «spiccavano qua e là grandi colonne
abbattute e giganteschi blocchi di pietra che potevano pesare cinquanta
tonnellate e oltre». Trascorso qualche tempo presso le rovine, Raposo e i
suoi compagni avevano fatto ritorno a Bahia, dove si erano affrettati a raccontare
la loro avventura al viceré che si era limitato a prenderne nota.
E così quando nel 1924 Fawcett, dopo mille travagli e frustrazioni, aveva
potuto finalmente raggiungere quei luoghi, tre erano gli obiettivi che aveva in
mente di concretizzare: la ricerca delle miniere di Muribeca, la città perduta
di Raposo e i resti di Atlantide, testimoniati dall'idolo di basalto che già possedeva.
Accompagnato dal fratello Jack e dal fido amico Raleigh Rimell,
Fawcett aveva dunque guadagnato il campo di Cavallo Morto nel bacino delloXingu, dove scattò quelle che sarebbero rimaste le ultime fotografie dei
suoi compagni. Il 29 maggio dello stesso anno, scrisse l'ultima lettera alla
moglie. Dopo di che i tre uomini scomparvero nel nulla. Nel 1932 un esploratore
svizzero di nome Rattin riferì di aver incontrato Fawcett, prigioniero
presso una tribù di indiani. Lo stesso Rattin era tornato in Brasile per andare
a recuperare il “colonnello bianco”, ma pure lui non aveva mai più fatto ritorno.
Molte altre furono le voci che continuarono ad accavallarsi da parte di
esploratori e missionari sul conto del povero colonnello; ma nel 1951 il giallovenne definitivamente chiarito, quando Izarari, il supremo capo della tribù
dei Kalapalos, confessò sul letto di morte di essere stato lui a uccidere i ricercatori
bianchi. Rivelò che avendogli rifiutato aiuto, Fawcett lo aveva
schiaffeggiato davanti a tutti e che lui lo aveva colpito uccidendolo, dopo di
che non aveva risparmiato neppure i suoi due compagni, quando questi avevano
reagito. Izarari aggiunse inoltre che Jack Fawcett si era accompagnato
a una delle sue mogli e il testimone brasiliano che aveva poi raccontato il fatto
aveva confermato la cosa rivelando che il figlio più grande del capo sembrava
essere un sangue misto per metà bianco. Malgrado queste confessioni,
un gruppo di ricercatori esperti, che recatisi sul posto avevano riesumato i
miseri resti dell'uomo che si diceva fossero quelli di Fawcett, sconfessarono
ogni cosa: non si trattava del colonnello e così il mistero della sua scomparsa
continuò a restare tale. A questo punto qualcuno arrivò a sostenere che
Fawcett aveva trovato la città abbandonata e che aveva deciso di vivere laggiù
dando l'addio al mondo civile...
Ma torniamo ad Atlantide. Molti studiosi preferiscono immaginare si trovasse
dall'altra parte dell'oceano Atlantico. Nel 1905 un gruppo di archeologi
tedeschi fra cui Schulten, Herman, Jessen e Henning annunciò di essere
sulle tracce di un'altra città perduta chiamata Tartesso, sulla costa atlantica
della Spagna nei pressi della foce del fiume Guadalquivir, conquistata dai
Cartaginesi attorno al 553 a.C. Erano convinti che Tartesso fosse l'Atlantide
di Platone. Un'altra archeologa, Elena Maria Whishaw - spesi oltre 25 anni
di ricerche nell'area attorno all'antica fortezza di Niebla - dopo aver portato
alla luce importanti resti in pietra e, soprattutto, uno straordinario reticolo
idraulico di alta ingegneria con lo sfruttamento delle acque del Rio Tinto,
giunse alla conclusione che il territorio dell'odierna Andalusia un tempo era
stato colonizzato da genti scampate alla grande catastrofe di Atlantide. L'ipotesi
spiega e dà titolo al suo libro Atlantis in Andalusia (1930).
A partire dagli anni Trenta un'altra ipotesi ancora a proposito di Atlantide incominciò
a conquistare la fantasia di milioni di appassionati. Si trattava della
teoria proposta da un ingegnere minerario viennese di nome Hans Hoerbiger
(1860-1931). Uno dei figli di Hoerbiger aveva la passione per l'astronomia.
Una sera, mentre insieme col padre stava osservando la Luna e i pianeti con
il suo telescopio, Hoerbiger venne folgorato da un'idea: se quei corpi celesti
avevano il potere di riflettere la luce del Sole significava che erano ricoperti
di ghiaccio. Poi disse di aver osservato ampie zone planetarie sature di acqua
caratterizzate da sbuffi di vapore e cascate di metallo fuso. Davanti a questi
spettacoli Hoerbiger immaginò di stare osservando le primordiali forze esplosive
dell'universo. Formulò così l'ipotesi che lo spazio cosmico è soprattutto
ricco di ossigeno e idrogeno, per quanto in uno stato estremamente rarefatto
(cosa certamente vera per l'idrogeno!). Questa miscela si condensa sotto forma
di blocchi di ghiaccio e quando queste immense palle precipitano, nel
cuore di una stella calda si verifica una formidabile esplosione, del tutto simile
a quella da cui è nato il nostro sistema solare. Secondo Hoerbiger la
maggior parte dei pianeti sarebbero coperti da uno spesso strato di ghiaccio;
l'attuale Luna, tanto per fare un esempio, ne avrebbe avuto uno di oltre 200
km. E necessario precisare l'attuale Luna perché a suo dire essa sarebbe addirittura
la sesta. Il movimento naturale di tutti i corpi planetari ha un andamento
spiraliforme con una progressione in direzione del Sole, secondo un
movimento simile a quello di una puntina di grammofono che scivola verso
l'interno del disco. Gli oggetti più piccoli sono più veloci dei grandi e così accade
che quando vengono a orbitare attorno a una massa più consistente ne
vengono immancabilmente attratti, trasformandosi in lune e satelliti. Circa
250 milioni di anni or sono la Terra vantava una Luna diversa, una cometa
“catturata” dalla gravità del pianeta. Nel periodo in cui questo corpo celeste si
era avvicinato al nostro pianeta, gli oceani avevano ricoperto le terre emerse
con una spaventevole massa d'acqua e le poche che erano rimaste asciutte si
erano rivestite di una spessa coltre di ghiaccio. Gli uomini erano stati costretti
a guadagnarsi un rifugio sulle cime dei monti più alti, come quelli d'Etiopia
e Perù. (A proposito di questo affascinante paese, c'è da ricordare che il
colonnello Fawcett era convinto che Tiahuanaco, nelle Ande peruviane, fosse
stata la culla di una antica quanto misteriosa civiltà). La gravità più leggera di
queste alture, col trascorrere del tempo aveva consentito agli esseri umani di
crescere e diventare giganti: quegli stessi che vengono menzionati nella Bibbia
dove si ricorda che «vi erano giganti sulla Terra». Alla fine, quando la Luna
era esplosa, la Terra era stata flagellata da diluvi e alluvioni ciclopiche, diluvi,
come quello descritto nella Bibbia e nei tanti altri testi sacri dell'umanità.
Gli sconvolgimenti epocali causati dalla precipitazione della precedente
Luna sulla Terra avevano sconvolto il pianeta e provocato la disintegrazione
di mondi e continenti come Lemuria e Atlantide.
Hoerbiger morì nel 1931, ma il suo lavoro venne immediatamente ripreso
da un discepolo fervente, Hans Schindler Bellamy, un austriaco il cui libro
Moon, Myths and Man - edito proprio nell'anno in cui moriva Hoerbiger -
raccolse migliaia di adepti in Inghilterra e America. Fra i convinti assertori
delle teorie hoerbigeriane c'era anche Hitler, il quale propose la realizzazione
di un grande osservatorio astronomico da dedicare ai tre più grandi scrutatori
del cielo di ogni tempo: Tolomeo, Copernico e, per l'appunto,
Hoerbiger. Si dice che la fede nelle ipotesi di Hoerbiger sia
costata la guerra a Hitler.
Nel 1941-42, infatti, il centro tedesco di riferimento e studio della climatologia,
che si fondava sulle osservazioni di Hoerbiger, previde che l'inverno
a venire sarebbe stato mite. A seguito di questa previsione,
completamente sbagliata, Hitler aveva spedito le sue truppe in
Russia, equipaggiate
con le tenute estive... Hoerbiger ha comunque continuato a riscuotere successo
fino a tutti gli anni Sessanta, quando finalmente le rivelazioni ottenute
tramite l'esplorazione spaziale rivelarono che immaginare lune e pianeti ricoperti
di spessi strati di ghiaccio era una concezione del tutto errata.
Ma il vero problema al cospetto di libri stravaganti come
Glacial Cosmogony (1913) di Hoerbiger sta nel fatto che, malgrado i tanti assunti errati,
contengono lo stesso non poche verità. È senz'altro il caso del formidabile
best-seller degli anni Cinquanta Mondi in collisione di Immanuel Velikovsky,
un ebreo russo nato nel 1895. Fortemente impressionato dall'opera di Freud
Mosè e il monoteismo, Velikovsky sosteneva non solo che Mosè non era
ebreo bensì egiziano, ma anche che era uno dei grandi sacerdoti del “monoteistico
culto solare” del faraone Akehnaton, il quale, a sua volta, aveva origini
greche e altri non era che il sovrano ellenico Edipo. Nel 1939, anno in
cui si trasferì dalla Palestina negli Stati Uniti, Velikovsky era fortemente attratto,
ma anche angosciato, dalle teorie di Hoerbiger, al punto che decise che
le avrebbe contrastate. Volgendosi verso altre ipotesi si imbatté in quella di
W. Whiston, successore di Newton alla cattedra di Cambridge, il quale sosteneva
che la cometa che era transitata nel 1680 nei pressi della Terra era stato
lo stesso corpo celeste che nel precedente suo passaggio aveva provocato il
diluvio biblico. Ma anche Donnelly plasmò la sua fantasia. Specie con il libro
Ragnarok, The Age of Fire and Ice - uscito dopo quello dedicato ad
Atlantide - dove l'autore affermava che lo strato di polvere, detriti, rocce,
sabbia e argilla steso in modo costante per quanto irregolare su tutta la superficie
del nostro pianeta era venuto a crearsi come risultato della tremenda
esplosione scaturita dall'impatto della Terra con una cometa errante. Whiston
e Donnelly furono i fari ispiratori del libro che frattanto Velikovsky aveva finalmente
preparato - il già citato Mondi in collisione (vedi il Capitolo 52) -
in cui si immagina che sia stato proprio l'impatto con una cometa a determinare
la fine di Atlantide e che la stessa ragione possa dare giustificazione alle
numerose catastrofi narrate nella Bibbia.
Un'altra ipotesi su Atlantide - questa volta decisamente più credibile - è
stata proposta verso la fine degli anni Sessanta da un archeologo greco, il
professor Angelos Galanopoulos, sulla scorta delle scoperte fatte dal professor
Spyrydon Marinatos a proposito dell'isola di Santorini nel mare Mediterraneo.
Questi sosteneva che nel 1500 a.C. una terribile esplosione vulcanica
aveva distrutto Santorini e quasi certamente cancellato la gran maggioranza
delle civiltà sorte nelle isole greche, nella parte costiera della stessa Grecia e
nell'isola di Creta. Secondo Galanopoulos questa stessa catastrofe avrebbe
distrutto anche Atlantide. Ma come mettere d'accordo le datazioni, dal momento
che la distruzione sarebbe avvenuta solo 900 anni prima di Solone e
non 9000 come invece narrato? Galanopoulos afferma che, molto semplicemente,
ci troveremmo di fronte a un errore di trascrizione da parte di uno
scriba, il quale inavvertitamente avrebbe aggiunto uno zero mentre trascriveva
la data relativa alla scomparsa del continente atlantideo. D'altra parte, a
suo avviso, tutte le misure segnalate nei testi di Platone sembrano eccessive.
I 10.000 stadi (la bellezza di quasi 2000 km) del grande canale posto attorno
alla capitale di Atlantide sembrano davvero troppi, visto che cingerebbero
una zona tanto grande da ospitare venti volte almeno l'estensione della città
di Londra. Ma anche la larghezza (90 m) e la profondità (oltre 30 m) del canale
sembrano sospette, visto che 9 e 3 parrebbero misure decisamente più
ragionevoli. Infine, anche le dimensioni della grande piana che si estendeva
appena al di fuori della città rientrerebbero in una logica più accettabile se invece
di 230 per 340 miglia antiche fossero ridotte a 23 per 34. Qualora si accetti
questo drastico ridimensionamento, ecco che allora l'isola di Santorini
potrebbe davvero corrispondere a Atlantide, sebbene lo stesso Galanopoulos
sia il primo ad ammettere che certamente la potente civiltà atlantidea aveva
sottomesso tutto il Mediterraneo, avendo in Creta la città della regalità sovrana.
Viene da chiedersi: ma come potè mai consumarsi un simile grossolano
errore? Galanopoulos ha la risposta pronta: gli scribi greci mal intesero il
simbolo egiziano che indicava 100 - una corda arrotolata - scambiandolo per
il simbolo che valeva 1000, un fiore di loto.
Il ragionamento potrebbe anche filare, ma si scontra con un'obiezione pressoché
insormontabile: Platone afferma che Atlantide stava al di là delle Colonne
d'Èrcole. Ma anche davanti a questo il ricercatore greco non demorde.
La mitologia attesta che Ercole compì tutte le sue imprese nel contesto del
Peloponneso e che, dunque, le Colonne d'Èrcole potrebbero benissimo corrispondere
ai due estremi promontori meridionali della penisola greca, i capi
Matapan e Maleas. Però Platone precisa ancora: «Essi [gli Atlantidei] si sparpagliarono
al di là delle Colonne, in paesi come l'Egitto e la Tirrenia». E, per
quanto ci si sforzi, non c'è alcuna possibilità di ricollocare Egitto e Tirrenia
(Toscana) fra i promontori della Grecia. E così anche questa ipotesi, per
quanto affascinante, non regge sotto il peso delle testimonianze storiche. Ciò
non toglie che l'idea di Galanopoulos, che Santorini sia stata Atlantide, abbia
conquistato migliaia di appassionati e, soprattutto, spinto altrettanti turisti a
visitare l'isola, incrementando in modo certamente interessante i suoi proventi
economici...
Nel 1975 un simposio tenutosi presso l'Università dell'indiana aveva come
titolo: Atlantide, realtà o mito?. Un gran numero di esperti disse la sua e alla
fine giunsero alla conclusione che si trattava di un'invenzione letteraria. In
effetti, se solo si fa eccezione per quelle che son dette le evidenze “culturali”
proposte da Donnelly, Spence e Whishaw, non esiste una sola prova che possa
smentire questo asserto. E se anche il tipo di prova che
convinse il colonnello Fawcett, vale a dire la testimonianza
psichica dello psicometra, non è
ovviamente accettata dalla scienza ufficiale, rappresentata da geologi, archeologi
e storici, questo non toglie che essa sappia esercitare sulla fantasia,
ma anche sulla razionalità di chi indaga, una formidabile attrattiva, ricca
com'è di straordinario fascino. Come faceva lo psicometria di Fawcett a immaginare
l'esistenza di Atlantide? Volendo dare credito a questa attestazione,
dovremmo avere molte più informazioni sul medium, sapere per esempio se
aveva letto o anche solo sentito parlare dei lavori di Donnelly e Spence. Poi,
pur ammettendo che la sua immaginazione psichica non lo stesse ingannando,
resta sempre la possibilità, niente affatto remota, che fosse in grado di
leggere nella mente del colonnello tramite un processo di telepatia. E evidente
che chi la pensa in altro modo, chi intendesse affrontare lo studio della
psicometria con mente aperta, potrebbe arrivare a una conclusione meno critica
e affermare che, dopo tutto, non è detto che ogni conoscenza, vera o falsa
che sia, debba per forza potersi spiegare per il tramite della trasmissione
telepatica o della mistificazione.
Analoghi dubbi sono sorti a proposito delle dettagliate descrizioni prodotte
sulla civiltà di Atlantide da parte del medium americano Edgar Cayce, un celebre
“guaritore psichico”. Quando Cayce aveva 22 anni (nel 1899) aveva
sofferto per una forma acuta di paralisi delle corde vocali, che era stata guarita
grazie a terapie ipnotiche. Nel corso di queste sedute il terapeuta aveva
chiesto a Cayce come si sentisse e il giovane, sfoderando conoscenze mediche
particolari e approfondite che in stato cosciente non aveva mai manifestato,
elaborò un'autodiagnosi pressoché perfetta. Questa straordinaria capacità
di diagnosticare per via medianica lo rese ben presto famoso. Nel 1923
gli venne chiesto se, a suo parere, c'era vita dopo la morte. Uscito dalla trance
egli stesso si meravigliò per ciò che aveva detto, parlando della dottrina
della reincarnazione, una teoria religiosa che un ortodosso come lui non aveva
mai condiviso. Nel 1927, durante una “lettura psichica” su un ragazzo di
14 anni, rivelò che il giovane nelle sue precedenti esistenze era vissuto sotto
il re francese Luigi XIV, Alessandro il Grande, nell'antico Egitto e ad Atlantide.
Da questo momento in poi Cayce continuò sempre, per il resto della sua
vita di medium, ad aggiungere frammenti di ricordi sulla questione atlantidea.
Secondo Cayce, Atlantide si spingeva dal Mar dei Sargassi alle Isole Azzorre,
per un'estensione simile a quella dell'Europa. Il continente era andato incontro
a due momenti di distruzione. Nel primo era stato frammentato in isole.
Nel secondo, il ricordo di Platone da lui datato attorno al 10.000 a.C., tutto
era stato annientato e solo le attuali Isole Bahamas erano scampate alla furia
delle acque. Quello che Cayce racconta, riecheggia in modo impressionante
nella testimonianza di Steiner: «...l'umanità corrotta si autodistrusse
provocando la catastrofe finale nel risvegliare le forze primordiali assopite
della Terra...». Per Cayce nel mondo esistono ancora tre archivi dell'antica
Atlantide. Uno si troverebbe in Egitto. Nel 1940 Cayce predisse che l'isola di
Poseida sarebbe nuovamente riemersa «tra il ' 68 e il '69» e il fenomeno si sarebbe
manifestato proprio al largo delle Bahamas.
All'inizio del 1968 un pescatore noto col nome di Bonefish Sam segnalò all'archeologo
dottor J. Manson Valentine una strada sottomarina di lastre in
pietra rettangolari a nord delle Bimini, nell'arcipelago delle Bahamas. Valentine
rimase strabiliato nello scoprire due linee parallele, lunghe più di 6 km,
composte da pietre regolari, da quel momento in avanti conosciute come la
Strada di Bimini.
Si gridò alla grande scoperta, ma sin dal principio tutti gli scienziati storsero
il naso. John Hall, professore di archeologia di Miami, disse che si trattava
di semplici formazioni naturali; secondo John Gifford, biologo marino, le
lastre di pietre erano state provocate da “stress geologici”, per quanto in un
secondo momento, quando le lastre vennero scoperte anche in altre località
sottomarine della zona, giunse a riconoscere che «non esisteva alcuna prova
che quelle formazioni non potessero essere opera dell'uomo». Uno dei ricercatori,
il dottor David Zink, pubblicò un libro dal titolo The Stones
of Atlantis, affermando che ormai non c'erano più dubbi sul fatto che almeno in parte
quelle formazioni erano opera dell'uomo, visto che era stata individuata
una pietra che raffigurava, senza ombra di dubbio, una testa umana. Tuttavia,
pur ammettendo che le rovine di Bimini siano i resti di qualche antico tempio,
questo non prova che esso risalga a 10.000 anni or sono, dal momento
che potrebbe benissimo essere il prodotto di una cultura più recente.
Come sappiamo, la profezia della risalita di Atlantide non si è avverata. A
dispetto di quello che possono dire gli scettici, la cosa non prova affatto che
la predizione sia scaturita come un puro frutto di immaginazione, dal momento
che i parapsicologi hanno ormai appurato come nei fenomeni precognitivi
la scala del tempo viene raramente centrata. Attesta però un'altra questione,
vale a dire che Cayce, al pari di altri scrittori sensitivi come lui, quali
Scott-Elliott, Steiner e Madame Blavatsky debbono essere considerati con
grande cautela, per dirla in breve, vanno presi con le molle.
Fra le infinite ipotesi legate alla distruzione di Atlantide, ne esiste una relativamente
recente che gode di buona credibilità. È quella proposta dal geologo
inglese Ralph Franklin Walworth. Il suo libro, dal titolo Subdue thè Earth,
sfiora soltanto di striscio la questione di Atlantide, perché è dedicato quasi
per intero all'enigma delle ere glaciali. Un mistero che malgrado tanti sforzi
nessuno è ancora riuscito a spiegare: perché, a intervalli più o meno regolari,
vaste zone del nostro pianeta si sono ricoperte di immensi strati di ghiaccio?
Nel suo libro African Genesis, Robert Ardrey riporta tutte le varie ipotesi elaborate
in merito. Il concetto di un “polo nord vagante” non è certo in grado
di spiegare come il ghiaccio abbia potuto estendersi fino all'Africa. Il passaggio
ravvicinato di una cometa non spiega il perché del ritorno delle glaciazioni
e per di più secondo ritmi irregolari (ricordiamo che una cometa si
ripresenta alla nostra osservazione nel rispetto di lassi di tempo prestabiliti).
Un'altra teoria arriva da uno studioso jugoslavo, M. Milankovitch, il quale
afferma che il nostro pianeta è periodicamente soggetto a molteplici variazioni
cicliche dei fenomeni atmosferici, le quali quando, per casualità, vengono
a sommarsi fra loro in coincidenza, danno origine a un'era glaciale. Ma
anche per questo caso Ardrey trova da obiettare, affermando
che la teoria delle variazioni simultanee non può lo stesso
spiegare la conformazione di milioni
di metri cubi di ghiaccio. Secondo Sir George Simpson un'era glaciale
viene paradossalmente innescata da un aumento della temperatura solare, che
in quota provoca una maggiore precipitazione piovosa con un conseguente
aumento delle nevicate. Questo fenomeno, dando origine a depositi di ghiaccio
sempre più spessi e quindi inattaccabili anche dal calore estivo, dà il via
all'era glaciale. Ma, ammesso che l'idea di Simpson sia corretta, i mari dovrebbero
trasformarsi in bacini raccoglitori ancora più caldi di energia termica,
fatto confermato dallo studio dei depositi marini del Pleistocene, il periodo
della più vasta riconosciuta era glaciale, che conferma come anche in questi
momenti la temperatura fosse variata soltanto di pochi gradi. Passate in
rassegna tutte le ipotesi, Ardrey propone la sua. Secondo lui, ad intervalli periodici,
la Terra nel suo viaggio nello spazio cosmico, transita attraverso immense
nuvole di gas intergalattico. In questi frangenti il campo magnetico
planetario attira una grande massa di polveri e gas in grado di annebbiare la
luce del Sole. L'idea è buona, ma lo stesso suo propositore non riesce a spiegare
come mai le ere glaciali non avvengano seguendo cadenze prestabilite e
quindi prevedibili...
Walworth prova a risolvere alcuni problemi fra quelli già sottolineati da
Donnelly e Velikovsky e in particolare i grandi sconvolgimenti che hanno sepolto
intere foreste. A suo dire, la maggior parte dei geologi ha un atteggiamento
troppo uniforme e monolitico, quando prospetta che la Terra si sia evoluta
lentamente attraverso lunghissime ere temporali e che le immani catastrofi
(inondazioni, terremoti e così via) suggerite e immaginate dagli scienziati
del XVIII secolo, quando ancora si credeva che il pianeta vantasse una
storia lunga solo qualche decina di migliaia di anni, non possono certo dare
giustificazione dell'evoluzione terrestre. Allo scopo di essere più chiaro
Walworth, ribadendo il fatto che non ci sono dubbi che la Terra sia stata sconvolta
da radicali e repentine catastrofi, pone alcune domande elementari. Per
esempio, come si possono giustificare i fossili? La spiegazione tradizionale
sostiene che il fossile di un animale si forma poiché il cadavere si solidifica,
una volta completamente sepolto in uno strato di fango protettivo che lo preserva.
Ma, osserva Walworth, quando un animale muore il suo corpo decade
rapidamente o viene divorato dai predatori e quand'anche si depositasse su di
esso uno strato di fanghiglia questa non lo preserverebbe e non ne impedirebbe
la decomposizione. A suo avviso, invece, un fossile nasce in modo repentino,
sepolto dalla polvere e dai detriti di una improvvisa eruzione vulcanica.
In questo quadro anche le ere glaciali possono essere spiegate come prodotto
della emissione nell'atmosfera terrestre di una enorme massa di gas, polveri,
magma e detriti scagliati altissimi nello spazio. Tutto questo materiale
nel momento in cui precipita sulla superficie del pianeta si raffredda trasformandosi
in un “gelido gas letale”, in grado non solo di estinguere la vita su
territori immensi, ma anche di congelare pressoché all'istante esseri di grandi
dimensioni come erano i mammuth. Per Walworth sono dunque le proiezioni
vulcaniche nell'atmosfera ad aver provocato le ere glaciali. Le precipitazioni
nevose, grandemente aumentate, coprono la superficie mentre gli
oceani si svuotano. «Analisi del fondo sottomarino indicano in modo chiaro
che i livelli delle acque si sono mantenuti per moltissimo tempo per centinaia
di metri al di sotto di quelli odierni». In questi momenti, le comunità umane
non possono fare a meno di spingersi verso le coste marine, dove la temperatura
è sempre di qualche grado più benevola che non nelle regioni dell'entroterra.
I grandi ghiacciai, intanto, sollevano i detriti e il magma vulcanico a
grandi altitudini, dando poco alla volta concretezza a formazioni montane,
ma anche a quegli strati geologici misteriosi che tanto avevano affascinato e
incuriosito Donnelly. Poi, mano a mano che l'era glaciale si ritira e il ghiaccio
si scioglie e il livello degli oceani risale, le comunità sono costrette a guadagnare
nuovamente insediamenti posti all'interno rispetto alla costa e situati
a quote più elevate, al fine di evitare la sistematica distruzione delle loro
città da parte della furia sempre più crescente delle acque. Alcuni gruppi si
spingono in altitudine, come per esempio quello che darà origine alla civiltà
di Tiahuanaco. Ecco in che modo molte fra le grandi civiltà costiere del passato
sono andate incontro alla loro fine definitiva...
Ma, viene da chiedersi, se tutto questo è vero, perché queste esplosioni catastrofiche
e tremende non avvengono più ai nostri giorni? Non è del tutto
esatto. Basta pensare a quanto è accaduto nel 1883 a Krakatoa, quando il vulcano
dell'isola è esploso facendola saltare e provocando gigantesche ondate
nell'oceano Pacifico, mentre vapori e ceneri si innalzavano fino a oltre 120
km nell'atmosfera. In ultimo, Walworth segnala ciò che accade sul pianeta
Giove, che ogni 10 anni si scatena in manifestazioni esplosive terrificanti, legate,
a suo dire, a poderosi fenomeni di elettromagnetismo: «Flussi e correnti
turbinose indotte dal movimento del grande pianeta attraverso il vento solare
elettrificato, capaci di surriscaldarne in modo impensabile la superficie».
Trasferendo questa ipotesi alla Terra, consideratene le dimensioni decisamente
più modeste, questo stesso meccanismo potrebbe funzionare anche col
nostro pianeta, provocando eruzioni e sconvolgimenti a intervalli stabiliti,
quelli coincidenti col manifestarsi delle ere glaciali.
Ma al di là di tutto, la parte della teoria di Walworth più contestata è la sua
convinzione che il nucleo interno della Terra non sia affatto una massa fluida
contenente ferro, come ritengono i geologi. Infatti, se l'attività vulcanica è
innescata dall'azione del “vento solare elettrificato” che agisce sul campo
magnetico terrestre inducendo forti sollecitazioni sulla superficie, viene da
immaginare che il cuore del nostro pianeta sia relativamente freddo e solido.
Un giorno, quando la tecnologia riuscirà a mettere a punto trivelle perforatrici
capaci di spingersi sempre più in profondità, Walworth è sicuro che questa
ipotesi troverà finalmente una conferma scientifica. Chissà, viene da commentare.
Considerando la questione dalla parte dell'umanità resta da augurarsi
che Walworth sia in errore, perché, stando alle sue previsioni, nel millennio
in cui ci stiamo inoltrando la Terra verrebbe investita da altre eruzioni
catastrofiche alle quali, come da teoria, seguirebbero ere glaciali, venendosi
a ricreare quelle stesse, identiche condizioni cosmico-planetarie che condussero
alla distruzione di Atlantide.
 
CAPITOLO 2.
OMERO E LA CADUTA DI TROIA.

Si tratta soltanto di due miti?
Anche se Shakespeare è senza dubbio riconosciuto come il più grande e importante
poeta inglese, molti sono i dubbi sulla paternità dei tanti capolavori
della sua carriera letteraria. Nel caso di Omero - il primo immenso poeta della
civiltà occidentale - molti studiosi si sono spinti persino oltre, arrivando
addirittura a dubitare della sua stessa esistenza. Alla voce Chi era Omero? un
testo di storia per bambini intitolato Credi davvero di conoscere le cose? si
esprime in questo modo:
Omero è il poeta che la tradizione ci segnala come l'autore di Iliade e Odissea. In realtà
non disponiamo di alcuna prova che egli sia davvero esistito, sebbene le sue opere siano
state sottoposte a una quantità infinita di test e analizzate con meticolosa attenzione. Tutte
le cosiddette “Vite” di Omero sono dei testi apocrifi. L'unica cosa certa che si può affermare
è che un testo comprendente i due scritti era presente ad Atene negli anni compresi
fra il 550 e il 500 a.C. Secondo la leggenda Omero era cieco, così che i busti che lo
raffigurano ce lo tramandano con gli occhi spenti.
Come può un poeta tanto famoso non essere mai esistito? Un'ipotesi largamente
accettata presuppone che le sue opere siano il frutto dell'attività di più
bardi o rapsodi, che facevano a gara nell'inventare storie sulla guerra e sul
dopo Troia, opere poi messe insieme e raccolte nei due grandi poemi. E la cosa
si complica ancora, perché sono in tanti a ritenere che anche il lungo assedio
alla gloriosa città non sia mai avvenuto storicamente, relegandolo nel
mondo della mitologia, al pari delle strepitose guerre combattute fra gli dèi.
Tuttavia è difficile, per chiunque si sia inoltrato nella affascinante lettura di
queste opere epiche, immaginare che il testo sia nato da una collezione di
sforzi scaturiti da tante mani diverse, da una sorta di comitato letterario.
Esiste una sola fondata ragione per credere che Omero sia esistito per davvero.
Studi comparati hanno dimostrato che i suoi scritti sono stati composti
fra il 750 e il 650 a.C, vale a dire soltanto due o tre secoli prima della cosiddetta
età dell'oro della città di Atene, quella di Platone, Aristotele, Euripide.
In altre parole, un momento ben più vicino al periodo di Platone di quanto
non lo siamo noi quando ci confrontiamo con l'opera di Shakespeare. Inoltre
i cantori greci apprendevano ciò che cantavano con il cuore, tramandando a
memoria migliaia di versi, proprio come sanno fare i loro moderni eredi. Pertanto,
poco contava per loro se un certo Omero si era perso nelle nebbie del
tempo, visto che all'epoca non esistevano ricordi storici. Le memorie degli
stessi bardi erano i ricordi della storia e suona piuttosto
singolare che venisse inventato un misterioso poeta di nome Omero cui assegnare la stesura di
vari poemi; strano quanto immaginare che il famoso Principia di Sir Isaac
Newton possa essere l'invenzione di un gruppo di scienziati.
Da ciò che sappiamo Omero era un poeta cieco, vissuto in Asia Minore
(l'attuale Turchia) attorno al 750 a.C., il quale trascorse la maggior parte della
vita in povertà, girovagando di posto in posto, fino a trovare una briciola
di notorietà nell'isola di Chio. Fra i testi classici spuntano qua e là alcuni
frammenti relativi alla sua vita. Il più generoso sembra essere lo storico Erodoto
(noto con l'appellativo di “padre della Storia”), pure lui nato in Asia Minore
circa due secoli e mezzo dopo.
Ecco che cosa Erodoto narra a proposito di Omero. La madre del poeta era
una povera orfana di nome Criteide. Rimasta incinta al di fuori del matrimonio
era stata costretta a fuggire dall'Asia Minore per rifugiarsi in un posto sito
lungo le sponde del fiume Meles, in Beozia (una regione della Grecia).
Qui, in riva al fiume, aveva dato alla luce un figlio, cui aveva imposto il nome
di Melesigene. Il nome Omero, che significa “uomo cieco” (per altri starebbe
a significare “ostaggio”, “compagno” o “ordinatore” nel senso di colui
che mette in ordine i pensieri) gli venne assegnato dopo. Partorito il figlio, la
donna aveva fatto rientro a Smirne (l'attuale Izmir). Qui per campare affittava
una stanza a un maestro di letteratura e musica di nome Femio,
che innamoratosene l'aveva sposata. Così Omero aveva acquisito un padre putativo
che sapeva tutto di versi e note.
Da giovane Omero era molto bravo a scuola. Alla morte del padre - cui era
seguita quasi subito quella della madre - aveva terminato gli studi con celerità,
diventando in breve una vera celebrità presso i suoi concittadini. Divenne
amico fraterno di un certo Mente, nativo dell'isola di Leucadia (ora
Leukas) nella Grecia occidentale, il quale un giorno gli prospettò l'opportunità
di seguirlo nei suoi viaggi per il mondo, offrendosi di sostenere ogni spesa.
Incapace di resistere alla tentazione di conoscere posti che non aveva mai
visto, Omero era partito con l'amico verso la terra che oggi si chiama Italia.
Ma nel corso di questi spostamenti Omero aveva contratto una tenibile infezione
agli occhi. Così una volta approdati a Itaca - poco più a sud
di Leucadia - la malattia si era fatta così grave che Mente aveva dovuto lasciarlo, affidandolo
alle cure di un uomo di nome Mentore. Fu Mentore a raccontare a
Omero la leggenda di Odisseo (dai Romani chiamato Ulisse. Cosa che faremo
anche noi nel corso di questo capitolo, chiamando personaggi e divinità
col loro nome latino, per noi più familiare di quello greco) e del suo epico e
fantastico viaggio di ritorno dalla guerra di Troia. Purtroppo però Mentore
non fu in grado di curare Omero, il quale decise allora di fare rientro in patria;
giunto nella città di Colofon rimase completamente cieco.
Rientrato a Smirne aveva continuato a dedicarsi alla poesia. Ma ora non c'era
più la scuola da seguire e quindi riprese a girovagare, cosa che fece per tutto
il resto della sua vita. In un luogo chiamato Neon Teichos (Nuove Mura)
era divenuto amico di un costruttore di armi di nome Ticia e recitando versi
per lui, si guadagnava da vivere. Poi la povertà lo aveva di nuovo costretto ad
andarsene. Ciò malgrado, gli abitanti di Neon Teichos
continuarono a ricordarlo con affetto, al punto da commemorare il posto dove era solito recitare
con una lapide. A Cuma, luogo natio della madre (città dalla quale era scappata
per via della gravidanza), Omero trovò ancora la gente molto ben disposta.
Tanto che, pienamente soddisfatto, aveva finalmente deciso di fermarsi,
proponendo al consiglio cittadino di offrirgli un vitalizio in cambio dei suoi
versi e con la promessa che grazie alla sua opera la città sarebbe divenuta ben
presto famosa. Purtroppo uno dei consiglieri si era opposto, sostenendo che
se fosse stato concesso il vitalizio a Omero “il cieco” da quel momento in
avanti Cuma sarebbe diventata meta di tutti i vagabondi del paese. La proposta
fu così respinta. Il poeta si era allora mosso verso Foce, sull'isola di Chio,
dove un sedicente poeta di nome Testoride lo convinse ad accettare uno strano
affare: Omero avrebbe scritto versi per lui e lui, da parte sua, gli avrebbe
fornito alloggio e vitto. Soltanto che, una volta raggiunto il
suo scopo, Testoride lo aveva licenziato, gettandolo ancora una volta in mezzo alla strada.
Non gli era rimasto che riprendere il suo eremitaggio, cantando versi in cambio
di un po' di pane. Qualche tempo dopo, nuovamente in terraferma, aveva
incontrato alcuni mercanti provenienti da Chio, i quali sentendolo recitare gli
dissero che uno dei loro poeti, il sommo Testoride, era solito cantare versi in
tutto e per tutto simile ai suoi. Irritato da quel plagio e dal fatto che un modesto
falso poeta spacciasse i versi di Omero come suoi, si era deciso a ritornare
a Chio per reclamare i suoi diritti. Qui giunto era stato accolto e ospitato
nella sua piccola capanna da un gentile pastore di capre di nome Glauco.
La commovente vicenda della sua disavventura aveva spinto l'appassionato
Glauco ad andare a riferire la storia al suo padrone, affinché potesse aiutare
il povero poeta. Questi, indispettito dal fatto che uno dei suoi pastori fosse
stato preso in giro da un vagabondo, lo aveva duramente ripreso, ma non appena
aveva conosciuto il vate cieco lo aveva ingaggiato all'istante come precettore
dei suoi figli.
Finalmente le disavventure di Omero stavano per finire. Nella città di Chio
divenne una celebrità e quando la verità in merito ai versi di Testoride venne
a galla, il falso poeta fu cacciato con grande scorno. Omero si guadagnò fama
di poeta e aedo, si sposò ed ebbe due figli. Chio divenne così orgogliosa
della sua presenza da arrivare a dire di avergli dato i natali. Poiché la sua fama
si era ormai diffusa per tutta la Grecia, Omero decise nuovamente di
muoversi. Nell'isola di Samo, riconosciuto dalla folla, aveva recitato un ruolo di attore nelle celebrazioni festive, per essere poi ospite nelle case di molti
abbienti. Sulla scia di questo successo Omero decise di far rotta verso Atene,
la grande capitale, ma giunto a Io si ammalò; e morì, probabilmente per
un colpo apoplettico. (Secondo la leggenda sarebbe morto per la frustrazione
provocatagli dal non essere riuscito a risolvere un indovinello propostogli dal
figlio di un pescatore). Ma ormai la sua fama era enorme e non c'era aedo
che non cantasse i suoi versi e le sue canzoni. A Chio i rapsodi fondarono una
scuola detta dei “figli di Omero” - Omerici - ancora più che florida quando
Erodoto aveva scritto queste note sulla vita del grande poeta.
Per quanto gli studiosi invitino alla prudenza, credere che un grande poeta
cieco di nome Omero, nato in Asia Minore, vagabondo fra l'Italia e la Grecia
- forse anche la Spagna - vissuto a lungo a Chio, morto mentre stava viaggiando
verso Atene, non sembra essere una cosa assurda. Come mai la scuola
fondata in suo nome conosceva a memoria ogni suo verso ma nulla sapeva,
né ha tramandato in merito alla sua vita? Davvero strano. E anche le possibili
date in cui questi fatti accaddero sembrano bislacche. Erodoto ritiene
che Omero sia vissuto quattrocento anni prima di lui, vale a dire attorno al
900 a.C. Un altro storico, un certo Crate, lo colloca a circa ottant'anni dal termine
della guerra di Troia (solitamente datata attorno al 1180 a.C. anche se
alcuni studi recenti la spostano al 1250: questione, questa, di cui ci occuperemo
di nuovo fra poco).
Chiunque abbia letto con attenzione i due grandi poemi, non può non essersi
accorto della profonda differenza che li distingue. Sebbene assai più
lunga dell'Odissea, l'Iliade copre una parte soltanto della guerra di Troia -
poche settimane del decimo anno di assedio - ed è colma di episodi di guerra
e violenza. La trama è semplice: l'eroe greco Achille litiga col suo re Agamennone
a proposito del possesso di una giovane e graziosa schiava e in segno
di protesta si rifiuta di partecipare alla battaglia, fino a quando il suo caro
amico Patroclo non viene colpito a morte dall'eroe troiano Ettore. A questo
punto Achille sfida Ettore a singolar tenzone, lo batte, lo uccide e lo trascina
legato al suo carro per tre volte tutto attorno alle mura di Troia. L'Odissea
non è solo più breve, ma alquanto più leggera e lirica. Racconta le avventure
di Ulisse, un eroe greco che, finita la guerra, tenta di fare ritorno alla
sua casa, nell'isola di Itaca. L'autore greco Longino, autore dell'opera Del
sublime, condivide l'idea che la differenza fra le due opere è dovuta al fatto
che la prima venne scritta da Omero in giovane età, mentre la seconda quando
era ormai avanti negli anni. Critici moderni propongono una diversa ipotesi:
in realtà i due poemi furono scritti da due diverse persone. L'Iliade venne
scritta dal poeta cieco di cui Erodoto scrisse la breve biografia; l'Odissea
da un successivo poeta dall'identità sconosciuta. Un esame critico ancora più
attento daterebbe la prima attorno al 750 a.C. e la seconda opera attorno al
700 a.C.
Le diversità intrinseche ai due capolavori sono numerose. Nell'Iliade gli dèi
giocano un ruolo tanto importante quanto gli uomini; interferiscono nelle battaglie
e la dea dell'amore Afrodite (Venere) allontana e salva il suo protetto
Paride nel momento in cui si trova in difficoltà mentre combatte contro Menelao.
Nell'Odissea gli dèi continuano a interferire con la trama, ma le loro
azioni potrebbero benissimo essere eliminate dalla storia di Ulisse senza che
la vicenda ne risenta in modo decisivo. Un solo esempio basti. Quando Ulisse
sta per arrivare a casa e massacrare i Proci, i pretendenti di sua moglie,
compare la dea Minerva (Atena) sotto le sembianze dell'amministratore dei
possedimenti regi. Quando i Proci la scacciano malamente, la dea si trasforma
all'istante davanti ai loro occhi in una rondine che vola via sotto le travi
del tetto. Il lettore si aspetterebbe che un simile evento metta sul chi vive i
pretendenti, fiaccando il loro morale, in attesa che qualcosa di grave debba
accadere. Invece non solo essi sembrano non farci caso, ma si scagliano contro
Ulisse come se niente fosse accaduto. L'apparizione della dea non solo
non serve praticamente a nulla, ma rende l'intera scena assurda. Sembra quasi
che l'Iliade appartenga a un periodo storico diverso, dove gli dèi avevano
ancora una grande importanza; mentre l'Odissea sia stata scritta in un momento
in cui le divinità si erano ormai decisamente staccate dal mondo degli
uomini e servivano più che altro come mero espediente narrativo.
E allora, se l'autore dell'Odissea non è Omero, chi possiamo immaginare
che sia?
Nel 1891 lo scrittore Samuel Butler si pose questo interrogativo. Butler è
noto per il suo romanzo satirico Erewhon, ma sarebbe un errore crederlo soltanto
un autore satirico. Era un pensatore serio e profondo che dedicò una
buona parte della sua vita a contestare la teoria evolutiva di Charles Darwin.
Contrastava soprattutto l'idea secondo cui la mutazione delle specie avveniva
dettata dal caso e che l'evoluzione premiasse soltanto i più adattabili. Per
Butler, Darwin aveva «sfrattato Dio dall'universo», trasformando la creazione
in una grande macchina. Preferiva il punto di vista dei vecchi zoologi come
Lamarck i quali erano convinti che le specie mutavano perché erano loro
stesse, per propria iniziativa, che innescavano il fenomeno del cambiamento.
(Per una visione più ampia del problema vedi il Capitolo 33).
All'età di venticinque anni Butler aveva deciso di scrivere un'opera lirica
intitolata Ulisse. (Era un compositore dilettante, ma bravo, che componeva
nello stile di Handel). Il suo librettista, Henry Festing Jones, voleva ispirarsi
all'opera di Charles Lamb Le avventure di Ulisse, ma Butler era convinto
fosse necessario rileggere l'Odissea, di cui aveva ancora non poche reminiscenze
dal tempo della scuola. E così aveva fatto. Trovando la poesia di Omero
di facile interpretazione, si era dunque messo a tradurre l'opera in prosa.
Mano a mano che procedeva nel lavoro si rendeva conto della strana sensazione
che lo conduceva a riconoscere nell'opera di Omero due diversi momenti.
Mentre l'Iliade raccontava gesta e fatti straordinari di
grandi eroi, l'Odissea, in confronto, si occupava di cose
decisamente più terrene. Insomma,
più che un racconto epico sembrava un romanzo, in cui i veri protagonisti
erano persone normalissime. Una narrazione piena di umanità. L'Odissea inizia
presentando Telemaco, il figlio di Ulisse, che si mette a caccia di notizie
per rintracciare il padre dato per disperso dopo la guerra di Troia. Per avere
qualche informazione utile si reca presso il re Menelao, che vive felice con la
sua sposa Elena di Troia. La scena prettamente domestica ha il tono dell'intimità
più schietta. È in questa atmosfera idilliaca e tranquilla che Telemaco
viene a scoprire che il padre è trattenuto dalla ninfa Calipso.
Ora la scena si sposta sull'isola di Calipso, dove a Ulisse viene concesso di
partire (grazie all'intervento decisivo di Giove). Ma il dio Nettuno, che odia
cordialmente Ulisse, scatena una tempesta che scaglia il povero eroe sulle
spiagge di una terra chiamata Scheria. Naufrago, viene trovato sul litorale
dalla giovane principessa Nausicaa, figlia del re del posto, che lo conduce a
palazzo. E qui, nel giusto tono, Ulisse racconta che cosa gli è capitato dopo
aver lasciato Troia (caduta con l'inganno, da lui escogitato, del celeberrimo
cavallo di legno). A questo punto si inserisce una storia nella storia, una sezione
che costituisce la parte predominante dell'intera opera.
Butler rimase impressionato dalla grande umanità dell'episodio di Nausicaa
e dai molti riferimenti intimistici, confermandosi nell'idea che il poema più
che un racconto epico era un romanzo profondamente umano, che aveva come
protagonisti persone normali. Qualche capitolo oltre, dopo l'incontro coi
Ciclopi, il dio del vento (Eolo) e i cannibali Lestrigoni, Ulisse approda sull'isola
della maga Circe, che muta i suoi uomini in porci. Ed era stato mentre
leggeva i versi dedicati a Circe che Butler era stato colpito da una intuizione:
Circe era un personaggio che non apparteneva alla penna di un uomo, ma di
una donna, per di più, una giovane donna. Una lettura ancora più approfondita
lo convinse sempre di più. Confrontati con i personaggi femminili, quellimaschili sono dei burattini di legno. Sono le donne che hanno il tocco vitale.
Butler osserva inoltre che mentre l'autore dell'Odissea mostra una
profonda conoscenza e una grande sensibilità per le questioni femminili, non
si rivela altrettanto bravo quando deve affrontare quelle maschili, soprattutto
quando parla di pescatori e contadini. Quale marinaio porrebbe mai il timone
sul fronte della nave? Quale uomo di mare potrebbe mai credere che una trave
stagionata possa essere derivata da un albero novello? Oppure ancora che
il vento sibili sul mare? (Fischia sulla terra, per la presenza di ostacoli, ma sul
mare ostacoli non ce ne sono). Quale uomo con un minimo di conoscenza di
pastorizia e agricoltura farebbe mungere le pecore a un pastore prima di mandarle
a nutrire (con le mammelle svuotate) i loro piccoli? Quale uomo di terra
scriverebbe mai che il falco trasporta la propria preda sulle ali? Insomma,
l'autore dell'Odissea incorre in molti errori simili a questi. Butler sostiene
che è per questo che non può essere un uomo, ma una donna e per di più giovane.
Ora, ammesso per un momento che per amore di discussione si accetti l'ipotesi
che l'Odissea sia stata scritta da una donna, una specie di Jane Austen
o Elizabeth Barrett Browing greca, certe cose diventano ovvie. Primo, doveva
disporre di molto tempo libero. Se ai tempi di Jane Austen la figlia di un
vicario di campagna poteva tutto sommato godere di molto tempo libero per
poter scrivere un romanzo, per una donna dell'antica Grecia non doveva essere
così, la vita era piuttosto dura. (Quello di cui i moderni sono convinti è
che la vita nell'antica Grecia fosse estremamente parca e povera, con una
gran parte della gente costretta a vivere con una dieta di olio e verdure, solo
raramente interrotta con qualche pezzo di carne di montone). Dunque, per
una donna poter disporre di tempo libero da dedicare alla scrittura era una cosa
impossibile, salvo che appartenesse all'aristocrazia, una donna che potesse
disporre di servitori che l'accudissero. (Anche se sappiamo che persino la
stessa Nausicaa era scesa alla spiaggia per fare il bucato).
Secondo, una ipotetica Jane Austen greca, proprio come una donna inglese
del tempo, difficilmente avrebbe però potuto disporre di una conoscenza
estesa dei fatti della vita (in quei tempi le ragazze se ne stavano chiuse in casa)
e dunque ci sarebbe da attendersi che come sfondo delle avventure da lei
cantate si ispirasse a quello del suo ristretto contesto di vita. Secondo Butler
tutti i personaggi femminili del poema - Elena, Penelope, la regina Arete (la
madre di Nausicaa) - sono fondamentalmente la stessa persona e lo stesso
può dirsi per gli uomini: Ulisse, Nestore, Menelao e il re Alcinoo (il padre di
Nausicaa). E se, come tutte le giovani narratrici, anche l'autrice
dell'Odissea
si descrive in uno dei personaggi del racconto, ebbene quando abbiamo da
scegliere fra Nausicaa, Circe e Calipso è sulla prima che cade la nostra scelta;
mentre, probabilmente la regina Arete e il re Alcinoo sono le rappresentazioni
dei suoi genitori.
Ma, come abbiamo detto, se la nostra giovane autrice conosceva solamente
il suo piccolo mondo, dove può aver tratto idee e ispirazione per descrivere
in modo tanto convincente i viaggi di Ulisse? Quasi certamente descrivendo
i posti che le erano noti trasformandoli nella terra di Polifemo,
Circe, dei Lestrigoni e così via. In altre parole, se fosse mai possibile risalire con precisione
ai luoghi in cui la nostra autrice “Nausicaa” visse, sarebbe possibile riconoscere
la geografia del poema.
Ora, Nausicaa abitava in una terra chiamata Scheria, parola che significa
“terra che si protende”, vale a dire, stando ad Omero, una penisola che si protende
nel mare, la terra del popolo dei Feaci. Quando il nudo Ulisse approda
alle loro sponde la giovane gli offre cibo e abiti e quindi lo istruisce su come
raggiungere la casa del padre dicendogli: «Troverai la città distesa fra due
porti, collegati fra loro da una stretta striscia di terra». Più oltre, quando i
Feaci hanno ormai condotto Ulisse alla sua patria Itaca, il sempre irato dio
del mare Nettuno fa naufragare anche la loro nave mandandola a sbattere
contro uno scoglio che si erge proprio all'ingresso del porto. Butler si accorse
così di poter disporre di alcune indicazioni importanti sulla
terra di Scheria: si trattava di una penisola che si
protendeva nel mare aprendosi su due
porti collegati da uno stretto lembo di terra, uno dei quali presentava alla sua
imboccatura una grande roccia simile a una nave.
Da quel che si dice nel testo, sembra inoltre che Ulisse raggiungesse la terra
dei Feaci proveniente da oriente, così che il porto avrebbe potuto trovarsi
sul versante occidentale. Recatosi al British Museum, Butler aveva consultato
alcune mappe della Grecia e dell'Italia, alla ricerca di una costa occidentale
che presentasse un promontorio caratterizzato da due porti, uno per lato.
Ne trovò uno soltanto. Era la città di Trapani, sulla costa occidentale della Sicilia.
Studiando più a fondo Trapani e la sua collocazione geografica, Butler
si convinse ancora di più che proprio questa fosse la patria della giovane
Nausicaa. Era il solo porto occidentale - compreso nell'area fra l'Italia e la
Grecia - che rispondesse appieno a quelle caratteristiche. C'era anche una
montagna, il monte Erice, che sovrastava il sito, e nel racconto si narra come
Nettuno avesse minacciato di seppellire la città sotto la massa di una grande
montagna.
Due fra i primi studiosi di storia greca, Stolberg e Mure, dissero di aver
identificato nel monte Erice la terra dei Ciclopi. Mentre lo storico greco Tucidide,
scrivendo nel 403 a.C., già aveva menzionato la Sicilia come probabile
terra dei Ciclopi e dei Lestrigoni. Nell'Odissea ovviamente queste avventure
accadono in luoghi lontani dalla dimora natale di Nausicaa; ma quanto
di più naturale per una giovane scrittrice riportare ai suoi luoghi tutte le avventure
vissute da Ulisse?
Butler pensò che il passo successivo sarebbe stato visitare Trapani. Cosa
che fece nel 1892, trovando la grande gratificazione di riscontrare che ogni
cosa combaciava perfettamente con le sue osservazioni. Certo, all'epoca uno
dei due porti era rientrato nell'entroterra ed era stato trasformato in una salina,
ma era più che evidente che quel sito al tempo di Omero avrebbe benissimo
potuto essere un porto. Per di più, lungo le dolci pendici del monte Erice
a pochi chilometri di distanza, c'era una vasta cavità naturale che i nativi da
tempo immemorabile chiamavano “grotta di Polifemo” e nei pressi dell'ingresso
del porto volto a settentrione si ergeva proprio una grande roccia a forma
di nave. Leggende locali narravano di una nave turca piena di infedeli
mutata in roccia per opera della beata Vergine Maria: ovviamente, una leggenda
sacra cristianizzatasi nel tempo.
A questo punto Butler avvertiva con sempre maggiore certezza di essere nel
giusto. Anche la descrizione di Itaca, la patria di Ulisse, sembrava non corrispondere
affatto a quella reale. Nell' Odissea, Omero la descrive come «alta
sul mare» con un ampio orizzonte aperto verso occidente. La vera Itaca invece
a ovest è quasi completamente “oscurata” dalla vicina e più grande isola
di Samo (oggi Cefalonia). Se però Omero avesse descritto il piccolo isolotto
di Marettimo sito proprio davanti alla bocca del porto di Trapani, allora
le cose avrebbero coinciso assai bene.
Un lungo viaggio in Sicilia convinse Butler che la sua misteriosa autrice,
una donna siciliana, altro non aveva fatto che adattare le fantasiose vicende
del viaggio di Ulisse agli sfondi e alla geografia dell'isola, della terra che ben
conosceva. Lo stesso Ulisse racconta la partenza dall'isola di Citerà, appena
a sud della Grecia, e di come forti venti gli avessero impedito di fare rotta
verso nord per raggiungere l'isola avita e lo avessero invece scaraventato, lui
e i suoi compagni, nella lontana terra dei mangiatori di loto (Lotofagi), che
per molti studiosi sarebbe da collocare nell'Africa settentrionale. Nell'ipotesi
di Butler questa geografia è ben diversa. Ulisse, infatti, puntando verso
nord aveva in vista la Sicilia, aveva cacciato le capre dell'isola di Favignana
(nota agli antichi appunto come l'isola delle capre, o Egusa), quindi era sbarcato
in Sicilia, dove aveva consumato l'avventura con il ciclope Polifemo,
dall'unico occhio che lui e i suoi compagni avevano accecato con un palo appuntito.
Poi erano salpati puntando al nord verso l'isola di Eolo, il dio dei
venti, che Butler identifica con la piccola isola di Ustica. Il sito di Cefalù,
sulla costa settentrionale, corrisponderebbe alla terra dei Lestrigoni, i mangiatori
di uomini. Lo stretto, dimora di Scilla e Cariddi, si trovava invece nella
parte orientale della costa, nei pressi dell'attuale grande città di Messina.
Alla fine di questo periplo, Ulisse aveva incontrato la ninfa Calipso, signora
dell'isola di Pantelleria. Da qui aveva fatto rientro a Trapani - o, meglio, all'isolotto
di Marettimo - l'Itaca di Omero.
Se l'intraprendente Butler fosse vissuto un secolo dopo avrebbe scattato
chissà quante stupende fotografie a colori della Sicilia e ne avrebbe tratto un
prezioso libro, ogni immagine accompagnata da un commento chiarificatore
di spiegazione, con accanto i versi di Omero. In effetti nel suo libro intitolato
The Authoress of the Odyssey (finalmente edito nel 1897), Butler pubblica
anche una dozzina di immagini fotografiche, ma, a essere sinceri, non coglie
l'effetto notevole che avrebbe potuto ottenere utilizzando oggi questo prezioso
strumento. Per questo, riteniamo che per il lettore moderno il modo migliore
per entrare nello spirito delle intuizioni proposte da Butler sia quello,
libro alla mano, di ripercorrere sul posto tutte le tappe da lui segnalate. Bisogna
ammettere che lo slancio e la convinzione che Butler lascia trapelare nelle
sue pagine sono alquanto convincenti; anche se la sezione in cui vengono
descritti i vari luoghi dell'avventura di Ulisse lascia un poco a desiderare.
Manca, come dire, di “grinta”. La nostra idea è che Butler fosse un po' avvilito
dallo scetticismo generale da cui era circondato in questa impresa e dalla
violenta reazione di non pochi studiosi che avevano incominciato a controbattere
alla sua ricerca con vari pamphlet. Per esempio, il celebre professor
Jowett di Oxford, vera autorità negli studi su Platone e suo traduttore,
confessò candidamente di non aver neppure dato una rapida occhiata ai libri
che Butler gli aveva inviato e almeno una dozzina di editori respinsero la pur
pregevole traduzione dell'Odissea proposta da Butler. Stando così le cose,
non sembra neppure strano che alla fine, stanco e sfiduciato, Butler non riuscisse
più a trovare l'energia per riuscire a rendere convincente, come tutte le
altre, anche la parte della descrizione geografica.
Il risultato che egli ottenne è comunque egualmente notevole. Al tempo in
cui scriveva questo libro, la maggior parte degli accademici non metteva neppure
lontanamente in dubbio l'ipotesi che Omero non fosse l'unico autore di
Iliade e Odissea. Oggi, le parti si sono invertite e sono in pochi a restare di
questa idea. Certo Butler non è preciso nelle datazioni: era convinto che fra i
due capolavori ci fosse al massimo uno stacco di un secolo e che l'Odissea
fosse stata composta attorno al 1050 a.C. Ma all'epoca non disponeva di alcuno
dei moderni mezzi investigativi e neppure delle conoscenze archeologiche
di cui, al contrario, possono godere i ricercatori d'oggi. E a proposito della
tesi portante e sconvolgente che l'opera sia stata scritta da una donna, crediamo
siano pochi i lettori che seguendo, Odissea alla mano, le sue acute osservazioni
si sentano di contraddirlo su questo punto. Dopo aver assistito a
una conferenza tenuta da Butler presso la Fabian Society in cui si esponeva
la teoria della scrittrice donna come autrice del capolavoro, il grande George
Bernard Shaw ammise che, malgrado la iniziale riottosità, il seme gettato da
Butler aveva fruttificato, al punto che, lasciata decantare l'idea, ripresa la lettura
dell'Odissea in questa prospettiva gli era subito scappato di dire: «Ma
certo! Questa è opera di un animo femminile!».
Un altro grande scrittore e studioso che condivide questa ipotesi è Robert
Graves, ispiratosi all'idea nel suo racconto La figlia di Omero. Si immagina
che la storia venga narrata dalla principessa Nausicaa, la quale racconta della
scomparsa del fratello a seguito di una violenta lite con la moglie. Tutti
avevano immaginato si fosse rifugiato altrove. In realtà, il poveretto era stato
assassinato da un amico infedele. Ad un certo momento il
padre, il re Alfeide, aveva deciso di andarlo a cercare,
assegnando l'incarico dell'impresa
allo zio Mentore. Frattanto i numerosi pretendenti alla mano di Nausicaa si
erano fatti sempre più spavaldi, in tutto e per tutto simili
ai Proci, i pretendenti di Penelope, e avevano occupato il
palazzo con la forza. Ma un giorno,
mentre la giovane e le sue ancelle erano intente a stendere il bucato sulla riva
del mare, si erano imbattute in un uomo nudo reduce da un naufragio. Si
trattava di un nobile cretese di nome Etone. Innamoratosi di Nausicaa sarà lui
a sposarla, eliminando tutti gli altri arroganti pretendenti. Nausicaa poi pone
mano alla redazione dell'Odissea, in cui con grande abilità e sensibilità fonde
liberamente storia e leggenda. Il merito di questo romanzo è riconoscere
validità e credibilità alle teorie proposte da Butler. Purtroppo, La figlia di
Omero è uno dei libri meno conosciuti di Graves; una ricostruzione della Sicilia
attorno all'800 a.C. meritevole di essere letta, al pari di un'altra sua opera
dal titolo Io, Claudio.
Altra interessante appendice alla teoria di Butler è che James Joyce utilizzò
la sua traduzione dell'Odissea come base per il suo capolavoro Ulisse.
In definitiva, per sintetizzare questa parte di argomentazioni, possiamo dire
che, qualora l'Odissea sia opera di una sola persona - e non, come alcuni credono,
il prodotto assemblato dell'apporto di più cantori - ebbene, l'idea che
sia stata scritta da una donna non è affatto strampalata né assurda.
Passiamo, adesso, al secondo degli interrogativi del titolo di questo capitolo:
l'assedio della città di Troia è accaduto veramente oppure siamo soltanto
al cospetto di un mito? Dopo tutto è ovvio immaginare che se l'Odissea con
i suoi mostri dall'unico occhio, rocce semoventi, uomini trasformati in porci
è comparabile a una fiaba, l'Iliade con i suoi dèi ogni momento tirati in ballo come protagonisti delle azioni belliche assieme con gli eroi, è soprattutto
un'epopea mitica.
Ripassiamo la trama velocemente. Stando alla tradizione greca, per la gran
parte basata sul racconto di Omero, la storia si sviluppa secondo questo canovaccio.
Il principe Paride (o Alessandro), figlio di Priamo re di Troia, mentre
si trova ospite presso la corte di Menelao re di Sparta, si innamora follemente
della di lui sposa, Elena, celeberrima per la sua straordinaria bellezza.
Elena era figlia di Giove (Zeus) e di una principessa di nome Leda, che il
possente dio aveva sedotto assumendo le sembianze di un cigno. Molti erano
stati i principi e i re che avevano richiesto la sua mano, prima che accettasse
la proposta di Menelao. Così quando l'ingrato Paride - lei consenziente o no,
non sappiamo - l'aveva rapita, il giustamente irato Menelao era corso a chiedere
consiglio e aiuto al potente fratello Agamennone, sovrano di Micene
(dovendo attraversare il mare, dal momento che le strade percorribili praticamente
non esistevano). In breve un'armata di novanta navi era stata allestita
per salpare verso Troia; fra i principi in partenza c'erano anche alcuni dei respinti
pretendenti di Elena.
Troia o Ilio era una fiorente città la cui ricchezza si fondava sul commercio
(al pari di Micene, che era così ricca da essere conosciuta come “Micene la
dorata”). Una delle sue attività principali era l'allevamento dei cavalli. È importante
ricordare che all'epoca il mare Mediterraneo pullulava di pirati, al
punto che ci si poteva avventurare soltanto se ben protetti o scortati. Troia
era arroccata circa un miglio verso l'interno, ma disponeva di baluardi sparpagliati
un po' ovunque, di mura ciclopiche e torri difensive. Nei
tempi antichi la pace era un bene molto raro. La prima cosa che gli uomini riunitisi
in comunità sembra abbiano fatto è stata proprio quella di attaccare briga
con i gruppi vicini, così che anticamente le parole “nazione pacifica” si può
dire costituissero una contraddizione in termini. È stato soltanto in tempi relativamente
più recenti - dal 1700 in avanti - che le regole della Storia sono
mutate e le guerre, divenute costose e troppo distruttive, hanno incominciato
a lasciare maggiore spazio a periodi più o meno lunghi di pace (per approfondire
meglio questo argomento, vedi Criminal History ofMankind del
1984).
Dunque i Greci attaccando i Troiani si erano trovati nella condizione del falco
che attacca una tartaruga. Non si trattava di un normale, tradizionale assedio:
nessuna città antica avrebbe potuto resistere a un assedio lungo dieci anni,
come invece fece Troia. La piana davanti alla città era ventosa e scoperta
così che i Greci avevano deciso di accamparsi in un luogo protetto compreso
fra due piccoli promontori, erigendo un vallo a ulteriore difesa. I Troiani potevano
contare su alleati sparsi in ogni angolo dell'Asia Minore sempre pronti
a rifornirli di ogni necessità. Insomma, possiamo dire che piuttosto che un
vero e proprio assedio la guerra si era trasformata in una lunga, interminabile
serie di attacchi e contrattacchi.
Ma nel decimo anno di guerra era successo qualcosa, Troia era caduta ed era
stata distrutta, tutti gli uomini massacrati, le donne e i bambini ridotti in
schiavitù. Stando al racconto di Omero, ad un certo punto Ulisse aveva proposto
lo stratagemma del cavallo di legno. Un'immensa costruzione all'interno
della quale avevano segretamente trovato posto gli armati greci, dopo
aver fatto finta di aver preso finalmente il mare per tornare a casa. Credere a
un simile epilogo è strano, è pressoché certo trattarsi di una geniale invenzione
dell'autore (o, come abbiamo visto, dell'autrice).
La storia della ricerca dei resti storici della città di Troia costituisce una delle
pagine più affascinanti dell'archeologia e le conclusioni a cui si è approdati
sono certamente più gratificanti di quelle relative alla autentica identità
di Omero.
Si può dire che la storia inizi nel 1829, quando un bambino di appena sette
anni che si chiama Heinrich Schliemann, per Natale riceve in dono la copia
di un libro intitolato Storia universale di Jerrer. Inizia nel momento in cui,
con gli occhi sgranati, osserva affascinato un disegno che raffigura la città di
Troia in fiamme; dentro di sé immagina impossibile che mura tanto possenti
possano essere scomparse del tutto dalla faccia della Terra. In quel momento
decide che un giorno da grande se ne sarebbe occupato seriamente. Il padre,
un prete nella campagna del Neu-Buckow, in Germania, aveva dovuto lasciare
l'incarico sotto l'accusa di essersi indebitamente appropriato delle elemosine
dei fedeli. A quattordici anni, Heinrich trova un posto di commesso in
una drogheria. Una improvvisa tubercolosi lo costringe a lasciare ogni cosa e
a imbarcarsi come mozzo su una nave in rotta verso il Sudamerica. A seguito
di un naufragio si ritrova a Amsterdam, dove si impiega e impara l'inglese.
A trentadue anni viene a sapere della morte del fratello in California e decide
allora di raggiungere l'America per reclamare la sua parte di eredità.
Non poteva scegliere momento migliore per partire: in America è appena
scoppiata la febbre dell'oro. Anche Schliemann riesce ad arricchirsi e può finalmente
programmare la spedizione alla ricerca di Troia. Accompagnato da
una studentessa greca di appena sedici anni, che diventerà sua moglie, si imbarca
con destinazione la costa settentrionale della Turchia per dare inizio alla
sua ricerca.
Molti studiosi erano concordi nel ritenere che i resti della città potessero trovarsi
sotto una collina nei pressi di Bumarbashi, a circa tre ore di viaggio dalla
costa. Schliemann non era d'accordo. Iliade alla mano sapeva, così come
raccontava Omero, che i suoi eroi andavano e venivano dalla costa alla città
anche più volte al giorno. Per lui il sito più probabile doveva essere la collina
di Hissarlik nell'attuale Turchia, a meno di un'ora dal mare. (E probabilmente
nei tempi antichi le acque si spingevano molto più addentro).
Si tratta di una scelta felice, tipica della prodigiosa fortuna che aveva sempre
assistito Schliemann. Ottenuti i permessi per scavare, inizia a lavorare nel
1871, utilizzando un folto gruppo di lavoratori. Sin da subito incominciano a
emergere i resti di una cittadella di circa cento metri di diametro, databile al
tempo di Roma. Subito sotto ecco comparirne un'altra e poi un'altra ancora
e ancora una e così via. Esaltato e sicuro di essere sulla
buona strada, Schliemann dà ordine ai suoi uomini di scavare
una sorta di pozzo che scenda il più
possibile e velocemente in profondità fino a raggiungere lo strato basale di
roccia. Alla fine, sono ben nove le città che rivelano, una sopra l'altra, i resti
perduti della loro gloria.
Dodici anni dopo Schliemann è in grado di annunciare al mondo di aver
portato alla luce la gloriosa città di Priamo con tutti i suoi tesori che, per chissà
quale singolare ragione, egli era convinto fossero ancora conservati sul posto.
(Non si riuscì mai a spiegare come mai i Greci vincitori non li avessero
trafugati, dopo aver distrutto la città e massacrato i suoi abitanti). Nella sua
autobiografia, il grande archeologo racconta l'affascinante storia di come, attraverso
il foro di una parete, riuscisse a scorgere il luccichio di un vaso di
bronzo e avesse atteso la pausa per il pranzo dei suoi lavoranti - che temeva
potessero sottrarre ogni cosa - per mettersi lui stesso con la moglie a scavare,
scoprendo alla fine un vero e proprio tesoro di prezioso vasellame e gioielli.Ritrovamenti che lo resero famoso in tutto il mondo.
Esiste, comunque, un seguito poco piacevole alla sua storia. Quando nel
1972 il professor William Calder, dell'Università del Colorado, si mise a raccogliere
tutto il materiale biografico disponibile legato alla figura
di Schliemann venne fuori, non senza sorpresa, che si trattava di un mitomane di prima
categoria. Per esempio, il racconto dell'invito ricevuto dal presidente degli
Stati Uniti durante la sua prima visita nel paese era frutto di mera invenzione,
lo stesso dicasi per l'affermazione, smentita, che si trovasse a San
Francisco la notte di maggio del 1851 in cui un terribile incendio aveva distrutto
mezza città. Venne fuori che si era costruito una fortuna imbrogliando
i banchieri a cui vendeva la polvere d'oro e che anche la storia del ritrovamento
in un colpo solo del tesoro era fasulla: in verità lo aveva trovato poco
alla volta e in un lungo periodo di tempo, tenendolo ben nascosto agli altri
compagni di avventura, che erano un pascià turco e un americano di nome
Frank Calvert. In poche parole, la ricerca di Calder ha
dimostrato che Schliemann era un gran pezzo d'imbroglione;
tuttavia ciò non toglie che fu anche
uno degli archeologi più acuti e intuitivi della storia.
In realtà, la sua impresa più straordinaria fu quella di scavare e portare alla
luce a Micene, nel sud della Grecia, la reggia di Agamennone, il re dell'Età
del Bronzo che aveva guidato la spedizione bellica a Troia.
Anche qui Schliemann portò alla luce importanti tesori, dimostrando ancora una volta che
in fatto di archeologia la sua intuizione era veramente unica.
Analogo successo colse a Tirinto, la città natia del re
Diomede (un altro potente eroe omerico),
quando nel 1884 alcuni scavi portarono alla scoperta di finissimi esempi
di arte databile alla Età del Bronzo.
Nel 1889 Schliemann fa ritorno alla collina di Hissarlik e riparte alla conquista
di Troia. Ciò che fa emergere dal terreno nel 1890 è al tempo stesso eccitante
ma anche deprimente. Attorno al cumulo archeologico, ben oltre i
confini di quella che lui riteneva la città di Troia cantata da Omero, scopre
numerosi reperti di una civiltà che non può che essere micenea. La conclusione
è ovvia: quella non poteva essere la Troia che andava cercando. L'anno
dopo un collasso lo stronca mentre sta camminando per la strada e la morte
gli impedisce di cogliere altri successi e di mettere in atto altri ambiziosi piani
di ricerca.
Non c'è alcun dubbio che Schliemann sia riuscito a dimostrare l'esistenza
storica di Troia; d'altro canto, nella zona era l'unica grande città. Ma, fra le
nove realtà che gli scavi avevano riportato alla luce, qual era veramente l'autentica
Troia? Per Schliemann doveva essere la seconda a partire dal basso
perché mostrava evidenti tracce di incendio, tanto che, al fine di raggiungerne
i resti, aveva dato ordine ai lavoranti di procedere senza andare troppo per
il sottile attraverso i sette strati archeologici sovrastanti. Solo in un secondo
momento capì che la sua Troia era di circa mille anni più antica; ma era troppo
tardi, dal momento che con quei suoi metodi brutali aveva provocato una
vasta distruzione proprio della città che stava cercando. E allora l'interrogativo
ritorna: quale delle altre otto città era dunque Troia?
Wilhelm Dorpfeld, stretto collaboratore di Schliemann, continuò il suo lavoro.
La scoperta del grande edificio - forse una sala regale - contenente resti
della civiltà micenea gli offrì l'elemento mancante. Indicava che le mura
della città cantata da Omero si estendevano bel oltre i confini della collina di
Hissarlik. Così che quando Dorpfeld aveva scavato nel fronte sud del grande
tumulo, erano venuti alla luce i resti di mura ciclopiche, che mai Schliemann
aveva rintracciato. Quelli, la sesta serie a partire dal basso, erano i resti della
Troia che tutti cercavano. Quelle mura presentavano una lieve pendenza verso
l'interno, proprio come Omero descriveva nell'Iliade (Patroclo aveva persino
provato a scalarle) e in mezzo spiccava una torre che, fatte le debite proporzioni,
avrebbe potuto elevarsi per circa trenta metri, anche se si presentava
ormai ridotta a poco più di mezzo metro. Sul muraglione orientale c'erano
tracce di una porta e i resti di un'altra torre, costruita con blocchi di calcare.
All'interno delle mura vennero alla luce le fondamenta di
cinque grandi dimore e Dòrpfeld dedusse che la cittadella doveva innalzarsi secondo una
architettura a cerchi concentrici. Dal momento che “Troia 6” misurava soltanto
200 per 150 metri, l'impressione che ne derivava doveva essere molto
simile a quella di un torreggiante castello medievale. Ecco perché i Greci
avevano tanto faticato per prenderla con l'assedio. Con un po' di fantasia la
possiamo immaginare incombere sulla piana liscia dello Scamandro, proprio
come l'attuale Mont Saint Michel domina con le sue torri maestose le paludi
della Bretagna.
La seconda formidabile serie di scoperte relative all'archeologia del Mediterraneo
la dobbiamo a un altro grande archeologo, l'inglese Arthur Evans,
che iniziò a scavare nei pressi della città di Eraklion, nell'isola di Creta, nel
1900 portando alla luce importanti resti del celebre palazzo di Cnosso, annunciati
come le vestigia del leggendario palazzo reale del re Minosse. Secondo
la leggenda ellenica, Pasifae, la moglie del sovrano, si era invaghita di
un toro e ne era rimasta ingravidata, dando alla luce un mostro chiamato Minotauro,
un essere per metà toro e per metà uomo. Ogni anno il Minotauro
pretendeva gli venisse riconosciuto dalla città di Atene il tributo di sette ragazzi
e sette ragazze che dovevano essere introdotti nella sua dimora, un intricato
labirinto. L'eroe greco Teseo, giunto a Creta in qualità di giovane da
sacrificare, penetrato nel labirinto era riuscito a uccidere il Minotauro e quindi
a fuggire dal labirinto stesso grazie al prezioso aiuto di un filo che lo aveva
guidato, donatogli dalla figlia di Minosse, la bella Arianna. Gli scavi di
Evans portarono alla luce stupendi affreschi in cui erano raffigurati giovani
di ambo i sessi intenti a compiere difficili esercizi ginnici sulla groppa di tori
dalle grandi corna, indicando che il culto per questo animale poderoso era
quello prevalente nell'isola. Il palazzo era intricato e simile a un labirinto,
con simboli di doppie asce, dette labrys. Insomma, il sospetto che la leggenda
di Teseo e del Minotauro rispondesse a una verità storica divenne poco a
poco certezza, confermando, inoltre, che se così fosse stato, anche il mito
della conquista di Troia avrebbe potuto avere una base storica.
Una delle più importanti scoperte compiute da Evans a Cnosso fu un gruppo
di tavolette incise con segni simili a geroglifici, in realtà due diversi tipi
di scrittura, il cosiddetto Lineare A e B. Per Evans si trattava della sconosciuta
scrittura cretese, fatto che avrebbe provato che quella civiltà non derivava
affatto da quella greca, ma era autoctona. Invece il Lineare B, decifrato
nel 1952 da Michael Ventris, a undici anni dalla morte di Evans, si rivelò essere
una forma primitiva di greco. (Il Lineare A continua a restare indecifrabile).
Inoltre, alcuni nomi identificati nei testi del Lineare B corrispondevano
a molti di quelli citati da Omero.
Il punto di vista e i convincimenti di Evans dominarono l'archeologia moderna
per molti anni. Ma non tutti, ovviamente, erano d'accordo con lui. Per
esempio, Carl Blegen, un ricercatore americano. I lunghi scavi da lui condotti
negli anni Venti lo avevano convinto che i Greci erano stati per un lungo
periodo i soli dominatori del Mediterraneo, a cominciare almeno dal 1900
a.C. Nel 1932 Blegen diede il via a una nuova serie di scavi sulla collina di
Hissarlik, finalizzati, grazie anche all'utilizzo delle tecniche più moderne
(fondate soprattutto sulla datazione dei reperti ceramici), alla datazione di
tutti i livelli e alla loro approfondita conoscenza.
Secondo Blegen, lo strato più basso risaliva al IV millennio a.C. (3600 ca.).
Ma quando si era trovato a analizzare “Troia 6”, quella che Dòrpfeld aveva
ritenuto la città cantata da Omero, arrivò a una conclusione diversa: quella
rocca non era stata distrutta da un incendio, ma da un terribile terremoto. Le
mura erano crollate e in un punto si poteva notare uno slittamento delle fondamenta.
Insomma, forse anche questa Troia poteva non essere quella omerica,
distrutta dal re Agamennone. Giunto sul posto nel 1935, Dòrpfeld aveva
convenuto sulla ipotesi proposta da Blegen, il quale datò “Troia 6” attorno al
1260 a.C., vale a dire dieci anni prima di quanto aveva fatto lui.
Ma giunto al successivo livello, indicato in sigla come 7a (poiché si era imbattuto
in una serie pressoché infinita di strati e sottostrati, fino ad arrivare a
contarne cinquantuno), Blegen aveva trovato qualcosa di veramente promettente.
A questo livello era emersa una città di capanne; laddove un tempo si ergevano
abitazioni nobiliari, si erano sovrimposti dei semplici “bungalow”. Era
come se tutta la gente che normalmente viveva fuori dai confini di Troia si
fosse raggruppata all'interno della città, facendo esattamente ciò che ci si
aspetta debba accadere nel corso di un assedio. Fra i tanti edifici Blegen ne
portò alla luce uno da lui battezzato “snack bar”, un locale dove si spacciavano
panini e bevande. (In proposito Blegen fantastica nell'immaginare gli eroi
omerici frequentare questo locale, per trovare qualche sollievo dopo una battaglia).
In aggiunta, proprio questa Troia mostrava evidenti segni di incendio.
Tra i reperti erano venuti alla luce crani schiacciati, scheletri carbonizzati e
una punta di freccia. Abbandonato ogni dubbio, Blegen si era così sentito autorizzato
ad annunciare al mondo: «Il sacco di Troia è una realtà storica!».
Ma c'era una forte obiezione a questa pur accreditata ipotesi. Se la città di
capanne identificata da Blegen era la vera Troia di Omero e se le mura erano
crollate in epoca precedente a causa di un terremoto, come mai i Greci avevano
così tanto faticato per conquistarla? Un approfondimento bastò a rispondere.
Anche se le antiche mura erano crollate, il loro cerchio tutto attorno
al margine della città si era mantenuto intatto, continuando a presentarsi
come un formidabile ostacolo. Molti alla fine si convinsero che Blegen aveva
trovato la Troia dell'Iliade.
Ma forse era ancora troppo presto per cantare vittoria e altre obiezioni presero
a circolare. In quella che veniva chiamata “Troia 6” si notavano evidenti segni
di incendi, cosa che Dòrpfeld aveva già osservato all'inizio del secolo. Per
di più le capanne, fra cui anche il cosiddetto “snack bar”, erano state costruite
laddove un tempo sorgevano degli edifici nobiliari e l'Iliade pullula di donne e
uomini di nobile lignaggio. Insomma, lo scenario di “Troia 6” - la Troia distrutta
dal terremoto - ben si adattava ad essere quella assediata dai Greci. Una
volta caduta, tutti i suoi nobili erano stati uccisi o deportati; ecco come mai le
loro dimore erano state sostituite da altre, popolari e modeste.
Nella considerazione delle diverse ipotesi non è da escludere che la Troia di
Omero sia stata distrutta da un terremoto. Qualcuno ha persino sottolineato
che la leggenda del cavallo altro non sarebbe che un ricordo
folcloristico, mitico, di questo avvenimento. Il dio del mare
Nettuno (Poseidone) veniva sovente
venerato sotto la forma di un cavallo ed era considerato il signore di
questi nobili animali. Ma era anche il dio del terremoto. Supponiamo che un
terribile terremoto sia sopraggiunto proprio al decimo anno d'assedio, facendo
crollare le mura e radendo al suolo le case nobiliari all'interno della cittadella.
Perché non immaginare che gli astuti Greci approfittassero dell'occasione
per dare l'assalto alle mura, ora più accessibili, per conquistare la città,
magari anche ricorrendo all'uso di una macchina da guerra in forma di cavallo?
Una cosa che sappiamo per certo è che molti dei luoghi natii degli eroi greci
più illustri - Agamennone, Nestore e Diomede - furono devastati circa un
secolo dopo (1200 a.C.) da un'improvvisa ondata di razziatori passati alla
storia come “popoli del mare”, così che la civiltà achea venne messa in ginocchio
subito dopo la caduta di Troia. La scrittura, così come la intendiamo,
non esisteva ancora, fatta eccezione per le tavolette di argilla graffite
(che comunque, purtroppo, venivano utilizzate solo per tenere conti e redigere
contratti e non per scrivere opere letterarie), tuttavia il ricordo della storia
di Troia e della sua caduta restò nella memoria e nei canti degli aedi. Poi
i secoli si erano succeduti e la civiltà del Mediterraneo era piombata in
un'età oscura. Finalmente era comparsa la scrittura come la conosciamo -
con carta e inchiostro - e le grandi saghe epiche erano state trascritte. Oltre
all'Odissea e all'Iliade, se ne ricordavano altre, come la Tebaide, in cui si
narra l'assedio della città di Tebe; la Cipria, che racconta il rapimento di
Elena da parte di Paride; ma anche altre opere epiche di natura comica come
Mar gite (il cui protagonista è un folle) e la Batrachomyomachia, ovvero
la battaglia fra le rane e i topi. Tutte opere attribuite a Omero. Assodato però
che la datazione della scrittura in Grecia risale a circa il 650 a.C. ciò vorrebbe
dire che il grande poeta sarebbe vissuto ben sei secoli dopo la caduta
di Troia.
Considerate tutte queste osservazioni, corre obbligo riconoscere che non
sembra esistere anche la pur minima prova che la caduta della Troia descritta
da Omero sia realmente e storicamente avvenuta. Certo, Schliemann disse
di aver trovato i gioielli di Elena e la maschera funebre di Agamennone e
Blegen annunciò al mondo accademico di aver riportato alla luce il palazzo
reale di Nestore a Pilo. Ma, come sappiamo, si trattava di pie invenzioni, di
sicuro nel caso di Schliemann. Tuttavia, la conferma che la guerra di Troia ed
i suoi relativi eroi non erano solo frutto di fantasia doveva arrivare da una
fonte del tutto inaspettata.
Nel 1834 un giovane viaggiatore francese di nome Charles Texier stava spostandosi
attraverso la Turchia centrale, quando aveva sentito parlare di alcune
imponenti rovine dei pressi del centro di Bogazkòy. Recatosi sul posto
aveva potuto ammirare straordinari e giganteschi reperti, mura ciclopiche e
bellissimi edifici ornati con demoni alati e geroglifici indecifrabili. Da quel
giorno ci volle quasi un secolo per capire che si trattava di ciò che ancora era
rimasto di un potente impero che aveva esteso il suo dominio dall'Asia Minore
alla Siria, il regno di un popolo passato alla storia col nome
di Ittiti, fieri conquistatori anche dell'impero babilonese.
Questa potente civiltà, come la
civiltà greca, era crollata attorno al 1200 a.C., ma solo due secoli prima era
stata la più grande nazione del Medio Oriente. Il periodo che aveva visto la
caduta di Troia era stato anche quello della lenta disgregazione della potenza
ittita e poiché, in pratica, tutta l'Asia Minore faceva parte dell'impero, si poteva
dedurre che anche Troia fosse parte di questa civiltà.
Le rovine visitate da Texier erano quelle di Hattusas, la grande capitale dell'impero.
Gli scavi compiuti fra il 1906 e il 1908 dall'archeologo Hugo Winkler portarono alla luce una vasta biblioteca di tavolette di terracotta, in parte
incise in scrittura ittita in parte accadica, il linguaggio in uso presso gli ambienti
diplomatici del tempo. Decifrate nel corso della prima guerra mondiale
le tavolette rivelarono un'intensa attività di politica estera, del tutto degna
dei nostri ministeri degli Esteri, segno che la politica, diciamo così, internazionale
degli Ittiti era molto intensa.
La decrittazione di questi importanti documenti gettò nuova luce sulle civiltà
del Medio Oriente. Si venne a sapere, per esempio, che alla morte del
faraone egiziano (avvenuta nel 1360 a.C.) Tutankhamon (assassinato con un
colpo alla testa alla giovane età di diciotto anni), la vedova, Enhosnamon,
aveva scritto al sovrano degli Ittiti, Suppiluliumas, invocando un nuovo consorte.
All'ambasciatore ittita mandato dal re, la regina egizia aveva mostrato
una serie di tavolette sulle quali erano riportati contratti e accordi commerciali
e politici che i reggenti dei due popoli, della terra d'Egitto e di Hatti (la
terra degli Ittiti), avevano contratto nei tempi passati. La cosa aveva convinto
il re ittita della buona fede della richiesta, così aveva inviato alla regina il
giovane principe Zannanza. Peccato che nella vicenda si era intromesso Ay, il
sommo sacerdote egiziano, il quale accampando pretese sulla vedova aveva
fatto uccidere il povero nobile ittita, provocando un incidente diplomatico.
Tutta questa intrigante storia compare in una serie di tavolette appartenute al
re ittita Mursilis II, figlio di Suppiluliumas.
Fra queste incredibili testimonianze non poteva forse trovarsi anche qualche
riferimento a Troia e alla civiltà micenea? Nel 1924 lo storico elvetico Emile
Forrer rese noto di aver rintracciato un importante riferimento a una nazione
chiamata Ahhiyawa, sita da qualche parte ad occidente, che egli aveva
identificato come la “terra di Acaia”; anche Omero chiamava i Greci Achei o
Achaiwoi. Sebbene le sue ipotesi siano state confutate dal filologo Ferdinand
Sommer nel 1932 nel suo libro The Ahhiyawa Documents, resta indubbio il
fatto che le suggestioni proposte da Forrer continuano a essere affascinanti.
Nel 1963 alcuni scavi condotti nel sito di Tebe (un centro a nordest di Atene)
hanno portato alla luce altri documenti ittiti ascrivibili sempre a questa
particolare epoca storica. Abbastanza curiosamente, uno di questi scritti su
tavoletta apparteneva a quello che potremmo oggi definire l'ufficio del ministero
degli Esteri ittita ed era indirizzato al sovrano di Ugarit, grande centro
nel nord della Siria. Vennero trovati anche sigilli babilonesi, trafugati nel
tempio di Marduk, saccheggiato dagli Assiri attorno al 1225 a.C. Sembra di
poter dedurre che gli Assiri, che in quel momento stavano guadagnando sempre
più autorità ed erano nemici giurati degli Ittiti, considerassero invece i
Greci come preziosi alleati. Quindi è pressoché assodato che gli Ittiti ben conoscevano
la civiltà greca (fatto negato da alcuni degli oppositori di Forrer).
In alcune tavolette vergate in Lineare B la Grecia viene chiamata Achaiwia,
un nome che suona molto simile e vicino alla forma ittita Ahhiyawa.
Ciò che è emerso dalle testimonianze scritturali ittite è che gli Ahhiyawani
tenevano sotto stretto controllo una buona fetta del territorio costiero dell'Asia
Minore. Qualche centinaio di chilometri a sud di Troia si ergeva, per
esempio, la florida città greca di Mileto, già nota come Milatos, poi riconosciuta
a livello geografico come Milawata. E poiché le testimonianze ittite affermano
che la terra di Ahhiyawa stava “al di la del mare” rispetto a Mileto,
tutto sembra convergere nel riconoscere trattarsi di “Achaiwia” o Achea, vale
a dire la terraferma costituente la nazione greca. Da quel che si sa, le relazioni
fra i greci mileti e gli Ittiti erano buone e amichevoli, sebbene nel 1315
a.C. la città venne messa a ferro e a fuoco dagli stessi Ittiti a seguito di una
qualche ignota questione.
Sempre dalle tavolette incise, veniamo a sapere che attorno al 1260 a.C. il
re dei Greci aveva avuto a che fare con gli Ittiti in relazione a una città del
nord chiamata Wilusa. Ci è noto che anticamente i Greci erano soliti chiamare
Ilio la città di Troia, da cui “Wilios”. E, guarda caso, il 1260 a.C. potrebbe
proprio coincidere con la data approssimativa della spedizione greca contro i
Troiani. Proprio all'incirca in questo periodo, il re ittita Hattusilis si lamenta
con gli alleati greci per la devastazione, a opera del nemico assiro, di una
città che chiama Carchemish.
Circa dieci anni dopo il sovrano ittita scrive a quello greco,
indirizzandoglisi coll'appellativo di fratello. Dallo scritto
pare di dedurre che questo fratello
ellenico abbia procurato dei guai agli Ittiti. La storia tramandata suona così: il
fratello del sovrano greco, un uomo di nome Tawagala, si era unito alla ribellione
della città di Arzawa, sita in una regione a nordest di Mileto, attaccando
la guarnigione ittita ivi stanziata. Per tutta risposta il re ittita aveva marciato
con il suo esercito su Mileto, ma l'aveva ormai trovata vuota perché i ribelli
se n'erano già andati. Se n'era indispettito, ma non aveva potuto fare altro che
tornarsene a casa. Irritato, ne aveva data notizia al re greco, con ciò segnalando
un atto di sudditanza, visto che, probabilmente, in quel periodo storico erano
proprio i Greci la maggiore potenza dell'area del mare Mediterraneo. Per
molti studiosi il re greco a cui quello ittita si rivolge sarebbe Agamenone,
mentre il fratello ribelle corrisponderebbe a Eteocle; se venisse mai fuori che
Agamennone aveva per davvero un fratello con tal nome ogni tessera dell'incastro
andrebbe perfettamente al suo posto. Per adesso, e per nostra sfortuna,
l'unico fratello che la tradizione gli assegna è Menelao.
Nella brillante serie televisiva intitolata Alla scoperta della guerra di Troia
lo storico Michael Wood si spinge a identificare Wilusa con Troia (non tanto
con la sola città in se stessa, quanto con l'intero territorio circostante), fondandosi
proprio su molto materiale documentale di origine ittita. D'altra parte
il re di Wilusa si chiamava Alessandro e Omero riferendosi a Paride lo
chiama sovente col nome di Alessandro, principe di Troia. Tra i tanti riferimenti,
Wood ricorda anche la testimonianza in cui si dice che il re dei Greci
si trovava presso la corte ittita nel tempo in cui sovrano della terra di Hatti era
Hattusilis III (1265-35 a.C., un'altra data che ben si accorda col tempo della
caduta di Troia).
Se scoprissimo che quel re greco rispondeva al nome di Agamennone, la
storia cantata da Omero si arricchirebbe di ulteriori prove.
Un'altra significativa prova attestante la storicità della guerra di Troia, ci
viene fornita ancora una volta da Blegen, grazie agli scavi da lui condotti a
Pilo, presso il palazzo reale del re Nestore. Fra le tavolette incise in Lineare
B rinvenute nella biblioteca di Pilo ve ne sono alcune che fanno riferimento
a un grande numero di donne “asiatiche” ridotte in schiavitù, dedite a macinare
il grano e a tessere. Per Asia si deve intendere, come era d'uso, Asia Minore
e il riferimento è forse relativo alla Lidia, a sud di Troia. Ma i riferimenti
ai luoghi dove sono state catturate tutte queste donne prigioniere indicano in
modo chiaro diverse località costiere dell'Asia Minore, come per esempio
Chio e Mileto. Sappiamo per certo che anche i Greci esercitavano la pirateria
e che queste donne avrebbero potuto essere frutto di bottini e saccheggi. Ma
il loro grande numero - settecento donne, quattrocento ragazze e trecento ragazzi
- ci fa subito pensare a una conquista di guerra. Per alcune di queste
donne l'antico testo usa il termine To-ro-ja, che suona come “gente di Troia”.
Anche in questo caso la datazione coincide con il presunto periodo della
guerra dei dieci anni. Nell'episodio non si fa alcun riferimento a uomini ed
infatti sappiamo che tutti gli uomini di Troia furono passati per le armi e che
gli unici superstiti erano donne e bambini, deportati come schiavi in Grecia.
Pertanto, quello che sembra emergere dalle testimonianze storiche è questo:
gli anni in cui ebbe luogo la guerra di Troia furono molto tormentati per il territorio
dell'Asia Minore. Mentre l'impero degli Ittiti scricchiolava, i Greci
avevano approfittato dell'opportunità per saccheggiare i loro possedimenti
“asiatici” e fomentare ribellioni. Troia (Wilios) era da sempre una fedele alleata
degli Ittiti e alcune testimonianze scritte ricordano il principe troiano
Alaksandus come uno dei più fidi alleati del re ittita Muwatallis (1296-1272
a.C.), fratello anziano del re Hattusilis. Secondo un'altra indipendente tradizione
proveniente dal sudovest dell'Asia Minore si dice che il rapitore di Elena
era un alleato di Muwatallis. Dunque, se questo personaggio altri non era
che il principe Alessandro - il Paride di Omero - ebbene, la bella Elena non
era stata sedotta e rapita da un bel giovane nel fiore degli anni, bensì da un
uomo già decisamente maturo.
Trascorsi dieci anni dalla grande battaglia da lui sostenuta nel 1274 a.C. al
fianco di Muwatallis nei pressi di Kadesh (in Siria), Alessandro si era recato
da Menelao, fratello di Agamennone, presso la sua reggia di Sparta. Possiamo
immaginare che Menelao non fosse proprio un personaggio così frizzante
e vitale - non per niente la tradizione ce lo mostra come un tipo sfortunato
sia in guerra che in amore - e quindi comprendere come mai la bella Elena
si invaghisse del seducente e tenebroso principe Paride e fuggisse con lui.
Non sappiamo se quando Menelao era andato a lagnarsi col ben più potente
fratello Agamennone, questi fosse indignato per l'affronto da lui patito. Una
cosa di certo sapeva bene Agamennone: che la costa occidentale dell'Anatolia
(leggi “Asia”) in quel momento era vulnerabile dal momento che gli Ittiti
erano impegnati a combattere i nemici che li insediavano ai confini, Assiri
compresi, e avevano allentato la guardia. L'opportunità di compiere razzie
era troppo ghiotta per lasciarsela sfuggire e, dopo tutto, fare i pirati era attività
che ai Greci non dispiaceva affatto. E così il fiore degli eroi greci si era
mosso a bordo di una grande flotta. Sappiamo da Omero che Achille era sbarcato
per errore in Misia, a sud di Troia. Telefo, il re Misia, aveva ricacciato
indietro Achille e suoi soldati, ma non prima che questi ultimi avessero saccheggiato
la sua terra in lungo e in largo.
Alla fine, dunque, i Greci avevano attaccato Troia e gli Ittiti, troppo indeboliti,
avevano lasciato fare. Ma la città era pressoché imprendibile e solo dopo
dieci anni, grazie al provvidenziale scatenarsi di un terremoto che aveva provocato
un forte disordine, i Greci erano riusciti a espugnarla. Tutti gli uomini
erano stati uccisi, le donne e i bambini deportati in Grecia come schiavi.
Troia era stata rasa al suolo e tutte le sue nobili dimore distrutte. Sul posto era
poi sorta una nuova città fatta di capanne. Intanto, non ancora paghi, i Greci
avevano continuato a razziare ovunque impunemente, sollevando anche focolai
di ribellione contro gli Ittiti - preoccupati di tenerseli amici - continuando
a prelevare prigionieri in molte città dell'“Asia”.
Ciò che accadde nel corso del successivo mezzo secolo non è ancora stato
chiarito dal lavoro degli storici. Quel poco che sappiamo ci parla della venuta
dei cosiddetti “popoli del mare”, un vero spauracchio per tutto il Mediterraneo.
Secondo alcune antiche fonti furono loro la causa prima del tracollo
dell'impero ittita. Certamente portarono guerra all'Egitto e alla rovina il regno
di Agamennone a Micene, quello di Nestore a Pilo e una nuova distruzione
nella ricostruita, ma vulnerabile, nuova Troia. (Giova comunque ricordare
che, nel frattempo, il povero Agamennone era già morto, assassinato
dalla moglie Clitennestra e dal suo amante Egisto, a loro volta uccisi per vendetta
dai figli di Agamennone, Oreste ed Elettra).
La vera identità dei “popoli del mare” continua a essere uno dei grandi misteri
della Storia. Chi erano? Da dove venivano? Come riuscirono a sovvertire
grandi e potenti imperi? Le prime timide risposte che incominciano a
emergere segnalano una soluzione semplice. I “popoli del mare” non erano
un solo popolo, ma tanti provenienti da luoghi diversi.
Si deve ricordare che le civiltà mediterranee non erano stabili come invece
quelle poste più a nord in Europa. Tanto per incominciare, quella del Mediterraneo
era una regione povera, dove ancora oggi una buona parte della gente
deve accontentarsi di vivere con una dieta modesta e misera. In questa diffusa
povertà, alcuni reggenti si fecero ricchi, grazie soprattutto a azioni di depredamento
delle popolazioni vicine. Come già detto, la pirateria era considerata
un'attività giustificabile per garantirsi da vivere. Insomma, era una situazione
a rischio, un po' simile a quella di Chicago al tempo di Al Capone e
delle grandi bande criminali, dove chiunque poteva diventare facilmente ricco,
ma le probabilità di morire di morte violenta erano altissime.
In questo clima terribile, era normale che civiltà e imperi fiorissero e svanissero
con una certa rapidità storica. Quando una nazione era al culmine
della sua potenza, poteva contare su molti alleati; appena la sua forza si indeboliva
o la tensione del controllo scemava, quelli che solo un giorno prima
si dicevano amici si rivoltavano immediatamente contro. Questo fu ciò
che accadde attorno al 1200 a.C. quando i due grandi imperi - quello egizio
e quello ittita - sottoposti a tensioni troppo alte erano alla fine scoppiati, senza
dimenticare il tremendo terremoto del 1190 a.C. che diede via libera a orde
di nuovi assetati conquistatori che presero a scorrazzare per tutto il Mediterraneo.
Il mondo antico era ormai scomparso. Il XII secolo a.C. coincise con un momento
di collasso, una sorta di età oscura, in cui la Grecia era percorsa da miriadi
di tribù barbare. La gloriosa epoca dei grandi sovrani e dei fastosi palazzi
si era chiusa per sempre. La ripresa si attuò con molta lentezza. Attorno
all'800 a.C. i Greci ricominciarono a muoversi sul mare e qualche gruppo,
approdato sul litorale italiano, fondò città, non da ultima Roma, destinata a
dominare il mondo. Nel frattempo gli Assiri diventavano la nuova razza dominante,
forse la più crudele e terribile mai vista. Eppure, pur in tutta la loro
grandezza, non riuscirono mai a conquistare la Grecia, che diventò una sorta
di confederazione di città-stato, inventando quella che noi oggi chiamiamo
democrazia. Placatosi finalmente il grande caos, la Grecia si diede leggi e
crebbe nel senso dell'ordine. Una delle più brillanti voci di questo nuovo momento
storico fu senz'altro Omero, un instancabile viaggiatore, affascinato
dalle storie degli dèi e dei grandi eroi. Non sappiamo se a sua volta Omero
ereditasse da altri le storie che cantava o sia stato lui il primo a metterle per
iscritto, negli anni in cui venne colpito dalla cecità. Sappiamo però che divenne
una leggenda e diede vita a una scuola di cantori che ne perpetuò il lavoro.
Se Samuel Butler ha ragione, la più grande emula e allieva di Omero fu una
donna, una giovane siciliana di nobile famiglia, che condivideva con lui la
passione per le storie e i miti, la quale decise di dare un seguito all'Iliade, una
continuazione che non sarebbe più stata truculenta e insanguinata, ma sarebbe
stata la storia del ritorno a casa dalla guerra di un uomo e avrebbe cantato
figure femminili e maschili, nobili ed eroiche, in tutta la loro profonda umanità.
Il risultato fu l'Odissea, il primo romanzo della storia letteraria, la cui
traduzione in prosa a opera di Butler ebbe il merito di ispirare un altro grande
capolavoro del XX secolo, la trascrizione moderna, la peculiare versione
che James Joyce ha fatto dell'avventura di Ulisse.
D'accordo, molto di quello che si è detto in questo capitolo sono supposizioni.
Ma una cosa è certa: Omero - che sia un solo individuo o un gruppo di
bardi - fu il primo a creare un regno meraviglioso che oggi è sinonimo dell'immaginazione
umana: il concetto, l'idea prima della letteratura.
 
CAPITOLO 3.
IL POLTERGEIST.

Il poltergeist o “spirito burlone” è uno degli aspetti più intriganti dell'intero
panorama del mondo paranormale. Le persone che non credono agli spiriti
sono molte, ma coloro che scientemente rinnegano la
possibilità che il poltergeist sia un fenomeno concreto sono
pochissime. Anche se, ovviamente, la
loro teoria preferita consiste nell'immaginare che il poltergeist altro non sia
che una delle tante potenzialità ancora inspiegate della nostra mente.
Se il poltergeist è un fantasma o uno spirito, così come la sua stessa definizione
implica, la sua principale caratteristica è quella dell'inganno. In un caso
di poltergeist si vedono gli oggetti volare nell'aria, le porte si spalancano
e si chiudono da sole, pozze d'acqua compaiono come d'incanto materializzate
dal nulla. Per lo più non si tratta di fenomeni rari. In questo stesso momento
a soli pochi chilometri di distanza da te, lettore, che stai leggendo questa
pagina si sta manifestando un caso di poltergeist; ne sono certo. (E mentre
io stavo scrivendo questa stessa pagina a non più di dieci chilometri dal
mio studio se ne stava verificando un altro).
Uno dei casi storici più clamorosi è quello citato nell'opera
Annales fuldenses che ci riporta all'858 d.C. Teatro dei fatti
una fattoria nei pressi di Bingen,
sul fiume Reno. La cronaca parla di uno “spirito demoniaco” che scaglia pietre
e fa tremare le pareti come se ci fossero uomini che le percuotono con dei
martelli. Le pietre che volano sono una delle manifestazioni
tipiche del poltergeist. Ma il fenomeno contemplava anche
fuochi improvvisi - che, stranamente,
non provocano quasi mai danni seri - e nella fattispecie del caso in
questione avevano incendiato i covoni appena raccolti. A volte - sebbene
molto più raramente - si avvertivano anche delle voci, che accusavano l'uomo
dei suoi peccati, come l'adulterio e la fornicazione. Alcuni sacerdoti, inviati
dal vescovo di Magonza, avevano eseguito un inutile esorcismo, perché
è ormai ampiamente dimostrato che per far cessare questo genere di eventi
l'esorcismo è pratica che non serve.
Fu solo a cominciare dal 1882, con la nascita della Società per la ricerca
psichica, che i fenomeni di poltergeist incominciarono a essere studiati con
serietà e continuità. Sin da subito ci si accorse che tutte le
volte in cui il poltergeist compariva, nella casa era presente
un adolescente, che avrebbe potuto
essere la “causa” scatenante. E in un'epoca in cui le teorie freudiane spopolavano,
era evidente che l'ipotesi più plausibile fosse quella di una manifestazione
incontrollata delle energie sessuali dell'inconscio del
giovane, anche se nessuno era mai stato in grado di spiegare i
veri meccanismi del fenomeno.
In Inghilterra uno dei casi più noti è anche uno dei primi a essere stato perfettamente
documentato: il fantasma del tamburino di Tedworth. I fatti avvennero
nella casa di un magistrato di nome John Mompesson, nel marzo del
1661. Tutta la casa era disturbata ogni notte dal rumore assordante di un tamburo.
Il magistrato aveva fatto arrestare per schiamazzi notturni un vagabondo,
certo William Drury, che andava in giro per le strade suonando un tamburo.
Mompesson aveva ordinato la confisca del tamburo, malgrado l'opposizione
di Drury. L'uomo era finito in galera lo stesso per documenti contraffatti,
ma era riuscito a scappare, senza poter però recuperare il suo tamburo.
Da quel momento in avanti era iniziato il disturbo nella casa del giudice. Oltre
a questo, lo “spirito” sbatteva le porte, abbaiava come un cane, squittiva e
raspava come un topo, miagolava insistentemente come un gatto. Altre volte
gridava a voce alta: «La strega! La strega!»; altre ancora svuotava la cenere
e i pitali nei letti dei bambini. Sovente si vedevano oggetti volare nelle stanze
senza cause apparenti. Nel 1663 Drury era stato “pizzicato” per aver rubato
un maiale ed era tornato in carcere. Qui, parlando con un conoscente che
era andato a fargli visita, si era lasciato scappare che quanto di strano stava
accadendo nella casa del giudice era causa sua e che tutto sarebbe continuato
fino a quando il giudice non avesse consentito di dissequestrare il suo tamburo.
E così il misterioso fenomeno era cessato.
Un altro caso famoso di poltergeist si verificò nella casa del reverendo Samuel
Wesley - nonno del fondatore del metodismo - presso la sua canonica
di Epworth, nel Lincolnshire. Il “vecchio Jeffrey”, come i componenti la famiglia
avevano incominciato a chiamare lo spirito, aveva iniziato le sue
performances la mattina del 1° dicembre 1716 con forti grugniti e - qualche
notte dopo - con violenti colpi alla porta. Lo spirito produceva anche rumore
di passi che camminavano nel corridoio e nelle stanze vuote. Il “fuoco” del
poltergeist venne sin da subito individuato nella diciannovenne Hetty Wesley,
solitamente sveglia quando i fenomeni incominciavano. Come al solito, dopo
qualche tempo, tutto si era placato.
Invece il celeberrimo caso del fantasma di “Cock Lane” finì con un poveruomo
innocente condannato a due anni di prigione. Questa volta il “fuoco”
della situazione era la decenne Elizabeth Parsons, la figlia di un impiegato
di nome Richard Parsons. La famiglia Parsons aveva in casa due inquilini:
un ristoratore in pensione, certo William Kent, e la sua compagna Fanny
Lynes, la cui sorella Elizabeth era stata la moglie del signor Kent. (Era per
questo motivo che i due non potevano sposarsi, dal momento che la legge
proibiva ad un vedovo di sposare la sorella della moglie defunta). Una notte
in cui Kent era assente, la signora Fanny aveva chiesto alla bimba decenne
di tenerle compagnia e dormire con lei. Ma avevano passato tutta la notte
sveglie per i colpi e i rumori che si erano scatenati nella stanza, provenienti
dal rivestimento in legno delle pareti. Poi Fanny Lynes era morta di
vaiolo e Kent se n'era andato. Ma i rumori erano proseguiti fino a che un sacerdote
di nome Moore era intervenuto per mettersi in contatto con lo
“spirito”, usando un codice per cui un colpo era da intendersi
come “sì” e due
come un “no”. L'entità si era rivelata come quella della Lynes, che aveva accusato
l'ex compagno di averla assassinata poco alla volta somministrandole
dell'arsenico.
Per sua sfortuna, Parsons non sapeva che il poltergeist ama fare scherzi e
burlarsi della gente. Venuto a sapere della presunta colpevolezza del signor
Kent non se ne era sorpreso, tenuto anche conto che quell'uomo gli era sempre
stato cordialmente antipatico. Senza badare al fatto che i colpi erano iniziati
prima ancora della morte della donna, Parsons non aveva avuto esitazione
a denunciare Kent.
Per difendersi a Kent era stato sufficiente tornare alla casa di Cock Lane e
mettersi in contatto con lo spirito. Quando questi gli aveva lanciato l'accusa
di essere un assassino, Kent, senza scomporsi, lo aveva attaccato gridandogli:
«Non è vero, perché tu sei uno spirito menzognero, tu sei uno spirito bugiardo!».
In breve, il “fantasma” era diventato famoso. Quando però un comitato di
investigazione - fra cui anche il dottor Johnson - aveva indagato, aveva preferito
starsene ben zitto, convincendo Johnson che si trattava di una frode. E
allora Kent aveva deciso di passare al contrattacco e di sporgere querela. Il
soggetto perseguito era per ovvi motivi il signor Parsons, il padre della piccola
Elizabeth. Si decise di procedere a una nuova seduta, chiarendo alla
bimba che se anche quella volta lo spirito fosse stato zitto, papà e mamma se
la sarebbero vista brutta e sarebbero finiti in galera. Ovviamente, in quella
comunicazione qualcosa era venuto fuori. Ma i domestici, spiando segretamente,
avevano avuto modo di vedere che i colpi usati per comunicare erano
provocati da Elizabeth con l'uso di una piccola bacchetta di legno. Tutto era
stato denunciato come frode. Al processo, Parsons era stato condannato a due
anni e alla esposizione per tre volte alla berlina. La moglie a un anno e una
donna che in alcune occasioni aveva comunicato con lo spirito si era presa sei
mesi. In aggiunta, ai Parsons era anche stata comminata una multa di 588
sterline, una cifra niente affatto indifferente per i tempi. Quando però Parsons
era stato esposto alla berlina, la gente gli aveva mostrato simpatia e solidarietà,
tanto da sottoscrivere una colletta per aiutarlo: un gesto veramente inusuale,
in un'epoca impietosa in cui il popolino si divertiva un mondo a maltrattare
chi era alla gogna arrivando a volte anche ad uccidere. Sfortunatamente,
dopo il processo, non disponiamo più di notizie sui vari protagonisti
della storia; ma una cosa è certa: la famiglia Parsons subì una profonda ingiustizia.
Molti testimoni che avevano assistito alle sedute di comunicazione,
asserirono infatti che sarebbe stato letteralmente impossibile per la piccola
Elizabeth falsificare i colpi nelle pareti.
Uno dei casi americani di poltergeist più famoso è quello verificatosi in una
fattoria del Tennessee di proprietà di un certo John Bell. Anche quello che diventò
il caso della “strega di Bell” è decisamente inusuale, poiché - caso praticamente
unico nella storia del fenomeno - le cose cessarono con la morte
della vittima. Il signor Bell aveva nove figli. Betsy, una bimba di dodici anni,
era il “fuoco” scatenante. I disturbi erano incominciati nel 1817 con alcuni
grattamenti nelle pareti e colpi occasionali. Poi mani invisibili strappavano
le coperte dai letti e si sentivano rantoli e strani versi che si sarebbero detti
provenire dalla gola di un uomo. Nell'aria volavano pietre e i mobili si spostavano
da soli. Sovente lo “spirito” schiaffeggiava Betsy, le cui guance arrossivano
dopo i colpi; a volte si sentiva strappare i capelli. Dopo circa un anno
di infestazione, il poltergeist aveva sviluppato una voce, uno strano rantolio
asmatico. (Le voci che si manifestano in questi fenomeni sono molto simili
a quella umana, come se l'entità voglia impossessarsi della voce di un
medium sconosciuto). Le osservazioni erano sempre poco simpatiche, come,
per esempio: «Non sopporto la puzza di un negro». Quando il fenomeno si
placava, la piccola Betsy cadeva esausta: ulteriore prova che era proprio lei il
centro del fenomeno.
John Bell aveva cominciato a subire violenti assalti, la mascella gli si irrigidiva
e la lingua si gonfiava. Intanto il poltergeist aveva sviluppato una voce
normale, che diceva di appartenere a un'indiana Old Kate Batts. (Anche se
era solito servirsi di molte voci diverse). Disse che da quel momento avrebbe
perseguitato Bell fino alla morte, come in realtà accadde. Le scarpe dell'uomo
volavano nell'aria e lo andavano a colpire al volto e lo spavento gli
procurava violente convulsioni. Tutto era andato avanti fino a un giorno del
1820 quando il poveretto era stato trovato in preda a un profondo stupore. La
“strega” rivelò di aver somministrato al “vecchio Jack” una dose di medicinale
che gli sarebbe stata letale. Quando Bell morì per davvero lo spirito aveva
manifestato la sua grande soddisfazione provocando strepiti e frastuoni.
Circa un anno dopo, mentre la famiglia di Bell era a tavola, nella canna del
camino si era infilato uno strano oggetto, simile a una palla di cannone, che
era finito nella brace con un forte colpo. Nello stesso momento si era sentita
la voce della strega che aveva gridato: «Eccomi, sono tornata e non me ne andrò
che fra sette anni», ma per fortuna la profezia non si era avverata.
Un “esperto” di poltergeist, Nandor Fodor, spiega la triste sorte del signor
Bell ipotizzando un atto incestuoso da parte della figlia Betsy. Per Fodor il
poltergeist è come un “frammento della personalità” del soggetto che per
qualche motivo non ancora conosciuto si distacca e agisce in piena autonomia.
Ovviamente, non esistono prove che questa spiegazione sia valida.
Un altro caso americano di grande rilevanza è quello accaduto nel 1850 nella
casa del reverendo Eliakim Phelps. Il fenomeno iniziò con lo spostamento
di mobili e con l'apparizione di simulacri estremamente vivaci che si concretizzavano
in un attimo fra gli abiti stipati negli armadi e nei bauli.
Poi il poltergeist era entrato nella fase del lancio delle
pietre (molti fenomeni di questo
genere sembrano rispettare una serie di fasi pressoché obbligatorie), con
la conseguente rottura di sessantuno pannelli di vetro. La carta prendeva fuoco
da sola e ogni genere di oggetto si frantumava da solo scagliato a terra o
contro le pareti da mani invisibili. Il dodicenne Harry veniva sovente spintonato
e sollevato in aria e una volta persino appeso al ramo di un albero. Anna,
la sorella sedicenne, veniva regolarmente pizzicata e presa a schiaffi.
Quando padre e figli lasciavano la casa per trascorrere l'inverno in Pennsylvania
i fenomeni cessavano.
Fu da una incredibile serie di fenomeni collegabili al poltergeist che prese le
prime mosse una delle più straordinarie follie del XIX secolo, a noi nota oggi
col nome di spiritismo. Il fenomeno all'inizio si manifestò in casa della famiglia
Fox, ad Hydesville, nello stato di New York, nel 1848. Il centro scatenante
delle manifestazioni erano due sorelle Margaret, di quindici anni, e Kate,
di dodici. Un vicino di casa che si era messo a interrogare lo “spirito” (col
solito sistema dei colpi, uno per il sì e due per il no) venne a sapere trattarsi
di un venditore ambulante che era stato assassinato proprio in quella casa.
(Qualche tempo dopo, nella cantina della casa furono ritrovate ossa umane e
una caratteristica valigetta, tipica per l'appunto di un venditore ambulante).
La grande pubblicità data a questo caso fece letteralmente scoppiare in America
la moda, la mania dello spiritismo. Seduti attorno ad un tavolo, nel buio
completo, le mani unite in una catena di energia, si interrogavano gli “spiriti”,
pronti a rispondere a ogni domanda con la solita tecnica dei colpi. Alla fine
dei contatti, lo “spirito” aveva annunciato alle sorelle Fox che da lì a poco
sarebbe nata una nuova era per la comunicazione spiritica. Infatti lo spiritismo
si diffuse a macchia d'olio non solo negli Stati Uniti, ma anche in tutta
l'Europa.
Nei primi anni Cinquanta dell'Ottocento, un insegnante francese di nome
Léon-Denizard-Hyppolyte Rivail iniziò a interessarsi ai contatti medianici.
Un giorno, mentre le due figlie di un amico si stavano esercitando in trance
nella scrittura automatica, Rivail aveva provato a interrogare lo “spirito” ricevendone
risposte illuminanti. Gli esperimenti erano così continuati. Raccolte
tutte queste testimonianze, Rivail aveva dato alle stampe una pubblicazione
dal titolo Il libro degli spiriti edito sotto uno pseudonimo che sarebbe
diventato presto famoso: Allan Kardec. In breve, il testo divenne la Bibbia
degli spiritisti. Il movimento crebbe a dismisura, anche se
con contrasti interni, dal momento che alcune personalità non
condividevano le convinzioni
sulla reincarnazione proposte dal fondatore.
Nel 1860 a Parigi, in Rue des Noyers, incominciarono a manifestarsi alcuni
tipici fenomeni di poltergeist, quali sbattimento di porte e movimenti di mobili.
Kardec non si era fatto pregare ed era intervenuto subito. Nel corso delle
comunicazioni, lo “spirito”, che si diceva un uomo morto ormai da molto
tempo, rivelò che tutta quella forza la traeva dalla “energia elettrica” vitale di
una ragazza che stava a servizio nella casa. La ragazza, ovviamente, era all'oscuro
di tutto e non per nulla era la più spaventata fra coloro che dimoravano
nella casa. Dichiarò che aveva partecipato alle sedute spiritiche solo per
curiosità e divertimento.
Kardec si convinse che il poltergeist era una manifestazione evidente e violenta
di “spiriti legati alla terra”, vale a dire, persone defunte che per varie ragioni
erano incapaci di progredire oltre al piano della materialità.
Uno dei casi americani più noti del XIX secolo è quello ricordato nel libro
The Great Amherst Mystery da Walter Hubbell un mago professionista recatosi
nel 1869 presso la famiglia Teed ad Amherst, nella Nuova Scozia, per investigare
su un caso di infestazione da poltergeist concentrata attorno alla figura
di una ragazza diciottenne, certa Eshter Cox. I disturbi erano iniziati già
da un anno, quando il ragazzo di Eshter, Bob MacNeal, l'aveva costretta, sotto
la minaccia di una pistola, ad andare con lui in un boschetto con l'evidente
intenzione di violentarla. Scoperto, il ragazzo era scappato e non si era mai
più fatto vivo. Dopo questo increscioso fatto, Eshter e la sorella Jane avevano
cominciato a sentire nelle pareti della loro camera da letto rumori simili al
grattare di topi e una volta una scatola di cartone si era sollevata in aria da sola.
Due sere dopo, il corpo di Eshter si era gonfiato di colpo come un pallone,
per tornare alla normalità col semplice schiocco delle dita. Le coperte venivano
gettate per tutta la stanza. Il cuscino della ragazza si gonfiava come
una palla. Alla presenza di più testimoni compariva la scritta: «Eshter, ormai
tu sei mia e ti ucciderò». La ragazza, terrorizzata, parlava di “scariche elettriche”
che le percorrevano il corpo all'improvviso. Quando il fenomeno toccava
l'apice, si verificavano anche piccoli incendi, gli oggetti volavano per le
stanze, i mobili si spostavano da soli ed Eshter era trasformata in una sorta di
magnete umano capace di attirare, con suo grande pericolo, oggetti metallici
di ogni genere, compresi attrezzi contundenti e coltelli. Alla fine, Hubbell era
riuscito a mettersi in contatto con lo “spirito”, il quale aveva palesato la sua
autenticità “leggendo” medianicamente il numero di serie dell'orologio che
lui portava al polso e il numero di una banconota che il mago aveva in una
tasca. A seguito dell'incendio di un granaio, Eshter era stata ritenuta colpevole
e condannata a quattro mesi di prigione, trascorsi i quali, una volta fatto
ritorno a casa, la fenomenologia infestatoria era completamente cessata.
La Società per la ricerca psichica venne fondata nel 1882 al fine di investigare
in modo scientifico i cosiddetti “fenomeni psichici”. Uno dei suoi membri
più illustri, Frank Podmore, autore di una pregevole opera in due volumi
sulla storia dello spiritismo, era convinto che, nella maggior parte, i casi di
poltergeist altro non erano che delle burle, dove le pietre erano lanciate da
bambini dispettosi, anche se era propenso ad ammettere che il celebre caso di
Durweston, nella proprietà di Viscount Portman, era quasi certamente autentico.
Podmore tenne una lunga corrispondenza con Andrew Lang, che gli
rimproverava uno scetticismo eccessivo. Pare che la controversia venisse
“vinta” da Lang.
Nel 1890 il noto criminologo Cesare Lombroso studiò un caso di poltergeist
accaduto in un'osteria di Torino. La prima volta che Lombroso aveva messo
piede nel negozio, alcune bottiglie di vino, spostandosi da sole, erano cadute
a terra. All'inizio, lo studioso aveva concentrato la sua ipotesi esplicativa sulla
moglie del vinaio, ma anche in sua assenza i fenomeni non cessavano. Allora
l'attenzione si era spostata su un inserviente di tredici anni. Allontanato
il ragazzo dal negozio tutto si era finalmente placato.
Insomma, sin dalle prime ricerche, è risultato chiaro agli studiosi che un fenomeno
infestatorio si associa quasi sempre alla presenza di qualche persona
particolare, in genere un adolescente con un problema psicologico e di sviluppo.
(Nei primi anni della ricerca psichica, la dizione poltergeist veniva
usata in modo indifferenziato, come nel bel libro di Catherine Crowe datato
1848, The Night Side of Nature in cui la si applica anche a casi di altra natura).
Ma è stato soltanto con la fine degli anni Quaranta che per il fenomeno
si è incominciato a parlare dell'ipotesi della “mente inconscia”. Nel 1945,
Nandor Fodor sulle pagine della rivista «Journal of Clinical
Psychopathology» presenta la sua teoria sulla “personalità
frammentata”. L'anno dopo, a
West End, l'opera teatrale di Frank Harvey intitolata Poltergeist riscuote un
grande successo. La trama si basa su un fatto realmente accaduto a Pitmilly
House, a Boarshill, nei pressi di Fife, dove un incendio provocato da un fenomeno
di infestazione era stato oggetto di un forte risarcimento. In realtà
Harvey trasferì la scena nel vicariato di Dartmoor. Questo lavoro diffonde
su larga scala l'ipotesi della “mente inconscia”, proposta in modo organico
per la prima volta nel 1930 dal dottor Alfred Winterstein, nella discussione
del caso della medium austriaca Frieda Weisl. Il secondo marito della donna
raccontava che quando erano appena sposati ogni volta che facevano l'amore
i vestiti appesi al porta abiti se ne volavano via da soli. La contessa Zoe
Wassilko-Serecki era giunta alla stessa conclusione studiando a fondo il caso
di una medium di origine rumena, certa Eleanore Zugun, tormentata continuamente
da un poltergeist che non la lasciava mai in pace con pizzicotti e
schiaffi, ma anche morsi, che comparivano all'improvviso sul suo corpo ancora
bagnati di saliva. Col finire degli anni Quaranta, la teoria della “mente
inconscia” era universalmente accettata da tutti quegli studiosi convinti che il
misterioso fenomeno del poltergeist non è una farsa, né una frode. Questa
ipotesi è ben sintetizzata nel libro Beyond Belief (1976) del giornalista della
BBC Brian Branston, quando puntualizza:
Sono convinto che, sulla evidenza dei fatti, si possa tranquillamente accettare come
proficua ipotesi di lavoro, l'idea che i fenomeni del poltergeist vengano provocati e prodotti
inconsapevolmente da un soggetto la cui psiche è disturbata. Questa alterazione,
questa mancanza di equilibrio, agisce sulla parte più antica e profonda del nostro cervello,
la quale per una serie di cause non ancora note alla scienza scatena tutti quei fenomeni
che noi oggi, in senso generale, chiamiamo poltergeist. E questi eventi sembrano
quasi gridare, chiedere aiuto, per essere scoperti nella profondità, come dice il poeta...
«Non stavo... galleggiando ma scendendo verso il fondo».
Tuttavia la teoria di Branston sembra non reggere davanti a un altro caso da
lui stesso citato nei capitoli iniziali del suo libro, un episodio accaduto a
Northfleet, nel Kent. Si tratta di un caso in cui «i diversi proprietari che si
erano succeduti nella casa si erano spaventati a tal punto che, alla fine, era rimasta
disabitata». I primi proprietari, i Maxten, avevano dei bambini piccoli
e in loro presenza avevano incominciato a manifestarsi i soliti fenomeni di
infestazione: rumore come di topi che grattavano i muri, lenzuola e coperte
che schizzavano via dai letti, oggetti che sparivano per comparire in altri luoghi
della casa e così via. Ma un giorno la signora Maxten aveva visto il fantasma
di una bambina di sei anni aggirarsi nelle stanze ed era stato troppo: la
famiglia Maxten si era trasferita di gran carriera. I proprietari successivi non
avevano figli, ma i fenomeni erano ricominciati: strani rumori nelle camere
da letto, odori sgradevoli e via dicendo. Cose spiacevoli ma, tutto sommato,
tollerabili. Una mattina però si era verificato un fatto sconvolgente: sull'estremità
di un materasso mezzo rivoltato e sollevato per aria, stava seduto il
piccolo fantasma colore rosa-arancio di una donna senza testa. E così anche
loro se ne erano andati. La casa era rimasta disabitata. Eppure anche in quelle
condizioni di totale abbandono i vicini avevano continuato ad avvertire rumori
e sbattimenti, che a volte si manifestavano in modo così violento da far
tremare anche le pareti della loro casa. Ecco, dunque, un caso
in cui il poltergeist non solo era continuato in presenza di
soggetti diversi, ma addirittura
in assenza di persone, quando la casa era rimasta vuota.
Un caso simile è stato oggetto di una ricerca riportata nel
mio libro Poltergeist, A Study in Destructive Haunting (1981),
accaduto nella città di Pontefract, nello Yorkshire, nella
casa della famiglia Pritchard. I mobili si muovevano
da soli, gli oggetti e i soprammobili volavano nell'aria, dai rubinetti
usciva della schiuma verdastra, la casa era scossa da colpi violenti come tuoni.
A volte compariva un fantasma, una specie di “monaco” vestito di nero.
L'infestazione aveva avuto inizio quando il più grande dei figli, Phillip, aveva
compiuto quindici anni e si era protratta per qualche giorno. Quando la sorella
più piccola Diane aveva a sua volta compiuto quattordici anni le manifestazioni
erano riprese, ma questa volta con maggiore violenza. (Anche se
durante la prima “esplosione” la ragazza non era presente nella casa perché
in vacanza). Il poltergeist era formidabile; praticamente ogni oggetto che si
poteva rompere andava in frantumi. Diane a più riprese era stata scaraventata
giù dal letto e investita dai mobili che sembravano scagliarsi contro di lei.
Una volta un crocifisso si era staccato dal muro e l'aveva colpita alla schiena
procurandole un grosso ematoma. Alla fine, come già era accaduto la prima
volta, tutto era cessato. Diane stessa si era resa conto che il fenomeno riusciva
a manifestarsi utilizzando la sua energia e aveva anche intuito che, proprio
per questo, non le avrebbe mai potuto fare seriamente del male.
Casi del genere, ovviamente, suggeriscono che il poltergeist non è una manifestazione
che dipende dalla mente inconscia di un giovane in condizioni
psichiche squilibrate, ma - come sostiene Kardec - da uno “spirito”, un'entità
che continua, chissà perché, a mantenersi legata a un dato luogo e riesce
a manifestarsi nel mondo reale solo prendendo a prestito dell'energia in eccesso
da un essere umano vivente, non necessariamente un adolescente.
Questa è la stessa conclusione cui è giunto alla soglia degli anni Sessanta il
ricercatore Guy Lyon Playfair, studioso di fenomeni occulti, dopo alcune
esperienze vissute in Brasile. Questo paese, come l'Inghilterra e la Francia,
era rimasto fedele allo Spiritismo più schietto, quello teorizzato da Kardec al
punto che le sue opere più importanti Il libro degli spiriti e Il libro dei medium
erano diventati i libri sacri della nuova religione spiritualista. Dopo
aver avuto modo di studiare attentamente alcuni casi di poltergeist indicatigli
dall'istituto brasiliano per le ricerche psicobiofisiche, Playfair non aveva potuto
fare a meno di convincersi che la forza che sta dietro un
fenomeno infestatorio è azionata dagli “spiriti”, i quali,
agli ordini di stregoni e fattucchiere,
possono andare a infastidire le persone che vogliono perseguitare. Un caso
riguardava una ragazza di nome Maria, la quale era continuamente aggredita
da un poltergeist che le stringeva la gola e le incendiava gli abiti. Un medium
interrogato in proposito disse che Maria nella sua vita precedente era
stata una strega malvagia e che ora stava pagando tutto il
male che aveva fatto. Disperata, la povera Maria si era
suicidata a soli tredici anni. Nei suoi libri
Gli influssi del cosmo sulla vita terrestre e The Indefinite
Boundary, Playfair presenta una rassegna quanto mai
convincente a sostegno dell'ipotesi che
il poltergeist dipenda dall'azione degli “spiriti”.
Nel 1977 questo stesso autore e il suo collaboratore Maurice Grosse, membro
della Società per la ricerca psichica, si sono imbattuti in un
caso di poltergeist a Enfield, a nord di Londra. I fatti sono raccontati con dovizia di particolari
in un libro divenuto classico: The House Is Haunted. In casa Harper
c'erano quattro bambini, rispettivamente di tredici, undici, dieci e sette anni.
Poiché i genitori erano divisi, la situazione familiare sotto il profilo psicologico
era alquanto tesa. I fenomeni infestatori erano iniziati con lo spostamento
dei mobili e con forti scosse dei letti. Un giorno, lo stesso Playfair aveva
legato una sedia con una corda, ma l'energia era stata così forte da far saltare
tutto. Un medium che aveva visitato la casa aveva avvertito la presenza
di molte entità e individuato in Jane, la bimba di undici anni, il cosiddetto
“fuoco” del fenomeno. Dopo vari tentativi, i due ricercatori erano finalmente
riusciti a entrare in contatto con lo “spirito” tramite il solito meccanismo
dei colpi. Si trattava di un precedente abitante che aveva occupato la casa
trent'anni prima, ora morto. Le comunicazioni erano diventate messaggi
scritti e alla fine il poltergeist si era manifestato con una voce strana e roca,
quella di un certo Joe Watson. Un'altra volta, l'entità si era presentata come
Bill Haylock, sepolto nel vicino cimitero di Durant Park. Quando gli veniva
domandato se sapeva di essere morto, lo “spirito” era solito rispondere: «Fottiti».
Eseguite le dovute ricerche Bill Haylock era poi stato identificato in un
signore del posto, defunto da qualche tempo. Da ultimo, nel 1978, un medium
olandese, Dono Gmelig-Meyling, aveva chiesto di poter trascorrere un
po' di tempo da solo nella casa e, grazie al suo intervento, il fenomeno era
completamente cessato. L'uomo raccontò di essersi sdoppiato sul piano astrale
e di aver incontrato una donna di ventiquattro anni, coinvolta nel caso. La
figlia di Maurice Grosse, una ragazza della stessa età di nome Janet, era morta
nel 1976 a causa di un incidente in moto. Per Playfair era proprio Janet la
causa prima dell'infestazione, nel suo disperato tentativo di attirare l'attenzione
del padre. Secondo lui, era stato lo “spirito” della povera giovane a innescare
tutti i processi che avevano condotto a quella situazione: la telefonata
di un vicino degli Harper al «Daily Mirrar», l'articolo apparso sul giornale e
il conseguente interesse dei mass media e della Società per la ricerca psichica.
(Kardec afferma che la nostra mente viene influenzata dagli “spiriti” assai
di più di quanto possiamo immaginare). Tuttavia non sussistevano dubbi
sul fatto che l'energia del poltergeist era messa a disposizione dalla psiche
ancora instabile di Janet Harper. (Ad un certo momento, il fenomeno era diventato
così forte da far commentare a Playfair che il vicino cimitero da lì a
un po' si sarebbe letteralmente svuotato!).
Ma la teoria secondo la quale questi fatti vengono scatenati dall'azione di
“spiriti” continua a non trovare conferme nel mondo scientifico, che preferisce,
senza dubbio, l'ipotesi decisamente più canonica prevista da Fodor. Ciò
malgrado, alcuni casi testimoniano il contrario. Come, per esempio, quello
del tamburino di Tedworth, dove sembra la magia a fare da padrona, e ben
sappiamo come da sempre maghi, streghe e fattucchiere sostengano di operare
attraverso l'intervento degli “spiriti”. Chissà. Ad ogni modo, una cosa
pare certa: l'ipotesi di Podmore che tutto sia un falso, un volgare trucco, non
regge davanti a strabilianti evidenze contrarie. Gli scettici, poi, aggiungono
che i fenomeni paranormali non meritano attenzione poiché sono intermittenti
e sporadici. Il che, purtroppo, non è affatto vero, dal momento che la casistica
può ormai contare su migliaia di casi ampiamente documentati e su un
numero enorme di eventi che si manifestano con regolarità, al punto da consentire
agli studiosi di avvicinarli con sempre maggiore attenzione e cognizione
di causa. Per questo la nostra opinione non può che essere una soltanto:
è impossibile che chiunque si accosti al mondo del poltergeist con mente
sana e libera non riconosca in piena onestà intellettuale come questo genere
di cose sia assolutamente straordinario, vale a dire una realtà per ora inconoscibile
che sfida ogni risposta della scienza.
 
CAPITOLO 4.
RE ARTÙ E MERLINO.

Leggenda o realtà?
Re Artù e Merlino, il suo mago protettore, sono due figure fra le più note nel
mondo della mitologia. Ma, viene da chiederci, sono esistiti davvero? Oppure
sono soltanto personaggi di una fiaba?
Se possiamo, tutto sommato, condividere i dubbi su Merlino, un po' stupisce
osservare come molti storici moderni mettano in forse anche la figura di
Artù. Una questione, questa, che va ovviamente affrontata prima di procedere
oltre.
Si parla per la prima volta dei due nel libro intitolato Storia dei re di Britannia,
scritto attorno al 1135 dal vescovo gallese Goffredo di Monmouth, la
cui credibilità può essere messa alla prova fin dal primo capitolo, laddove
spiega che la Britannia sarebbe stata così chiamata dal nome del guerriero
Bruto, approdato sull'isola direttamente da Troia in fiamme. Circa cento pagine
dopo, Goffredo cita un re di nome Vortigem - un personaggio storico
realmente vissuto - intenzionato a innalzare una grande torre sul monte
Snowdon, in Galles. Ma ogni volta che un pezzo di costruzione veniva assemblato,
immediatamente crollava. Dopo reiterati tentativi, tutti falliti, i suoi
consiglieri gli rivelarono che l'unico modo per riuscire nell'impresa consisteva
nello spruzzare il basamento della torre col sangue di un bambino senza
padre. All'istante i suoi messaggeri si sparpagliarono in tutto il regno alla ricerca
del ragazzo, finché lo trovarono intento a giocare. Nella foga del gioco
uno dei suoi compagni lo accusò di essere un demone, perché, come tutti sapevano,
non aveva un padre. Quel ragazzo si chiamava Merlino.
Vortigem mandò allora a chiamare lui e la madre, che era la figlia del re del
Galles del Sud. La donna, costretta a parlare, rivelò che una notte era stata sedotta
nella sua camera da letto da un giovane misterioso che dopo l'amplesso
era come svanito nell'aria, anche se a volte le capitava ancora di sentire la
sua voce, specie nei momenti in cui era sola. Era proprio quello che Vortigem
desiderava sentirsi dire. Siccome Merlino era senza padre, il suo sangue
avrebbe bagnato le fondamenta della torre, così come indicato dagli indovini
reali. Merlino era insorto, si era detto pronto a dimostrare che i consiglieri
erano dei mentitori e aveva chiesto di essere condotto al loro cospetto. «Volete
sapere perché la torre crolla continuamente?», aveva chiesto loro. Tutti
avevano scosso la testa, in silenzio. «Perché sotto terra esiste una caverna
colma d'acqua che ne mina le fondamenta». Vortigem ordinò allora di scavare
e di portare alla luce il lago. Ciò fatto, Merlino aveva dato
ordine di pròsciugarlo fino a che non avessero scoperto due
grandi draghi (o serpenti).
Quando anche questa previsione si avverò, Vortigem decise di risparmiare la
vita al giovane indovino. Poi Merlino aveva vaticinato alcune profezie, fra
cui quella che lo stesso Vortigem sarebbe morto bruciato dentro una torre.
Ovviamente, tutto avvenne come predetto, quando un altro re di nome Aurelio
Ambrogio - il legittimo erede al trono - aveva invaso la Britannia e incendiato
la torre di Vortigem.
Quando Ambrogio venne avvelenato dal fratello, il trono passò
a Uther Pendragone. Conquistata la Scozia, Uther aveva
invitato tutti i nobili del regno
alla celebrazione della sua incoronazione. Fra questi c'era il duca Gorlois di
Cornovaglia, accompagnato dalla bellissima moglie, Igema. Folgorato da
Igema, Uther se ne era innamorato all'istante, costringendo Gorlois a lasciare
nottetempo il castello della festa. La fuga improvvisa aveva offeso Uther,
che era sceso in guerra contro Gorlois. Per evitare il rapimento della moglie
il duca aveva allora rinchiuso Igema nell'imprendibile castello di Tintagel,
che dominava inaccessibile su di un isolotto unito alla terraferma soltanto da
uno stretto braccio di terra, unico accesso al maniero. Venuto a conoscenza di
questo, Uther, folle d'amore, era caduto in depressione, perché non riusciva
a pensare ad altro che a Igema.
Il problema venne brillantemente risolto da Merlino, che ricorrendo alle sue
potenti arti magiche aveva cambiato le sembianze di Uther facendolo assomigliare
a Gorlois. Sotto quelle mentite spoglie Uther era così riuscito a penetrare
nel castello e a unirsi con l'ignara regina. Quella notte era stato concepito
un figlio, che sarebbe diventato re Artù.
Nel frattempo, mentre Uther era impegnato nel soddisfare la sua smania
sessuale, il suo esercito attaccava il castello dove Gorlois si era rifugiato per
difendersi. Nello scontro Gorlois era morto e così Uther era stato libero di
impalmare Igema e fame la sua regina. Dopo quindici anni di regno anche
Uther era stato assassinato e Artù era diventato il nuovo re.
Chi ha letto la storia narrata da Goffredo (un testo che ancora oggi viene
stampato in edizione economica) si chiederà a questo punto che fine hanno
fatto la spada nella roccia, la Tavola Rotonda e tanti altri episodi famosi della
saga arturiana. La risposta è che tutto questo venne aggiunto alla storia solo in un momento successivo da autori e cronisti francesi. La forma definitiva
del racconto venne poi data dall'opera di Thomas Malory dal titolo La
morte di Artù, pubblicata da William Caxton nel 1485. Fino al 1926 non si
sapeva granché a proposito di Malory, quando una ricerca letteraria ha rivelato
- fra lo stupore degli studiosi - che si trattava di un lestofante, un ladruncolo
che saccheggiava monasteri e rubava bestiame e che almeno in due
occasioni aveva stuprato una donna di nome Joan Smyth, moglie di un certo
Hugh Smyth. Da quello che è emerso Malory scrisse il suo capolavoro nella
prigione di Negate, dove venne sepolto.
Ma se Artù era appena un ragazzo quando suo padre morì, come avrebbe
potuto dimostrare il suo diritto regale estraendo la spada dalla roccia (o un'incudine
dalla pietra, secondo la versione di Malory?). Malory supera il problema
narrando che sin dal momento della nascita, Artù era stato adottato da
Merlino, che lo aveva dato in affidamento a Sir Ector, la cui moglie aveva
provveduto a crescerlo sano e forte.
Insomma, tutta questa storia suona così assurda che si capisce benissimo come
mai molti storici arricciano il naso quando devono esprimersi in merito
alla sua autenticità. Uno dei loro punti forti di contestazione è un'altra fonte
di informazioni sull'epoca, un monaco di nome san Gilda, autore di un'opera
crudele e forte intitolata De excidio et conquestu Britanniae nella quale
non si cita affatto Artù, sebbene si menzioni la battaglia di monte Badon, la
più famosa fra quelle da lui sostenute.
C'è però un'osservazione importante da fare. Un altro cronista, Caradoc di
Llancarfan, autore di una biografia di san Gilda, ricorda che Artù uccise
Hueil uno dei fratelli del santo. Un fatto grave che potrebbe farci comprendere
come mai Gilda non tenesse affatto a citare Artù nella sua storia.
Allora, in definitiva, che cosa sappiamo veramente in merito al leggendario
eroe chiamato Artù? Proviamo a vedere. Per prima cosa non fu un re ma un
condottiero, un generale. Non andava in giro su un candido destriero bianco,
vestito con una pesante armatura medievale come siamo soliti immaginarlo,
semplicemente perché visse un periodo storico molto precedente: nacque attorno
al 470 d.C., nel momento in cui i Romani stavano abbandonando definitivamente
la Britannia. Egli era, infatti, un romano, forse un cittadino romano.
Così il suo cavallo era un piccolo cavallo romano, poco più grande di
un pony, e la sua tanto decantata spada un corto e piccolo gladio romano e
non la lunga e leggendaria Excalibur.
Attorno al 410 d.C. i Romani avevano deciso di abbandonare la Britannia:
avevano necessità di richiamare tutti i contingenti disponibili per fronteggiare
i barbari che minacciavano la stessa Roma. Era allora sorto un capo tribù di
nome Vortigem che si era proclamato re della Britannia, subito contrastato dai
selvaggi Pitti che vivevano a nord, al confine con la Scozia. Per far fronte a
queste minacce, nel 433 Vortigem aveva chiamato sull'isola orde di mercenari
sassoni affinché si congiungessero con il suo esercito. Così avvenne, ma
quando era arrivato il momento di saldare il conto, visto che il re non era in
grado di farlo, decisero che si sarebbero pagati da soli conquistando le terre di
Britannia. I locali Britanni - quelle popolazioni che oggi chiamiamo Celti -
vennero poco a poco scacciati verso il Galles, la Cornovaglia e la Scozia. Poi
era intervenuto un ex comandante romano di nome Ambrogio Aureliano. Sotto la
sua guida i Celti si erano compattati e avevano riconquistato le terre perdute,
ricacciando gli invasori oltre il mare. Alla sua morte, il
fratello Uther Pendragone aveva rilevato il trono. Uno dei
suoi più brillanti comandanti si chiamava
Artorius, il leggendario re Artù, che poteva essere, o meno, figlio di Uther.
Fu proprio per merito di Artù che i Sassoni vennero contrastati nel modo più
fiero grazie a una serie di grandi battaglie, l'ultima delle quali, lo scontro di
Monte Badon, avvenne attorno al 518 d.C. Queste gesta epiche fecero di lui
l'equivalente moderno di un generale Montgomery o di un Eisenhower. Se
gli alleati si fossero mantenuti fedeli alla parola data, i Sassoni invasori sarebbero
certamente stati ricacciati sul continente e sarebbero stati i Celti discendenti
di Artù a governare l'isola e non gli Anglosassoni.
Ma per sua sfortuna, gli alleati incominciarono a litigare disperdendo la loro
energia e costringendo Artù a passare gli ultimi anni della sua vita a tentare
invano di riconciliare il suo popolo. Poi anche per lui era venuta l'ultima,
decisiva battaglia, quella di Camlann - secondo Goffredo avvenuta nei pressi
del fiume Camel in Cornovaglia - ucciso dal nipote Mordred e non dai
Sassoni invasori. Sempre secondo Goffredo di Monmouth, il corpo senza vita
di Artù venne portato nell'isola di Avalon, da molti identificata con il centro
di Glastonbury, all'epoca una piccola città nell'Inghilterra occidentale,
nota per una famosa abbazia e per un torrione, una collinetta sormontata da
una torre. (Anche se oggi Glastonbury non è un'isola, ci fu un tempo in cui,
circondata com'era dalle acque del Canale di Bristol, poteva considerarsi tale).
Poiché il luogo della sepoltura doveva necessariamente restare segreto
per impedire che i Sassoni lo profanassero, la fantasia popolare diede corpo
alla diffusissima leggenda secondo la quale Artù non era veramente morto,
ma semplicemente dormiva in una grotta, pronto a ridestarsi non appena il
suo popolo avesse avuto di nuovo bisogno di lui.
Nell'estate del 1113, circa vent'anni prima che Goffredo di Monmouth scrivesse
la sua cronaca, un gruppo di preti francesi si presentò a Bodmin, in
Cornovaglia, portandosi dietro alcune sacre reliquie. Quando uno dei locali
rivelò agli ospiti che Artù non era morto ma stava semplicemente vegliando
in un posto sicuro, pronto a intervenire in soccorso della sua gente, l'attendente
di uno dei preti si era messo a ridere. L'affronto aveva provocato un
violento contrasto di opinioni, fino al punto che un manipolo di uomini armati
aveva fatto irruzione nella chiesa con l'intenzione di dare una severa lezione
agli sfrontati pellegrini. La cronaca narra che solo con grande fatica si
riuscì a ricomporre il dissidio. L'episodio dimostra come quella di Artù fosse
già una figura leggendaria ancora prima che Goffredo desse alle stampe il
suo capolavoro.
Infatti Artù viene citato numerose volte in alcuni poemi gallesi scritti circa
un secolo dopo la sua scomparsa. Ma i riferimenti più importanti ci vengono
da un'altra opera, una sorta di confusa collezione di materiale storico compilato
da un monaco di nome Nennio, fra l'800 e l'820 d.C. Il riferimento più
antico che Nennio menziona a proposito di Artù sono i cosiddetti Annali pasquali,
ovvero le tavole delle ricorrenze della festività di Pasqua (una celebrazione
che non cade in una data fissa) compilate dai solerti monaci. Il testo
delle tavole offre un ampio margine di tempo. In uno - in corrispondenza dell'anno
518 - si trova una notazione in latino in cui si dice: «La battaglia di
Badon nella quale Artù portò sulle spalle per tre giorni e tre notti la croce di
Nostro Signore Gesù, grazie alla quale i Britanni uscirono vincitori». Una seconda
postilla, relativa all'anno 539 segnala: «L'eccidio di Camlann nel quale
Artù e Modred [sic] morirono entrambi». Se diamo credito agli Annali pasquali,
dopo Badon Artù regnò dunque ancora per almeno ventuno anni.
Ma l'episodio più drammatico della storia di Artù accadde
circa trent'anni  dopo la morte di Goffredo di Monmouth
(avvenuta nel 1154), durante il
regno di Enrico II, il sovrano ricordato per la triste vicenda dell'assassinio di
Thomas Becket. Enrico era un viaggiatore instancabile. Un giorno, nel corso
di una spedizione in Galles, si era imbattuto in un bardo, un “cantore del passato”,
il quale gli aveva rivelato che Artù era sepolto nelle cripte dell'abbazia
di Glastonbury. Per proteggere il corpo dalle possibili vendette dei Sassoni,
era stata scavata una fossa profonda quasi cinque metri. Il cantore rivelò anche
l'esatta collocazione della bara, che si trovava fra “due piramidi”.
Il re ne restò affascinato e contento, perché Goffredo aveva tratteggiato la
figura di Artù come quella di un grande generale, il più grande dal tempo di
Giulio Cesare. (Secondo Goffredo, Artù aveva conquistato l'Irlanda, la Scandinavia
e la Francia e stava marciando verso Roma, quando raggiunto dalla
notizia della ribellione di Mordred era stato costretto a fare dietrofront e a ritornare
in Inghilterra). Enrico era anche felice di sapere che il leggendario
eroe era sepolto a Glastonbury. Come pronipote del grande Guglielmo il
Conquistatore, Enrico ben conosceva la leggenda popolare secondo la quale
Artù sarebbe tornato in vita qualora la sua patria ne avesse avuto bisogno. Se
fosse riuscito a trovarne la tomba e a dimostrare quindi che egli era morto per
davvero, i ribelli che continuavano a fare di quella leggenda una sorta di bandiera
- come era capitato nel caso di Bodmin - l'avrebbero finita una volta
per tutte con quella storia assurda.
In aggiunta, Enrico nutriva una particolare predilezione per l'abbazia di
Glastonbury, perché l'abate rettore Enrico di Blois aveva fortemente contribuito
a sostenere la causa della sua salita al trono. E così il re si era precipitato
all'abbazia per dargli la buona nuova.
Stranamente, l'abate non mostrò tutta quella soddisfazione che Enrico immaginava.
La sua abbazia, d'altra parte, era già una delle più ricche di tutto
il paese e non aveva certo bisogno di altra notorietà per attirare i pellegrini. E
poi, “in mezzo a due piramidi” poteva voler dire tutto e nulla.
Ma, di colpo, la situazione era precipitata. Il 25 maggio del 1184 l'abbazia
era stata devastata da un terribile incendio che l'aveva quasi totalmente distrutta.
L'unica consolazione per i poveri frati stava nel salvataggio della preziosa
immagine di Nostra Signora di Glastonbury, quasi come se il Signore
avesse voluto dare il segno, pur nella rovina, di avere ancora in serbo grandi
cose per il bene dell'abbazia. Per re Enrico era venuto il momento di rifarsi
sotto. Promosse una colletta e fu il primo dei generosi donatori per la ricostruzione
dell'abbazia. Nel 1191 uno dei monaci morì esprimendo il pio desiderio
di venire sepolto sotto l'edificio, in mezzo a due croci. Nel predisporre
questo tumulo, vennero scoperte due colonne marmoree che in qualche
modo avrebbero potuto anche essere descritte come due piccole piramidi. Ai
monaci vennero subito in mente le parole cantate dal bardo e già che c'erano,
visto che lo scavo era ormai già iniziato decisero di spingerlo fino ai cinque
metri indicati come base della tomba di Artù. Scavando, si imbatterono in
una lastra di pietra che non persero tempo a sollevare. Nella sua parte interna
scoprirono una croce di piombo che riportava un'iscrizione
latina: Hic jacet sepultus inclytus rex Artorius in insula
Avalonia (“Qui giace sepolto il celebre
re Artù, nell'isola di Avalon”).
Eccitati dal ritrovamento, i monaci continuarono a scavare, probabilmente
per molti giorni, al fine non solo di procedere ancora di più in profondità, ma
anche per realizzare un buco largo a sufficienza per permettere agli scavatori
di muoversi agevolmente. Finalmente, una volta raggiunta la quota indicata,
i badili incontrarono qualcosa, che però non era né marmo né pietra, ma
legno. Si trattava di un sarcofago enorme, ricavato dal tronco scavato di una
quercia. All'interno venne ritrovato il grande scheletro di un uomo, il cui cranio
era segnato da profonde ferite. Un monaco che aveva intravisto una ciocca
di capelli biondi e che aveva tentato di sporgersi nel sarcofago per prenderli
se li era visti svanire fra le mani e per l'emozione era caduto dentro con
grande spavento. Poi si era trovato anche un secondo scheletro decisamente
più minuto, immediatamente attribuito a Ginevra, la sposa di Artù. Un cronista
del tempo di nome Giraldo Cambrense (Giraldo il Gallese), testimone
oculare qualche anno dopo la riesumazione delle ossa e della croce riferisce
che nella iscrizione si citava anche la “Regina Wenneverla” (Guinevere, ovvero
Ginevra).
Da quel momento in avanti l'abbazia divenne il luogo turistico e di pellegrinaggio
più rinomato d'Inghilterra, se non dell'intera Europa. Va da sé che
l'abbazia venne ricostruita da cima a fondo in modo ancora più sfarzoso e
ricco.
Molti studiosi sono restii a credere a questa storiella e accusano i monaci di
Glastonbury di averla inventata di sana pianta, tuttavia la cosa sembra poco
plausibile. Giraldo Cambrense pare potersi definire un uomo onesto - è stato
il primo a denunciare Goffredo e la sua Historia come un concentrato di fandonie
- e sostiene di aver veduto coi propri occhi i due scheletri e la croce di
piombo. Quest'ultimo oggetto venne conservato per molti secoli, tanto che
nel 1607 William Camden, un illustre antiquario del tempo, ebbe ancora modo
di trarne un disegno. Nel testo compare Arturius, antica forma in uso al
tempo per indicare re Artù, che però non era mai stata usata fino a quel momento.
(Nei già citati Annali pasquali compare Arthur).
Insomma, la confusione esiste. Tuttavia recenti scavi effettuati nel 1963 da
C. A. Radford hanno dimostrato che i monaci non mentivano quando dicevano
di essersi spinti nello scavo fin oltre cinque metri. Per di più, come il grande
studioso di cose arturiane Geoffrey Ashe ha sottolineato, Glastonbury era
anche ritenuta la sede della tomba di Giuseppe di Arimatea, l'uomo che aveva
provvisoriamente prestato la sua grotta sepolcrale per ricoverare il corpo
di Cristo dopo la crocifissione. Viene allora da chiedersi: come mai se gli zelanti
monaci ebbero la buona sorte di rintracciare il sarcofago di Artù non
pensarono di riportare alla luce anche quello di Giuseppe? Ma questo è un altro
problema.
In definitiva, da tutto quello che si è detto, pare certo che re Artù - o il generale
Arturius - sia esistito veramente, distinguendosi per la straordinaria
bravura nel comandare e nel combattere. Questo, ovviamente, non risponde a
tutti gli interrogativi, che continuano a essere molti, anche se la ricerca sta,
piano piano, provando a risolverli uno dopo l'altro. Per esempio, sono molti
gli studiosi che si dicono finalmente sicuri di aver identificato la collocazione
geografica della mitica Camelot, la meravigliosa corte di Artù. Nel 1542
uno scrittore di nome John Leland annotava che una certa collina fortificata
di South Cadbury, nel Somerset, era in realtà da riconoscere come
«Camallate, un tempo famosa città o castello... re Artù
trascorreva molto tempo a Camallate». Nel 1966 si iniziò a
scavare al castello di Cadbury (da intendere
non tanto come un vero e proprio castello medievale, quanto una collina fortificata).
Sopra le rovine romane spiccavano altri importanti resti di edifici
certamente in uso nel periodo arturiano da parte di qualche comandante di
notevole autorità e potere.
A questo punto anche l'apparentemente assurda storia sulla rocca
di Tintagel narrata da Goffredo di Monmouth incomincia ad
assumere un tono di
maggiore credibilità. Il castello di Tintagel venne costruito nel 1140, vale a
dire quando Goffredo scrisse la sua Historia. Secondo gli storici, al tempo di
Artù in questa zona esisteva solo un antico monastero celtico. Nel 1924 il
“visionario” Rudolf Steiner nel corso di una visita a Tintagel fece una lettura
spiritica del luogo identificando alcune postazioni come, per esempio, la Tavola
Rotonda, il dormitorio dei cavalieri e così via. Tutto sembrava una mera
invenzione.
Ma nella calda estate del 1983 un furioso incendio bruciò completamente
tutta la vegetazione della piccola isola. Sono così venute alla luce le fondamenta
di non meno di un centinaio di piccole costruzioni rettangolari e di un
edificio, composto da una sola grande stanza, lungo circa 25 m. Più in basso,
ai piedi della collina, è emerso un piccolo porticciolo naturale e un po' ovunque
nel territorio dell'isola sono venuti alla luce resti di ceramiche attribuibili
a anfore e giare, ad indicare come olio e vino fossero materia di primo e
forte consumo largamente importata. (La quantità di residui di tal genere trovati
in questo sito archeologico superano da soli tutti gli altri mai rintracciati
nel resto delle isole britanniche). Dall'altro capo dell'isolotto, di fronte a antichi
tumuli sepolcrali celtico cristiani, è venuta alla luce una roccia con
un'impronta ben modellata sopra. Era usanza del tempo che i condottieri e i
sovrani lasciassero questi segni del loro potere, per indicare il loro predominio
sul territorio che dovevano difendere. (In questo caso, anche il silente e
severo sguardo degli antichi antenati avrebbe contribuito all'impresa). Tutto
questo induce a vedere in Tintagel la fortezza di un grande capo, qualcosa di
ben di più di un semplice monastero. Pertanto, sostenere l'ipotesi che al tempo
di re Artù fosse disabitata è alquanto azzardato.
Insomma, mettendo insieme tante diverse testimonianze, la realtà storica di
Artù e delle sue imprese diventa poco alla volta sempre più accettabile. Su
questa scia, nel suo libro Arthur: Roman Britain's Last Champion, l'autore
Beram Saklatvala è arrivato a sostenere che anche per confermare la realtà di
Excalibur e del Santo Graal le prove disponibili sono già moltissime. La parola
latina che indica pietra è saxo, vocabolo molto vicino a Sassoni. Se in alcune
antiche cronache si legge di un certo Artù che trae una spada da un sassone
- un qualche guerriero da lui incontrato e ucciso - ecco che, per un normale
e quasi spontaneo gioco di parole e di equivoci, la leggenda si trasforma
nella storia della spada nella roccia. Goffredo di Monmouth afferma che
la spada .di Artù era detta Caliburn. Calibum è una combinazione che nasce
da due parole che significano ambedue “fiume”: la celtica cale e la sassone
burn. Una spada ovviamente necessita di essere temprata in acqua fredda e se
la parola anglosassone cale significa “freddo”, caliburn potrebbe tradursi come
“corrente gelida”. In questa chiave, la spada di Artù potrebbe aver ricevuto
il suo nome dal fiume nelle cui acque gelide essa venne temprata, ossia
nel Cale, che scorre nei pressi di Sturminster, nel Dorset.
In merito al Graal - la sacra coppa che si dice sia stata usata da Gesù nel
corso dell'Ultima Cena e nella quale si racconta che Giuseppe di Arimatea
raccogliesse gocce del suo sangue e da lui stesso in seguito condotta a Glastonbury
- si tratta forse di un oggetto dalle dimensioni più grandi, una specie
di bacinella per abluzioni ritualistiche, piuttosto che una coppa vera e propria.
Nel 1959, nel corso di una campagna di scavi effettuata presso i resti di
una villa romana in nord Africa, databile grosso modo allo stesso periodo in
cui visse Artù, venne alla luce una grande urna marmorea. Su di essa era scolpita
una croce e sul coperchio si potevano ancora notare alcuni fori che segnavano
la sagoma di una croce, facendo intuire come un tempo vi fosse fissata
una croce in metallo. Quasi certamente l'urna conteneva le spoglie mortali
di un santo e veniva forse usata per santificare impegni e giuramenti, come
siamo ancora abituati a fare oggi giurando sulla Bibbia. Un foro per le libagioni
suggerisce inoltre un suo uso per qualche speciale rito. Certamente
anche Artù doveva disporre nella sua cappella di un bacile simile, sul quale
consacrare in forma ufficiale i giuramenti dei suoi cavalieri. Qualora nel corso
di una delle tante battaglie, questo oggetto fosse caduto nelle mani del nemico,
ecco come, secondo Saklatvala, avrebbe potuto nascere il mito della
cerca, della riconquista del Santo Graal.
Che dire, invece, a proposito di Merlino? È davvero un personaggio inventato
di sana pianta da Goffredo di Monmouth? Dopo la Historia, Goffredo
scrisse Vita di Merlino, un poema rivolto a un numero ristretto di lettori. Se
Goffredo avesse inventato Merlino ci aspetteremmo che in questo secondo
lavoro avrebbe raccontato le stesse cose già narrate nel primo o, per lo meno,
che non le avrebbe contraddette. Merlino era molto più avanti negli anni che
non Artù, visto che era un ragazzetto quando ancora era in vita re Vortigem
e, stando a quanto testimonia san Gilda, Vortigem fece il grave errore di convocare
i Sassoni in Inghilterra nel 443 d.C. Accade però che nell'opera di
Goffredo, Merlino è al servizio di un re di nome Rodarco, impegnato a combattere
un re degli Scoti chiamato Guennolous, due personaggi storici
senz'altro vissuti però ben cento anni dopo la presunta morte di Artù. Goffredo
si rende conto di questo anacronismo e lo giustifica affermando che
Merlino visse fino a tardissima età, certamente oltre il secolo. L'impressione
è però un'altra: che Goffredo abbia rinvenuto del materiale contraddittorio e
che si sia sentito in obbligo di mescolare le carte per cercare di salvare le date
in precedenza da lui avallate nell'altra opera.
Secondo gli storici, l'inghippo verrebbe chiarito se si accetta la figura di
Merlino come corrispondente a quella di un bardo gallese di nome Myrddin,
di cui si sa che era ancora in vita nel 573 d.C. Il gallese si configurò in lingua
solo dopo la scomparsa di Artù e così è impossibile che Myrddin possa essere
stato più vecchio del grande, mitico sovrano. L'identificazione fra Merlino
e Myrddin viene ampiamente sottoscritta da Robert Graves nel suo studio mitologico
fondamentale intitolato La dea bianca (1948) e da Nicolai Tolstoj in
The Quest for Merlin (1985). A essere sinceri, parrebbe un'ipotesi errata, perché
non si riesce a capire come mai, se Merlino si chiamava così, ci si dovesse
riferire a lui con un altro nome. (La giustificazione più comune sostiene
che fu Goffredo a cambiargli nome, passando da Myrddin a Merlino, perché
in francese merde significa “merda” e un mago di nome Myrddin avrebbe
fatto ridere in un momento storico in cui l'Inghilterra era governata dalla
Francia). Per di più Myrddin non avrebbe in alcun modo potuto conoscere
Artù, perché quand'anche le loro vite si fossero incrociate, egli sarebbe stato
un bambino all'epoca della morte del condottiero. Per Geoffrey Ashe, Merlino
è Myrddin e Goffredo di Monmouth lo ha fatto più vecchio di Artù, anche
contro la logica imposta dalla storia, giocando su una licenza narrativa che
gli tornava assi utile nell'economia della sua cronaca.
Nel suo libro Merlino (1988) la professoressa americana Norma Lorre Goodrich
respinge fermamente questa ipotesi, sostenendo che non solo Merlino è
davvero esistito, ma che aveva 30 anni in più di Artù, anche se condivide l'idea
che alcune avventure relative a Myrddin siano poi state convogliate nella
storia della vita di Merlino. Secondo lei il Merlino di Artù era nato in Galles
ed era morto in terra di Scozia. Infatti conclude dicendo che “merlino”
non era tanto un nome (il merlino è un uccello rapace simile al falco) quanto
un titolo e che il vero Merlino altri non era che un vescovo di
nome Dubricio, quello stesso che aveva incoronato Artù re dei
Britanni. Myrddin, invece,
era un “uomo selvatico dei boschi”, un poeta impazzito che amava vivere
in luoghi sperduti, dotato di poteri magici spiccati. Ed è questo il Merlino
di cui si occupa Goffredo di Monmouth nella storia della sua vita, un personaggio
diverso da quello che compare nella Historia. Si tratta di un leader
dotato di doti profetiche, divenuto pazzo dopo aver combattuto una battaglia
contro gli Scoti e da quel momento datosi alla macchia profetizzando eventi
futuri.
Un aspetto importante del personaggio è la sua vena profetica. Non per nulla,
prima della storia della sua vita, Goffredo aveva pubblicato un altro lavoro
completamente dedicato alle profezie del grande mago, opera che in seguito
aveva fatto convogliare nella successiva narrazione della vita. È come
se Goffredo avesse appreso dell'esistenza di Myrddin solo dopo aver scritto
la Historia e avesse pertanto deciso in un secondo momento di identificarlo
con Merlino. Nicolai Tolstoj concorda con questa ipotesi e dedica la maggior
parte del suo libro a tutte quelle leggende e a quelle storie che parlano delle
avventure «dell'uomo selvatico dei boschi».
Sembrerebbe, dunque, che esistano due teorie fra loro contrastanti: da una
parte quella dei due Merlino, suggerita in prima battuta da
Giraldo Cambrense; dall'altra quella di un solo Merlino, il cui
vero nome era Myrddin, bardo
e profeta gallese. Tuttavia sia Goodrich che Tolstoj sostengono le loro teorie
in modo così brillante e affascinante che è quasi un peccato optare per l'una
piuttosto che per l'altra. A essere sinceri, comunque, la Goodrich ci pare più
convincente a proposito della teoria del doppio Merlino e anche
nel sostenere che il famoso mago era il primo consigliere di re
Artù, sebbene anche Tolstoj
abbia parecchio da dire sulla figura di Merlino mago.
Per comprendere appieno ciò che Tolstoj scrive dobbiamo liberarci dalla
immagine stereotipata che abbiamo del mago medievale, quella sorta di miscellanea
che fonde insieme il Prospero di Shakespeare, il Gandalf di Tolkien,
il Merlino, simpatico e amabile, di T. H. White. Sono tutte invenzioni recenti,
perché in verità al tempo di Artù un mago era una combinazione fra un prete,
uno stregone e uno sciamano.
Per avere un quadro credibile di un mago in azione, è utile dare un'occhiata
a A Pattern of Islands il resoconto che l'autore, Arthur Grimble, fa dei suoi
anni trascorsi alle Isole Gilbert nel sud del Pacifico. Egli racconta che volendo
mangiare della carne di focena si era interessato per sapere dove poterne
trovare. Gli era stato detto che sull'isola esistevano ancora gli eredi di coloro
che erano considerati i cacciatori di focene. Un parente del suo informatore
lo avrebbe condotto presso di loro. E così Grimble era stato invitato al villaggio,
dove si stava celebrando una festa. Ad un tratto il capo tribù, un uomo
grasso e bonaccione, si era ritirato nella sua tenda e vi era rimasto per alcune
ore, mentre tutto intorno era sceso il silenzio. All'improvviso l'uomo
era uscito in stato di chiara agitazione, si era gettato a terra e aveva preso a
gridare: «Stanno arrivando, stanno arrivando!». All'invito tutta la tribù si era
precipitata di corsa verso il mare ed era rimasta in silenziosa attesa. In un attimo
le acque si erano popolate di focene che si lasciavano cullare dalle onde.
Erano come in uno stato di trance, tanto che i pescatori le traevano a bordo
delle loro barche senza che opponessero alcuna resistenza. Giunti a riva le
uccidevano senza problemi.
È provato che ipnotizzare un animale non è impresa impossibile (ne parliamo
al Capitolo 63) e già si sa che la tecnica chiama in causa anche la telepatia;
ma riuscire a ipnotizzare un intero branco di focene a distanza sembra
davvero un po' troppo!
Ad ogni buon conto, assurdo o no, il fatto si verificava regolarmente, a dimostrazione
che quella gente continuava a possedere antichi poteri che solo
pochi uomini erano ancora in grado di governare. Lo studio dei popoli primitivi
ha ormai chiaramente dimostrato che i numerosi graffiti dell'Età della
Pietra rinvenuti sulle pareti delle caverne in cui si scorge un uomo, uno sciamano,
che sembra danzare vestito con pelli di animali, non sono affatto da intendersi
come una sorta di arte paleolitica, bensì come la raffigurazione pittorica
di speciali rituali magici appositamente inscenati per attirare le prede
nelle vicinanze dei cacciatori, né più né meno come avevano fatto i cacciatori
di focene davanti agli occhi esterrefatti di Grimble. Nel bel libro Wizard of
thè Upper Amazon scritto da F. Brace Lamb, si raccontano le esperienze di
un peruviano, un certo Manuel Cordova, che rapito da piccolo dagli indiani
Amahuaca era cresciuto presso di loro assimilandone la cultura. Lamb testimonia
che i cacciatori primitivi di oggi non fanno altro che imitare ciò che i
loro antenati preistorici già facevano migliaia di anni or sono. Fra i molti episodi,
Cordova racconta come i cacciatori siano soliti ammazzare il capo branco
di un grappo di maiali selvatici e ne sotterrino la testa lungo il sentiero,
nella ferma certezza che questo rituale costringerà il branco a ripassare ancora
da quel passaggio. In un altro brano dalla drammatica sequenza, Cordova
descrive le libagioni rituali, quando gli indigeni si riempiono di hini xuma,
un liquore allucinogeno che chiamano “estratto della visione”, grazie al quale
hanno visioni continue di animali come serpenti e uccelli. Ricorda anche
che una notte un gigantesco leopardo apparve proprio nel bel mezzo della cerimonia,
senza né spaventare né fare del male ad alcuno.
Un'altra testimonianza significativa di un uomo che ha trascorso parte della
sua vita fra popoli selvaggi, è il bel libro dal titolo
Mitsionari (1954) di padre
André Dupreyat, vissuto a Papua nella Nuova Guinea. Vi si parla dello
stregone Isidoro che poteva trasformarsi in un casuario (una specie di grande
struzzo) e, in quelle forme, era in grado di raggiungere in sole due ore luoghi
montagnosi e lontani, normalmente raggiungibili in non meno di cinque giorni
di cammino sostenuto. Il padre narra di alcune disavventure patite con gli
stregoni locali, i quali gli avevano mandato il malocchio del serpente. Un potente
maleficio che aveva attecchito, tanto è vero che in breve tempo era stato
morsicato a più riprese da rettili. (Un fatto strano, se si considera che sono
i serpenti i primi a allontanarsi appena vengono disturbati dalla presenza dell'uomo).
Ecco perché è sbagliato continuare a immaginare un mago alla stregua di un
personaggio di Walt Disney, con un cappello a punta tutto trapuntato di stelline.
I veri maghi ricordano molto da vicino i moderni medium spiritici, perché,
come loro, sostengono che i poteri giungono grazie all'intervento di spiriti.
Molti maghi moderni - come, per esempio, il celeberrimo Aleister Crowley
- sono convinti che il potere e la forza per governare gli spiriti siano accessibili
solo tramite la celebrazione di rituali, che vanno officiati e consumati
con grande attenzione e puntigliosità.
Per tradizione, il ruolo riconosciuto di stregoni, uomini-medicina e sciamani
è quello di intermediari fra l'essere umano e il mondo spirituale e la loro
funzione prioritaria è quella di garantire alla tribù una buona caccia e un ricco
raccolto. Anche i sacerdoti Druidi dei Celti appartenevano a questa categoria
di maghi. Il druidismo, come sappiamo, era una forma di religione naturalistica,
approdata in Britannia attorno al 600 a.C. a seguito delle migrazioni
dei Celti. Ma, per essere precisi, molte forme di religione spontanea già
esistevano in loco, come per esempio le ritualistiche legate al sito di Stonehenge,
un vero e proprio tempio magico, perfettamente allineato in terra
con le stelle in cielo.
Secondo Nicolai Tolstoj, Merlino può considerarsi “l'ultimo dei Druidi”. Il
druidismo venne introdotto nel Galles dai Celti, riuscendo a sopravvivere anche
per molti secoli dopo che il cristianesimo aveva imposto la sua legge sulle
Isole Britanniche. Tolstoy sottolinea che le storie relative a Myrddin - specialmente
quelle che contemplano la figura del bardo Taliesin - sono piene
zeppe di collegamenti che uniscono magia e druidismo. Ricorda, per esempio,
i sacri alberi delle mele (che i Druidi veneravano in boschetti sacri) e i
“famigli”, gli animali alleati come il maiale o il lupo. Lo accosta al grande
dio cornuto della mitologia pagana. Per Tolstoj è la “foresta di Calidon” il
luogo che accoglie Merlino ormai impazzito, una macchia boschiva in Scozia,
nei pressi di Hart Fell, nel punto in cui nascono i fiumi Annan e Clyde.
Sempre stando a Tolstoj, Merlino tenne anche fede alla sua profezia nella
quale aveva previsto la sua stessa morte, che sarebbe avvenuta per percosse,
impalamento e annegamento. Infatti, dopo essere stato picchiato dai pastori,
era scivolato nelle acque del fiume Tweed ed era rimasto infilzato in un palo
prima di annegare.
Goodrich preferisce abbracciare la storia tradizionale, nella quale Merlino
viene ucciso da una donna di nome Ninian o Nimue, la Dama del Lago (chiamata
anche Viviana), di cui si era follemente innamorato e alla quale aveva
rivelato tutti i suoi segreti di magia. La donna però lo aveva sempre rifiutato
e alla fine, tramite un potentissimo incantesimo, lo aveva condannato a restare
sepolto vivo in una grotta racchiusa da una grande roccia. Un altro autore
segnala che a suo avviso Nimue altri non era che la santa cristiana Nimue e
che la storia del suo trionfo finale su Merlino rappresenta in chiave simbolica
la vittoria della Chiesa sul paganesimo.
Come già ho anticipato, i due bei libri di Nicolai Tolstoj e Norma Lorre
Goodrich sono ricchi di storie complesse e intricate, capaci, nel loro formidabile
insieme, di lasciare chi legge in una condizione che potremmo definire
di “confusione illuminata”. Ma alla fine, il quadro che ne viene fuori è
quello di un re Artù realmente esistito, uno dei più grandi condottieri dell'epoca
medievale, consigliato da un Merlino concreto e vitale, sciamano e druido.
I due personaggi lasciarono dietro di loro un'impronta così straordinaria
che, sin da subito dopo la loro morte, le avventure della loro vita erano entrate
a far parte di una consistente mitologia, via via sempre più ricca. Tanto
che la leggenda aveva addirittura superato la realtà, così da non consentire
più di discernere fino a che punto le imprese di questi due eroi (vissuti fra il
450 e il 550 d.C.) appartenessero al mondo della realtà o a quello della fantasia.
Una cosa però sembra potersi accertare sempre, ogni qual volta si indaga
sul loro mistero: essi furono personaggi realmente esistiti.
 
CAPITOLO 5.
LA SANTA SINDONE DI TORINO.

L'idea che un lenzuolo di lino lungo poco più di quattro metri custodito nel
duomo della città di Torino possa essere stato il telo dove venne avvolto il
fondatore del cristianesimo una volta deposto nella tomba, sembra una clamorosa
assurdità, se solo si tiene conto della concorrenza di almeno altri quaranta
luoghi in Europa pronti a esibire una reliquia simile. Tuttavia, se la Sindone
di Torino è fasulla, il mistero sembra farsi ancora più grande, perché
siamo chiamati a dare spiegazione ad un gran numero di prove che inducono,
al contrario, a ritenerla autentica.
La storia conosciuta del sacro lenzuolo inizia nel 1353 quando Goffredo di
Charny, signore di Savoia e Lirey, decide di innalzare una chiesa a Lirey per
ostentare in bella mostra “il vero lenzuolo funebre di Cristo”. Si tratta di una
striscia di lino lunga più di quattro metri e larga oltre un metro. Sul lino è impresso
il contorno scuro della figura di un uomo o, per essere più precisi, due
immagini, una del fronte e l'altra del retro del corpo. Da quel che si può dedurre,
il corpo era stato steso nella prima metà del lino che era poi stato ripiegato
dalla testa verso i piedi, ricoprendo così fra due strati il corpo del defunto.
Per qualche misteriosa ragione l'immagine era venuta a imprimersi
sulla tela come una fotografia, per quanto debole e sbiadita.
Una reliquia simile valeva più oro di quanto pesasse, dal momento che tutti
i pellegrini che raggiungevano la chiesa non erano mai restii a lasciar scivolare
una moneta nella cassetta delle elemosine. Nel 1389 il vescovo di Troyes,
Piero d'Arcis, sostenne che il telo era un falso dipinto da un artista e disse che
ne avrebbe replicata una copia. Ma il tentativo fallì. Nel 1532 la Sindone rischiò
di essere distrutta fra le fiamme che stavano divorando la Santa Cappella
di Chambery, in Francia. Una volta portata in salvo si riscontrarono
molte lesioni, fra cui bruciature e buchi più o meno grandi provocati da gocce
d'argento fuso. Per fortuna le devastazioni risparmiarono la parte centrale
del lino cosicché, dopo il prezioso e accurato lavoro di restauro operato dalle
pie suore di Santa Chiara, la reliquia sembrò aver recuperato la sua integrità.
Questo per il passato. La parte storica, diciamo così, moderna prende invece
il via il 28 maggio del 1898. La Sindone si trovava nella cattedrale di Torino
sin dal 1578 - ora proprietà dei duchi di Savoia - e il 25 maggio era stato
deciso di porla in ostensione pubblica. Un fotografo torinese, Secondo Pia,
ricevette l'incarico di scattare alcune fotografie. La sera, attorno a mezzanotte,
era nella sua bottega fotografica a sviluppare le lastre, quando ciò che gli
si era presentato dinanzi lo aveva sconcertato al punto che quasi aveva lasciato
cadere a terra le preziose lastre. Invece dei contorni e della sagoma incerti
così come si vedevano a occhio nudo, quello che lo stava osservando
dalla pellicola era un volto ben definito e distinguibile. Questo accadeva osservando
il negativo non la stampa della fotografia in positivo. Ciò significava
una cosa soltanto: che anche l'immagine impressionata sul telo era un negativo.
Ribaltandola, intuì il Pia, avrebbe ottenuto il positivo, vale a dire la
vera fotografia. Se quella reliquia era genuina, avrebbe osservato la fotografia
del vero volto di Cristo.
Il duca di Savoia - all'epoca re Umberto I (sarebbe stato assassinato solo
due anni dopo) - venne immediatamente messo al corrente della straordinaria
scoperta. In breve una lunga processione di personalità e curiosi prese
d'assalto la bottega fotografica di Pia. Molti fra i presenti restarono completamente
affascinati. Per loro non poteva che trattarsi della vera immagine del
Cristo, perché nessuno, anche il falsario più bravo, sarebbe mai stato capace
di una simile contraffazione. La sola possibilità alternativa era che il prodotto
fosse stato ottenuto in via accidentale, per caso, ma era un'ipotesi davvero
remota. Un paio di settimane dopo un giornalista diramò la notizia e tutto il
mondo ne fu informato.
Ma il grande entusiasmo era destinato a placarsi presto. Due anni dopo, infatti,
in un dettagliato e preciso rapporto il medievalista Ulysse Chevalier
spense ogni ardore. Dopo aver studiato e esaminato a fondo tutti i documenti
a disposizione, non da ultimo anche l'affermazione del vescovo Piero d'Arcis
(che sosteneva di essere addirittura risalito all'autore del falso), Chevalier
era arrivato a concludere senza alcuna esitazione che la Santa Sindone era
una contraffazione. Si trattava di un dipinto. Inoltre, chiamando in causa un
celebre fotografo del tempo, sosteneva che l'aspetto in “negativo” della pittura
era scaturito semplicemente da un errore tecnico. Molti studiosi si lasciarono
convincere. Anche la Santa Sindone altro non era che una delle tante
false reliquie, nulla di diverso dalle migliaia di presunti frammenti della
vera croce del Cristo sparsi ovunque nelle chiese del mondo.
Ma quasi in contemporanea stava sorgendo sulla scena un nuovo difensore.
Si chiamava Paul Vignon. Era un pittore con un profondo interesse per la biologia,
divenuto assistente del professor Yves Delage alla Sorbona. Vignon era
cattolico, Delage agnostico. Tuttavia fu proprio Delage nel 1900 a mostrare
al suo collaboratore le fotografie della Sindone e a far scattare in lui l'interesse
per la reliquia. Se gli fosse stato consentito di esaminare da vicino il telo sarebbe stato possibile accorgersi se si trattava di una pittura oppure no?
Venuto a Torino, si era procurato alcune copie delle immagini ottenute da Pia
e un paio di istantanee scattate nello stesso periodo da altre persone.
Il primo problema che Vignon si pose fu cercare di capire come e con cosa
erano state ottenute le colorazioni brune che delimitavano e segnavano la figura.
Se fossero state opera di un pittore, come avrebbe fatto ad ottenere
un'impressione in negativo? Avrebbe dovuto dipingere senza vedere che cosa
stava facendo e siccome Vignon era pure lui un pittore ben sapeva che la
cosa era impossibile. E siccome, fino a prova contraria, nel
1353 la fotografia ancora non esisteva, non c'erano altri
mezzi per riuscire nell'impresa. E
poi, quand'anche il misterioso artista avesse desiderato ingannare i pellegrini
e i fedeli, perché produrre un negativo? Sarebbe stato mille volte meglio
tratteggiare un volto in chiaro, subito e facilmente percepibile.
Vignon decise di cospargersi il volto con della polvere di gesso rossastra.
Disteso su un letto, si era poi fatto adagiare un lenzuolo sulla faccia che era
stato lievemente premuto per impregnarsi del gesso. Non ottenne affatto un
negativo, ma una serie incoerente e indecifrabile di macchie.
Ne dedusse che se per caso l'immagine era stata ottenuta per “contatto”,
non si trattava certo di un contatto diretto. Che tipo di contatto, allora? Uno
dei grandi enigmi consisteva nel fatto che non solo le parti sporgenti ma anche
le incavature del viso erano evidenti nella Sindone. Si vedeva, per esempio,
anche la radice del naso, particolare che nessuna tecnica di contatto sarebbe
mai riuscita a far emergere.
Perché non immaginare, allora, che il disegno fosse stato provocato dal sudore?
Al tempo della crocifissione le spezie e gli unguenti funebri più comuni
erano la mirra e l'aloe. Vignon e Delage decisero di provare. Impregnato
un abito di mirra e aloe provarono a vedere quali effetti ne derivavano a contatto
col sudore. Il sudore, come si sa, contiene una sostanza che si chiama
urea che si trasforma in ammoniaca (da qui lo sgradevole odore). Ebbene, osservarono
che il sudore era in grado di indurre delle colorazioni brunastre
sull'abito impregnato di spezie.
Stranamente, lo scettico Delage si convinse che il telo era autentico. La fotografia
dell'uomo sconosciuto rivelava alcune ferite, fra cui una al costato
provocata probabilmente dalla punta di una lancia, mentre sulla fronte erano
evidenti i segni di punture che facevano pensare a una corona di spine. Ai
polsi e ai piedi risaltavano i fori provocati da chiodi. La maggior parte dei dipinti
che rappresentano la crocifissione mostrano i chiodi piantati nelle mani,
ma Vignon smentì questa credenza segnalando che i palmi delle mani non
avrebbero potuto sostenere il peso di un uomo, perché si sarebbero lacerati.
Infatti, ricerche storiche confermarono che doveva essere così e che i chiodi
venivano conficcati all'altezza dei polsi, non nelle mani.
Il rapporto dei due ricercatori venne letto il 21 aprile del 1902 presso l'Accademia
delle scienze di Torino, provocando un tale sconquasso che Vignon
e Delage vennero, contraddittoriamente, lodati e denunciati. Malgrado tutto,
però, anche fra i sommi prelati c'era gente che guardava alla Sindone con occhio
sospettoso. Vale ricordare, per esempio, il padre gesuita
Herbert Thurston della Farm Street di Londra, il quale, nel
suo contributo alla Catholic
Encyclopedia sostenne che il telo non era altro che un “aiuto devozionale”,
una pittura elaborata da monaci del XIV secolo.
Poi la controversia scemò e non si parlò più di Sindone per circa trent'anni.
Nel maggio del 1931 tra i festeggiamenti previsti in occasione delle nozze del
principe ereditario Umberto, venne deciso di ostendere nuovamente il sacro
telo. Il fotografo Giuseppe Enrie venne incaricato di scattare una serie di fotografie.
Erano, ovviamente, di qualità migliore rispetto a quelle molto precedenti
di Pia. Il senso della realtà appariva in forma decisamente maggiore.
Ancora una volta, un'attenta osservazione stabilì che non poteva trattarsi di
un dipinto. La pittura avrebbe dovuto scendere nella struttura del telo ed invece
le macchie che definivano la misteriosa figura stavano in superficie. Per
di più anche l'esame al microscopio non metteva in risalto alcuna traccia di
pittura.
Le fotografie vennero mostrate all'eminente anatomista
francese Pierre Barbet, il quale decise di analizzarle in
dettaglio. Fra le tante cose, egli notò, per
esempio, che i chiodi che erano stati conficcati nei polsi erano riemersi nel
retro della mano. Poteva trattarsi di un errore da parte dell'eventuale mistificatore?
Con un esperimento di laboratorio, Barbet provò a ricreare la condizione
originale. Ebbene, una volta lacerato, il polso si spezzava facendo scivolare
il chiodo nel punto preciso osservato nelle fotografie. I polsi mostravano
due rigagnoli di sangue, come se fossero provocati da due diverse posizioni.
Barbet dimostrò che un uomo appeso per i polsi sarebbe morto soffocato
in breve tempo. Per riuscire a respirare sarebbe stato costretto a cercare
di tirarsi su, facendo leva sui chiodi che gli fissavano i piedi, ma dopo qualche
attimo, esausto per lo sforzo, non avrebbe potuto evitare di lasciarsi andare.
La duplice striscia di sangue corrispondeva esattamente a queste due diverse
ipotetiche posizioni. Dando ascolto a quanto raccontato dall'apostolo
Giovanni, quando il soldato conficcò la lancia nel costato di Cristo «ne uscirono
immediatamente sangue e acqua». Barbet sperimentò anche questo ed
ottenne esattamente fuoriuscita di “sangue e acqua”, vale a dire una mistura
di sangue e fluido pericardiale.
Tutte queste prove diedero a Barbet un'idea, sebbene non ancora completa,
delle terribili sofferenze patite da un uomo crocifisso. L'argomento lo affascinò
a tal punto da spingerlo a scrivere un libro intitolato La passione fisica
di Gesù, divenuto in breve tempo fonte di ispirazione per sermoni pasquali.
Ma le emozioni per lui non erano ancora finite. Quando nell'ottobre del 1933
gli fu concesso di dare un'occhiata da vicino al sacro telo, realizzando senza
alcun dubbio che le macchie brune non potevano essere che di sangue - il
sangue di Cristo - era caduto in ginocchio, il capo chino, preso da una commozione
indicibile.
Dopo queste ulteriori indagini, per lo meno una cosa era certa: la Sindone
conteneva così tante e complesse informazioni dettagliate che l'ipotesi si trattasse
di un falso era ormai da scartare. Il suo studio si trasformò in una ricerca
scientifica a tutti gli effetti. Questo nuovo ramo d'indagine venne chiamata
sindologia e Paul Vignon riconosciuto come il suo esponente di spicco. Fu
il Vignon a suggerire la teoria secondo cui sarebbe stata proprio l'immagine
impressa sul telo sindonico a dare una sterzata decisiva nella iconografia eristica
sin dai tempi di Costantino (274-337 d.C.). Nei primi due secoli dopo la
sua morte, Gesù veniva rappresentato come un giovane uomo senza barba;
dopo incominciò a essere raffigurato con una folta barba e basette. Questo
cambiamento radicale si doveva alla Sindone? Dopo aver preso in considerazione
centinaia di rappresentazioni, Vignon affermò che, a suo giudizio, la
maggior parte di esse aveva certamente subito l'influsso del sacro telo. A sostegno
della sua ipotesi, faceva notare, per esempio, la presenza sul telo di un
piccolo quadrato, appena al di sopra del naso, dovuto all'imperfezione della
trama del tessuto. Ebbene, in molti dipinti questa imperfezione compariva sul
ritratto del volto di Cristo. Anche nel cosiddetto “santo volto di Edessa”, un
ritratto databile un secolo dopo Costantino, la rassomiglianza con l'uomo
della Sindone è indubbia.
Secondo Ian Wilson, un altro, successivo, studioso, la Sindone sarebbe pressoché
identica a un'altra importante reliquia, il cosiddetto Mandylion, vale a
dire il fazzoletto con il quale la tradizione sacra racconta che santa Veronica
asciugasse il volto di Gesù, mentre stava salendo al Calvario e sul quale il
santo viso sarebbe rimasto impresso miracolosamente. Questa straordinaria
reliquia (o una simile ritenuta l'autentico fazzoletto) era stata conservata a
Bisanzio fino al 1204 quando i Crociati avevano saccheggiato la città. Poi era
giunta a Edessa (l'odierna Urfa, in Turchia) nell'agosto del 994. Secondo
Wilson, il Mandylion, conservato ripiegato in modo da mostrare solo il volto
santo, e la Sindone sarebbero la stessa reliquia. Nel suo libro The Turin
Shroud Wilson dedica oltre cento pagine allo studio e alla presentazione delle
fonti storiche e documentarie che raccontano la storia del Mandylion prima
della sua comparsa a Lirey nella metà del XIV secolo. Le sue argomentazioni
sono articolate e lunghe e non possono che essere riassunte.
Dopo la crocifissione (30 d.C. ca.), il lenzuolo era stato ripiegato in modo
da rendere visibile solo il volto, al fine di nasconderne la natura “impura” di
telo funebre. Trasferito a Edessa presso una nascente comunità cristiana,
quando il re Ma'nu IV nel 57 d.C. aveva ripristinato il paganesimo riprendendo
a perseguitare i cristiani, era stato deposto in una nicchia segreta nel
muro della porta occidentale della città. Poiché circa 120 anni dopo, il cristianesimo
era stato nuovamente tollerato, il telo aveva continuato a restare a
Edessa. Nel 525, a seguito delle spaventose alluvioni che distrussero la città
provocando oltre trentamila morti, nel corso della ricostruzione di gran parte
degli edifici pubblici andati distrutti, il lenzuolo era stato ritrovato. (Ipotesi,
questa, in contraddizione con quella sostenuta da Vignon, che fa risalire il ritrovamento
al tempo di Costantino, almeno tre secoli prima). Nel 943 l'esercito
bizantino che assediava Edessa promise di risparmiare il sacco della città
in cambio della consegna del Mandylion, che così era stato trasferito a Costantinopoli.
Solo nel 1045 si era scoperto trattarsi di un telo funebre, probabilmente
quando qualcuno lo aveva tolto dalla teca-cornice in cui si trovava
per sistemarlo in una nuova. Nel 1204 quando i Crociati fecero cadere la Costantinopoli
dei greci cristiani, il telo scomparve nuovamente. Che cosa accadde
non è noto, anche se un'ipotesi piuttosto credibile sostiene finisse nelle
mani dei Cavalieri Templari, i quali, combinazione, erano accusati di consultare
magicamente la testa di un uomo con la barba rossa. Nel 1291, dopo
la resa di Acri (dove i Templari custodivano i loro tesori), il telo passò a Sidone
e quindi a Cipro.
Nel 1306 il grande tesoro templare era transitato in Francia, portatovi da
Jacques Molay. Il 13 ottobre 1307, per ordine di Filippo il Bello, desideroso
di mettere mano su tutti i loro possedimenti, i Templari venivano messi al
bando e arrestati o uccisi. Nel marzo del 1314 Jacques Molay era mandato al
rogo, bruciato vivo con Goffredo di Chamay, superiore dell'ordine in Normandia.
Non ci sono prove sicure attestanti che questo Goffredo fosse lo stesso
Goffredo di Charny che nel 1353 aveva fatto erigere la chiesa di Lirey
presso la quale, due anni dopo, sembrerebbe fosse stato esposto il telo. Quando
Goffredo era caduto a Poitiers nel 1356, il lenzuolo era passato al figlioletto,
Goffredo pure lui. L'anno dopo c'era stata un'altra ostensione (forse per
raggranellare oboli e offerte), ma era intervenuto Enrico vescovo di Poitiers
ad ordinare la sospensione dell'esibizione. Nel 1389 un'altra ostensione
mandò su tutte le furie Piero d'Arcis, vescovo di Troyes, il quale si era appellato
al re e quindi al papa per entrare in possesso della reliquia, da lui considerata
un falso, dipinto da un abile artista nel 1355. Per fortuna il papa si
schierò dalla parte della famiglia Charny e la richiesta del bilioso vescovo
non venne esaudita. Nel 1400, alla morte del più giovane Goffredo di Charny,
la figlia Margaret era andata in sposa a Umberto di Villersexel a cui, per sicurezza
e protezione, era stato consegnato il telo. La reliquia era stata portata
nella chiesa di St. Hippolyte-sur-Doubs, dove era consuetudine esporla una
volta all'anno in un prato vicino alle rive del fiume Doubs (il Prato del Signore,
Pré du Seigneur). Sin dal 1443, i canonici di Lirey avevano provato
invano a farsi consegnare il lenzuolo, ma Margaret non aveva mai ceduto, andando
anche incontro alla scomunica. Quando nel 1460 la volitiva donna era
morta, si venne a sapere che nel frattempo la reliquia era passata ai duchi di
Savoia che in cambio le avevano ceduto ben due castelli in territorio francese.
Nel 1502 il telo era approdato al castello di Chambery, dove circa trent'anni
dopo era andato semi distrutto a causa di un incendio. Finalmente, nel
1578 era stato trasferito a Torino, dove si era fermato, salvo per il periodo
della seconda guerra mondiale quando era stato ricoverato nell'abbazia di
Monte Vergine in provincia di Avellino per motivi di sicurezza.
Nel 1955, fra i tanti pellegrini venuti a osservare la Sindone, c'era anche
una ragazza scozzese handicappata. In via del tutto eccezionale, previ preventivi
accordi, le venne concesso di toccare il telo, nella speranza
potesse risanarla. Ma non era accaduto nulla. Probabilmente fu
questo fallimento a indurre
l'allora cardinale della città, monsignor Pellegrino, a promuovere nuovi
studi scientifici al fine di valutare, se possibile una volta per tutte, l'autenticità
della reliquia. Nel giugno del 1969 una commissione scientifica potè
così esaminare il lenzuolo e una nuova serie di fotografie (molte anche a colori)
venne scattata da Giovanni Battista Judica-Cordiglia. Per due giorni la
commissione scrutò da vicino e in modo diretto la Sindone, potendo anche
prelevare piccoli frammenti di tessuto. Dal suo esilio in Portogallo, l'ex re
Umberto II diede il suo consenso alle operazioni. Il 23 novembre 1973 la Sindone
venne fatta vedere per la prima volta in televisione. Il giorno dopo era
stata ricoverata in una stanzetta nel retro della cattedrale di Torino e con attenta
perizia erano stati prelevati diciassette campioni di stoffa. Venne anche
rimosso qualche frammento delle pezze ricucite sul retro a suo tempo applicate
dalle suore a seguito dei danni provocati dall'incendio. Fra le altre cose,
l'operazione rivelò l'interessante fatto che l'immagine non passava oltre, vale
a dire non era visibile sul retro del telo. E, in effetti,
attenti esami rivelarono che i segni misteriosi erano impressi
solo sulla parte superficiale del telo,
cosa che escludeva in pratica l'ipotesi che le macchie fossero provocate da
sangue: ricordiamo la grande emozione che aveva colto Pierre Barbet quando,
pensando di trovarsi al cospetto dell'autentico sangue del Cristo, era caduto
in ginocchio. Test ulteriori dimostrarono che in effetti non si trattava di
sangue.
Un altro studioso, il dottor Max Frei di Zurigo, aveva notato che sul telo
c'erano tracce di polvere, che riuscì a prelevare semplicemente applicando
del nastro adesivo sui frammenti del telo. Una volta portati in laboratorio, i
campioni osservati al microscopio avevano evidenziato la presenza di granelli
di polline, mescolati a polvere e particelle minerali. Frei, noto criminologo,
era un esperto di pollini. Uno dei primi a essere identificato fu quello
della pianta del cedro del Libano. Un'ottima e promettente premessa, anche
se il cedro del Libano era pianta ormai diffusa anche in luoghi lontani da quel
paese, soprattutto nei grandi parchi e negli orti botanici. Ma la sorpresa doveva
ancora venire: saltarono fuori i pollini di piante specifiche, che si potevano
trovare solamente nella valle del fiume Giordano, vegetali adatti a crescere
in terreni ricchi di sali. Alla fine Frei riuscì a riconoscere quarantacinque
diversi tipi di polline, alcuni di piante tipiche della zona di Gerusalemme,
altri di Istanbul (Costantinopoli) altri ancora di Urfa (Edessa), altri della
Francia e dell'Italia. Questa scoperta costituiva una prova pressoché irrefutabile
che non solo il lenzuolo era originario della Terra Santa, ma si era spostato
attraverso Turchia, Francia e Italia. Questa fu, senza dubbio, la scoperta
più eccitante scaturita dalla batteria di analisi condotte nel 1973.
All'epoca altre importanti analisi sono state condotte da John Jackson, un
fisico americano, e dall'amico e collaboratore, capitano
dell'USAF, Eric Jumper. Ottenuta una Sindone posticcia in
materiale trasparente, i due ricercatori
hanno riportato tutti i segni caratteristici del lenzuolo sopra un pezzo di stoffa
simile. Sistemato il telo posticcio sul corpo di uomo coricato, è stato monitorato
il grado di intensità dei segni scuri che costituivano i tratti della figura.
L'esperimento segnalò un fatto curioso: i segni risultavano più evidenti
e marcati nei punti in cui il telo toccava il corpo, trovandosi inoltre in perfetta
proporzione rispetto alla distanza che la stoffa avrebbe dovuto avere rispetto
alla carne; per esempio, risultano più tenui sotto il mento, laddove il
telo avrebbe dovuto risultare più disteso nel tratto che dal mento va al petto.
Ma è stato solo nel 1976 che i due ricercatori hanno resa nota una delle conquiste
più straordinarie e forse anche la più clamorosa dal tempo delle prime
fotografie originali di Secondo Pia. Decisero di sottoporre l'immagine alla
tecnica della “esaltazione d'immagine”. Si trattava di un metodo modernissimo,
il cui fine era quello di esaminare la brillantezza relativa da tutte le singole
piccole aree costituenti una fotografia - come, per esempio, quelle scattate
da una sonda spaziale - per poi intensificarle in modo selettivo, allo scopo
di “far venire fuori” le immagini sottostanti. (Questa stessa tecnica venne
anche usata per scandagliare il lago alla ricerca del mostro di Loch Ness). Dal
momento che l'esaltazione d'immagine consente anche di interpretare informazioni
a distanza, permette di trasformare una fotografia bidimensionale e
piatta in una a tre dimensioni, vale a dire nel caso della figura della Sindone,
ricavare un'immagine simile a quella di una statua, la quale a sua volta può essere
osservata da tutti i punti di vista. Da una pressoché perfetta riproduzione
del volto, Jackson e Jumper sono così riusciti a ottenere una immagine identica
a quella impressa sul telo. Ne venne fuori che i punti salienti delle impronte
scure della Sindone potevano fornire dati più che sufficienti ai computer per
una ricostruzione fedele del volto originale, operazione che, fra le altre cose,
ancora una volta escludeva la possibilità che la figura fosse stata ottenuta tramite
una semplice pittura della stoffa e fosse dunque un falso. In realtà, così
come i due studiosi misero bene in risalto, l'immagine del lenzuolo era qualcosa
di assai più raffinato e superiore rispetto a una moderna fotografia. Perché
una normale fotografia non contiene sufficienti “informazioni a distanza”
da poterne ricavare, come invece era stato possibile fare, una “statua”, come
era stato dimostrato dall'esperimento fallito di riprodurre con questa stessa
tecnica una fotografia di papa Pio XII, dove naso e bocca erano venuti molto
distorti e gli occhi eccessivamente incavati nelle orbite. Insomma, la figura
impressa sulla Sindone era qualcosa di straordinariamente più accurato di
quella fotografia. Poi era venuta fuori un'altra cosa importante, mai osservata
prima: sugli occhi del personaggio si potevano distinguere i segni di monete,
nel rispetto del costume ebraico del tempo. Altri due ricercatori, Donald Lynn
e Jean Lorre, sono riusciti a identificarle come “leptoni”, i cosiddetti “oboli
della vedova” di cui si parla nel Nuovo Testamento.
Nel 1977 il dottor Walter McCrone, microanalista di Chicago, ha fatto richiesta
ufficiale di poter disporre di qualche campione della Sindone.
McCrone, era noto per aver dimostrato la non autenticità della
cosiddetta “mappa di Vinland”, secondo la quale i Vichinghi
avrebbero raggiunto l'America
prima di Colombo, rivelando al mondo che anche se la pergamena su cui era
tracciata risaliva a tempi medievali, l'inchiostro usato era del 1920. Egli sosteneva
che con l'utilizzo del microscopio a ioni sarebbe stato capace di identificare
con certezza la natura dell'immagine della Sindone. Ma in quell'anno,
le sue possibilità di riuscire a farsi consegnare i preziosi campioni sembravano
minime, perché proprio nel 1977 Torino aveva richiesto la resa dei
diciassette campioni inviati in giro per il mondo. Poi però la città aveva salutato
un nuovo prelato, il cardinale Anastasio Ballestrero, già vescovo di Bari.
L'anno dopo Ballestrero aveva deciso di predisporre un'ostensione del santo
telo e le prospettive che qualche nuovo campione potesse essere spedito presso
un laboratorio di ricerca si erano improvvisamente riaperte. Per i meriti
acquisiti, Jackson e Jumper, Lynn e Lorre riuscirono ad accaparrarsi parecchio
materiale; Max Frei continuò a sperimentare per la ricerca dei pollini e
anche McCrone riuscì ad ottenere qualche frammento per i suoi test.
I risultati dei suoi esperimenti sono stati una vera delusione per i credenti.
Annunciò infatti che tutte le sue prove al microscopio ionico avevano rivelato
la presenza di tracce di ossido di ferro e di frammenti anche consistenti di
pittura e dunque la Sindone era frutto di una falsificazione. Subito altri studiosi
insorsero, segnalandogli che il trattamento del lino prevedeva l'immersione
in acqua prima di trasformarsi nella tela di lino e che le piccole tracce
di ossido di ferro da lui evidenziate avrebbero potuto derivare proprio da questo
trattamento. In aggiunta, non si poteva escludere che il telo fosse venuto
in contatto con pittori: non per nulla molte copie sparse per l'Europa ostentano
una specie di certificato di garanzia nel quale si dichiara apertamente trattarsi
di copia direttamente tratta dall'autentica Sindone che si trova nel duomo
di Torino (immaginando che, grazie a questo, la copia avesse potuto assimilarne
qualche virtù). Quindi niente di più facile che da tutti questi maneggiamenti
ed esposizioni, qualche residuo di ossido e di pigmento da colore
potesse essersi trasferito sul lenzuolo, inquinandolo.
Mentre stiamo scrivendo il mistero della Santa Sindone di Torino è tutt'ora
insvelato. La scuola degli scettici riprende l'antica teoria, quella ventilata da
fratei Ulysse Chevalier, secondo la quale il telo è una falsificazione le cui singolari
proprietà - come per esempio la risposta alle fotografie e alla tecnica
della esaltazione d'immagine - sarebbero diventate tali solamente a causa del
“decadimento” del pigmento originale del colore usato. Argomento che suona
assurdo oggi così come già lo era nel XIV secolo. E pensare che basterebbe
una analisi al carbonio 14 per datare in modo abbastanza sicuro la stoffa
del telo, verificando la sua contemporaneità e lontananza dalla data della crocifissione.
Nel momento in cui diamo alla stampa queste pagine, non ci risulta
che questo sia stato eseguito, sia perché la tecnica in questione provocherebbe
la distruzione di un frammento, per quanto piccolo, del telo, sia perché
secondo molti la certezza della datazione non sarebbe egualmente garantita,
potendo oscillare in un arco di tempo piuttosto consistente.
Tuttavia, da ciò che è emerso dalle osservazioni del dottor Frei sui pollini,
la Sindone avrebbe dato prova di poter essere collocata nel periodo storico
esatto. Accettato questo, resta comunque il grande enigma del come la figura
sia rimasta impressa nella stoffa. Alcune ricerche americane hanno evidenziato
una certa analogia con le “bruciature da radiazioni” del tipo di quelle
che scaturiscono da una esplosione atomica, suggerendo l'ipotesi che il fenomeno
si sia verificato a seguito di una breve ma intensa esplosione radioattiva,
probabilmente nel momento della resurrezione di Cristo all'interno della
tomba. Gli scettici, di rimando, si chiedono per quale motivo un simile “miracolo”
abbia avuto necessità di compiersi attraverso un procedimento nucleare.
In effetti, davanti a questo interrogativo non sembrano esserci risposte.
Lo stesso però deve riconoscersi per la incredibile quantità di informazioni
che la Sindone conserva e che in parte ci ha già trasmesso. Tanto che, a
questo punto, quand'anche alla fine si venisse a scoprire trattarsi di una falsificazione
operata nel XIV secolo viene egualmente da gridare al miracolo.

Postscriptum.
Gli sviluppi che il caso della Santa Sindone di Torino ha avuto da quando
venne scritto questo articolo, sono stati molti e interessanti. Nel 1977, su iniziativa
americana, è nato il Progetto di ricerca Sindone di Torino (in sigla
STURP). Dopo aver a lungo negato la possibilità di procedere alla datazione al
carbonio 14, undici anni dopo, vale a dire nel 1988, la Chiesa di Roma concedeva
finalmente il permesso. Sono stati coinvolti tre diversi laboratori,
quelli dell'Arizona, di Oxford e di Zurigo. I risultati sono stati resi noti e pubblicati
il 13 ottobre 1988 e tutti concordano nel sostenere che con quasi assoluta
certezza il materiale con cui è fatta la Sindone è databile fra il 1260 e il
1390. Dunque il telo sarebbe una falsificazione. Viene allora da chiederci: chi
la perpetrò e perché?
Nel 1994 Lynn Picknett e il suo collaboratore Clive Prince hanno apportato
nuova linfa al dibattito pubblicando il libro dal titolo The Turiti Shroud - In
Whose Image? sottotitolato Una scioccante verità finalmente rivelata.
Stando ai due autori il “falso” sarebbe nientemeno che di Leonardo da Vinci,
e l'opera gli sarebbe stata commissionata dal papa in persona.
Ma che dire a proposito del fatto che Leonardo era nato nel 1452, ossia novantanove
anni dopo la prima ostensione del santo telo? La spiegazione precisa
che Leonardo avrebbe ricevuto l'incarico di eseguire una copia del vero
telo, per poterla esibire tranquillamente all'osservazione dei credenti e dei
pellegrini, visto che l'autentico era ormai molto malridotto.
Questa storia venne raccontata da un napoletano, certo Giovanni Battista
della Porta, al quale la tradizione popolare accredita l'invenzione della fotografia,
il cui processo egli ebbe a descrivere nel 1552, trentatre anni dopo la
morte di Leonardo. Quando i codici del grande genio furono trascritti (ricordiamo
la sua abitudine di scrivere al contrario, come in una specie di codice
segreto), si scoprì, fra le tante cose, che aveva anche inventato quello che lui
chiamava “occhio artificiale” (oculus artificialis). Leonardo spiegava che se
la facciata di un edificio viene illuminata dal sole e in un apparecchio posto
davanti ad essa si produce un piccolo foro per osservare, la luce che passa attraverso
questo foro riporterà su una parete di proiezione un'immagine rovesciata
della facciata stessa. Occorreranno ancora 150 anni prima che attorno
al 1640 il gesuita Attanasio Kircher svolga i suoi primi esperimenti con le cosiddette
“lanterne magiche”.
Ciò che Picknett e Prince intendevano dimostrare era che il nitrato o il cloruro
d'argento, i fattori chimici che “fissano” l'immagine, erano già ben noti
al tempo di Leonardo, anzi, lo erano sin dai primi anni del suo secolo.
Si tratta, senza dubbio, di una teoria originale, ma troppo speculativa, poco
sorretta da prove evidenti. Per esempio, come si è detto, la datazione al carbonio
ha collocato la tessitura del telo di lino fra il 1200 e il 1390, ossia un
secolo prima di Leonardo. Certo, è possibile che il telo su cui egli avrebbe dipinto
l'immagine votiva sia stato tessuto cento anni prima, però la cosa suona
piuttosto strana e improbabile.
Questa obiezione non è applicabile a un'altra recente ipotesi sulla natura
della Sindone, quella esplicitata nel libro Il secondo Messia (1997) ad opera
di Christopher Knight e Robert Lomas. Questi sostengono che l'immagine
della Sindone riproduce la figura di Jacques de Molay, il grande maestro dell'ordine
templare.
I Cavalieri Templari (di cui si parla anche nel capitolo dedicato al caso di
Rennes-le-Chàteau) erano un ordine cavalleresco formatosi in Terra Santa,
dopo la presa di Gerusalemme nel corso della prima crociata nel 1099. Lo
scopo primario della loro costituzione era quello di mantenere libere e sicure,
da quel momento in avanti, le strade che avrebbero condotto fedeli e pellegrini
a visitare il santo sepolcro, anche se il nucleo originario di soli nove
adepti induce subito a pensare al pretesto di una “copertura”.
Secondo i due autori, in effetti, i Templari avevano ben altre finalità, quando
a Gerusalemme avevano visitato le rovine del tempio di Salomone, distrutto
dai Romani, per soffocare la rivolta ebraica nel 70 d.C. Stavano cercando
rotoli e documenti segreti. Oggi sappiamo che i rotoli più famosi relativi
alla Terra Santa sono quelli di Qumran detti del Mar Morto, scoperti per
caso nel 1947 da un pastorello arabo in una grotta. Il ragazzo ne aveva presi
alcuni e grazie al cielo aveva resistito alla tentazione di bruciarli per farne
delle torce. Lomas e Knight sostengono che i rotoli custoditi nel tempio e
cercati dai Templari provenivano dalla stessa fonte letteraria di quelli del Mar
Morto, ma erano infinitamente più preziosi. La storia rivela che uno dei templari
che certamente tornò in Francia con qualche rotolo fu Goffredo di
Sant'Omer, il secondo in capo dopo Ugo di Payen. I preziosi reperti erano
stati consegnati a un vecchio abate, certo Lamberto di Sant'Omer, noto soprattutto
agli storici per la copia di un disegno rappresentante la Gerusalemme
celeste. L'opera è datata attorno al 1120 e rivela in modo chiaro i simboli
base della Massoneria, ben cinque secoli prima che il movimento venga ufficialmente
fondato. Stando agli autori, tutta questa simbologia era conservata
e riprodotta in origine nel grande tempio di Salomone.
Ma di che parlavano questi rotoli tanto importanti?
Quelli del Mar Morto appartenevano alla setta segreta ebraica degli Esseni,
noti anche come Nazariti. Li potremmo descrivere come Puritani ebrei; vegetariani
stretti, rifiutavano i sacrifici animali e dunque respingevano la figura
e gli insegnamenti di Mosè come ispirati da Dio.
La setta era nata a seguito di una profonda scissione verificatasi fra gli Ebrei.
Quando nel 587 a.C. il popolo ebraico era stato deportato dal
re Nabucodonosor nell'esilio babilonese, era nata la leggenda
e la speranza di un Messia, che
li avrebbe ricondotti alla libertà perduta. Al ritorno a Gerusalemme, cinquantanni
dopo, un sacerdote di nome Zerobabele, che aveva fatto riedificare
il tempio, era stato visto come il Messia, atteso, anche se lui stesso badava
bene a sostenere questa ipotesi assumendosi le conseguenti responsabilità.
Due secoli dopo, Alessandro il Grande conquistava la Palestina, affidandola
al governo di uno dei suoi generali più fidi, Seleucide. Ma quando i conquistatori
greci si erano azzardati ad innalzare sugli altari del tempio le statue
di Zeus, era scoppiata la rivolta. Gli Ebrei sotto la guida di Giuda Maccabeo
avevano dato vita a una guerriglia prodigiosa e alla fine, nel 164 a.C., il tempio
aveva potuto essere riconsacrato al culto di Geova. La stirpe dei Maccabei
divenne quella reale di Gerusalemme, unitamente a quella sacerdotale.
Questa decisione aveva portato un gravissimo oltraggio ai discendenti di
Zorobabele, che vedevano i Maccabei come degli usurpatori. Così, a cominciare
dal 187 a.C. alcuni gruppi si erano staccati per andare a coagularsi in
piccole comunità sulle rive del Mar Morto, le comunità di Qumran. Questa
gente viveva in tende e usava le grotte come depositi e magazzini di approvvigionamenti.
Erano noti anche col nome di Esseni ed erano guidati da un capo
supremo che veniva semplicemente chiamato Maestro di Giustizia. Per
Lomas e Knight la ritualistica essena sarebbe del tutto assimilabile a quella
massonica.
Allo scoppio della rivolta ebraica nel 66 a.C. gli Esseni, per tema di vederli
distrutti avevano segretamente occultato i rotoli della loro religione nelle
grotte del Mar Morto, nascondendo, secondo i due autori in questione, i più
preziosi e importanti, nelle segrete del tempio di Salomone ritenute assolutamente
impenetrabili.
Ecco quello che i Templari erano andati a cercare fra le rovine del sacro edificio.
Ecco il “tesoro” che alla fine erano riusciti a scovare. Nel corso dei due
secoli successivi a questo se ne aggiunsero altri, al punto che, grazie a questa
formidabile potenza economica, l'ordine aveva assunto un peso a dir poco
straordinario. I rotoli rintracciati nel tempio sarebbero state le attestazioni
che garantivano a chi li avesse rinvenuti, e quindi ai Templari, il pieno diritto
a fondare un nuovo ordine religioso.
Uno degli aspetti più controversi della teoria proposta da Lomas e, Knight
sta nel fatto che secondo loro i capi esseni del I secolo del nostro tempo erano
un certo Gesù, poi noto come Gesù Cristo, e suo fratello Giacomo. Gesù
era in realtà noto come Gesù il nazarita e non nazareno, perché il villaggio di
Nazareth non esisteva ancora.
Nella comunità il titolo di Maestro di Giustizia toccava a Giacomo, fratello
più giovane di Gesù. Ovviamente, la Chiesa di Roma ha sempre negato che
Gesù avesse fratelli o sorelle, tuttavia anche nel Vangelo di Matteo troviamo
una contraddizione evidente in 13,55 quando leggiamo: «Non è questi il figliolo
del falegname? Sua madre non si chiama ella Maria e i suoi fratelli
Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle non sono tutte fra noi?».
Lomas e Knight sostengono che l'azione di Gesù non fu solo quella del predicatore
di pace. Era sua intenzione anche scacciare i Romani e stava organizzando
con altri una rivolta armata. Molti fra gli Esseni preferivano Gesù
al posto del più radicale Giacomo.
Sia Gesù che il cugino Giovanni Battista erano considerati dei Messia.
Alla morte di Giovanni, Gesù ne aveva ereditato il ministero (durato un soloanno) raccogliendo attorno a sé turbe di folla e predicando in luoghi remoti.
Fino ad arrivare a compiere quello che fu per lui un errore fatale, ossia entrare
a Gerusalemme in groppa a un asino, per dare compimento alla profezia
di Zaccaria che diceva che un re sarebbe giunto a cavallo di un asino. Poi aveva
provocato disordini nel tempio e contestato furiosamente i mercanti.
I Romani avevano allora posto una taglia su di lui, un vero e proprio manifesto
da ricercato, che lo descriveva come un uomo di bassa statura (non più
di 1,60 m), quasi calvo e leggermente ingobbito. Dopo aver arrestato il fratello
Giacomo, avevano catturato anche lui nell'orto di Getsemani.
Gesù credeva e sperava che il suo atto di coraggio avrebbe dato la forza e la
convinzione ai ribelli di sollevarsi in suo nome. Aveva annunciato che la fine
dei tempi sarebbe avvenuta nel corso della vita di coloro che lo avevano
ascoltato. Venne disilluso su ambo i fronti. Infatti fu arrestato, processato e
condannato a morte. Secondo Lomas e Knight, Barabba, il ladro che venne
liberato al suo posto non era altri che Giacomo, suo fratello, considerato che
Barabba era un titolo che stava a significare “il figlio del padre”. In un manoscritto
precedente al Vangelo di Matteo il soprannome di Gesù sarebbe stato
proprio Barabba.
E così, mentre Gesù veniva ucciso sulla croce, Giacomo poteva tornare al
suo posto di capo supremo degli Esseni. Da lì a trent'anni sarebbe stato assassinato
dai sacerdoti, che dopo averlo fatto precipitare dalla sommità del
tempio lo avevano finito lapidandolo. Il corpo di Gesù era intanto scomparso
dalla tomba e si era incominciato a favoleggiare che non era morto, ma era
riuscito a sopravvivere alla tortura.
Nella storia della Chiesa primitiva, san Paolo gioca un ruolo decisivo e fondamentale.
Quando Saulo diventa cittadino romano cambia il nome in Paolo,
ricevendo l'incarico di debellare gli ultimi aneliti di libertà dei soggiogati ma
sempre frementi Ebrei. Siamo nell'anno 43, dieci anni circa dopo la morte
del Cristo. La folgorante esperienza mistica della conversione sulla via di
Damasco si verifica diciassette anni dopo. Sempre secondo Lomas e Knight,
l'episodio non sarebbe accaduto presso Damasco in Siria, dove Paolo non
aveva alcuna autorità, ma a Qumran, che veniva sovente chiamata Damasco.
Probabilmente Paolo stava andando a Qumran per disperdere gli ultimi focolai
della setta essenica ed era qui che aveva ricevuto la folgorazione celeste.
Per qualche tempo Paolo perde la vista e quando guarisce il cristianesimo ha
fatto così presa su di lui da trasformarlo in uno dei suoi più grandi paladini.
Questa dottrina religiosa, in gran parte fondata e costruita proprio dall'ingegno
di Paolo, sosteneva che Gesù era morto sulla croce per redimere l'umanità
dal peccato originale di Adamo e che tutti coloro che credevano in Cristo
sarebbero stati mondati.
Certamente a Giacomo e a tutti i Nazariti non pare vero che Paolo, il loro
più accanito persecutore, sia miracolosamente passato dalla loro parte. Peccato
che quando hanno modo di confrontarsi con la sua versione del cristianesimo,
non possano fare a meno di contrastarlo, da quel momento in avanti
riferendosi a lui come al “grande mistificatore”.
In effetti, le due versioni ufficiali della nuova religione - quella militante di
Giacomo e quella della “redenzione” di Paolo - sono e saranno oggetto nei
secoli a venire di grandi dibattiti. Ma la rivolta del popolo ebraico imprime ai
fatti una sterzata: Giacomo viene assassinato e la gran parte dei ribelli uccisi
o esiliati.
Paolo, che stava lontano per predicare ai gentili, si salva e con lui prevale la
sua ipotesi di cristianesimo.
La straordinaria fortuna della nuova religione consiste nel fatto che predica
e predice la fine del mondo da lì a pochi anni, un decennio circa - diciamo,
al massimo, alla fine di quel primo secolo - così che quando tutto si esaurisce
e passa senza che l'impronta di Armageddon abbia sconvolto l'umanità,
il cristianesimo di Paolo, che nel frattempo ha avuto agio di imporsi, non fa
che prosperare sullo slancio della propria autodeterminazione.
Nei due secoli che seguono le fortune dei cristiani ondeggiano, anche se è
ancora la persecuzione il segno distintivo di questo periodo. Poi, all'improvviso,
il potere passa nelle loro mani. Questo fatto decisivo accade nel 312,
quando l'imperatore Costantino proclama il cristianesimo religione ufficiale
dell'impero. La tradizione tramanda la leggenda che Costantino sia divenuto
cristiano a causa di un segno a forma di croce comparso in cielo alla vigilia
della battaglia di Ponte Milvio. Nella croce stava scritto il motto: «In questo
segno vincerai». La verità è che in realtà Costantino non divenne mai cristiano,
continuando a restare fedele al culto del Sole Invitto. Quasi certamente la
sua “conversione” nacque da esigenze di ordine politico, nel tentativo di impedire
che l'impero Romano si sfaldasse. Perché Costantino capisce al volo
che ciò di cui l'impero ha bisogno non sono più forti e insuperabili eserciti,
ma una nuova religione. La madre Elena, una principessa britannica, si converte
al cristianesimo e sebbene i cristiani siano ben lungi dal costituire la
maggioranza, piccole comunità cristiane si sono ormai diffuse in tutti i Villaggi
e città. Concedere loro qualche privilegio avrebbe consentito all'imperatore
di esercitare il proprio potere ovunque, in ogni, anche lontana, propaggine
dell'impero.
È pur vero che non appena i gentili e fino a quel momento imbelli cristiani
assumono il potere si trasformano e incominciano a discutere e a uccidersi fra
loro; ma è altrettanto indubbio che il cemento della nuova religione riesce a
tenere insieme l'impero.
Lomas e Knight, citando papa Leone X, riportano questa frase: «Questo mito
di Cristo ci è servito davvero molto».
Anche se la Chiesa cattolica romana ha tutto l'interesse a sostenere la nuova
versione autoritaria del cristianesimo proposta da san Paolo, la vecchia
versione - quella dei Nazariti e del prossimo avvento di un Messia - continua
a vantare i suoi fedeli seguaci. Per esempio, proprio lo stesso Paolo - nel
periodo della sua vita in cui era ancora un persecutore dei cristiani - aveva
spedito in esilio una comunità di messianisti noti come Mandaniti - convinti
che il vero Messia fosse Giovanni il Battista - nel territorio dell'attuale Iraq,
dove tutt'oggi continuano a esistere.
Stando ai due più volte citati autori, sarebbe la versione del cristianesimo
non inquinato delle comunità essene di Qumran ad essere stata ereditata dal
movimento della massoneria. Ed è in questo punto, in questo frangente, che
la storia va a toccare i fatti di Rennes-le-Chàteau. Henry Lindon afferma che
l'Ordine del Priorato di Sion, fondato ufficialmente alla fine della prima crociata
da Ugo di Payen e dai suoi cavalieri, era già attivo da molto tempo prima,
risalendo fino alla dinastia regale dei Merovingi. (Vedi il Postscriptum
nell'epilogo del capitolo dedicato all'enigma di Rennes-le-Chàteau).
Durante il XII secolo i Crociati persero praticamente tutti i territori con tanta
fatica conquistati in Terra Santa. La seconda crociata era stata un fallimento
e il Saladino aveva riconquistato Gerusalemme nel 1187. Nel secolo successivo,
altre sette crociate erano destinate a fallire nei reiterati tentativi di restaurare
la cristianità. La caduta di Acri nel 1291 completò la disfatta e in teoria
i Cavalieri Templari avevano perduto ogni ragione d'essere.
Ma la loro favolosa ricchezza - fondata soprattutto sull'esazione delle tasse
- si è mantenuta ben salda. Per questo lo spiantato re di Francia Filippo il
Bello (1265-1314) teneva d'occhio l'ordine come il gatto fa col topo. Tra i
tanti motivi, era ostile ai Templari perché apertamente schierati col papato e
con Bonifacio VIII il sovrano francese non andava proprio d'accordo. L'unica
cosa che Filippo aspetta è un buon pretesto per sbarazzarsi dei Templari e
impossessarsi di tutti i loro beni.
Dopo essere stati scacciati dalla Terra Santa, i Templari si stabiliscono a Cipro,
ma l'isola si rivela poco sicura. La soluzione ideale sarebbe quella di fare
stabile ritorno in Francia, anche perché nessuno immagina con quale
profonda determinazione Filippo il Bello - che un tempo era stato espulso
dall'ordine - li detestava.
Morto Bonifacio VIII, il successore Bonifacio IX era rimasto sul soglio per
pochissimo tempo, forse avvelenato da Filippo. A questo punto, siamo nel
1305, Filippo riesce a imporre sul seggio di Pietro un suo candidato, l'arcivescovo
Bertrando de Gotte di Bordeaux. Bertrando e Filippo si erano cordialmente
antipatici, ma la posta in gioco per tutti e due era troppo elevata
per poter essere messa in discussione da un dettaglio così insignificante. Così
Bertrando era diventato papa Clemente V ed il re - ora che poteva contare
sull'alleanza papale - stabiliva senza remore di spostare la sede pontificia da
Roma a Avignone. Il prossimo colpo sarebbe stato quello di depredare i Templari.
L'impresa non è affatto facile, perché l'ordine conta seguaci in ogni dove,
soprattutto nei posti di comando del governo francese. A dispetto di tutto
questo, nel settembre del 1307 incominciano a partire dispacci segreti in cui
si preannuncia per venerdì 13 ottobre un'azione simultanea avversa ai Templari
da far scattare contemporaneamente ovunque. La cosa straordinaria è
che il colpo ha successo e la gran parte degli iscritti vengono catturati o uccisi.
Unica eccezione clamorosa la comunità di Templari di Bezu, nei pressi
di Rennes-le-Chapel, probabilmente messi in guardia dallo stesso papa: non
pare una coincidenza il fatto che il capo supremo di questo gruppo appartenesse
pure lui alla casata dei de Gotte.
Il pretesto di Filippo per annientare l'ordine è l'accusa di setta dedita al satanismo:
i suoi adepti erano indicati come omosessuali, adoratori di un demone
che chiamavano Bafometto e spergiuri capaci di sputare sulla croce. Certamente
molte fra queste accuse erano assurde e pretestuose, se solo si esclude
il fatto che di sicuro i Templari non potevano dirsi cristiani ortodossi. Se -
come Lomas e Knight ritengono - erano loro i diretti
discendenti degli Esseni e del Priorato di Sion, ebbene anche
per loro san Paolo era il “grande mistificatore”
e la cristianità paolina altro non era che un terribile inganno.
La maggior parte dei Templari fatti prigionieri vengono sottoposti a atroci
torture, così che molti confessano i crimini più incredibili pur di risparmiarsi
tali sofferenze. Lo stesso gran maestro Jacques de Molay è tra coloro che
confessano e lo stesso accadde col suo secondo Goffredo di Charney. Ma al
momento del processo, consumatosi sette anni dopo - il 18 marzo del 1314 -
Molay ritratta ogni ammissione, denunciando che gli sono state strappate sotto
tortura. Filippo è così irritato nel vedere andare a monte il suo progetto che
ordina di ardere vivi sul rogo a fuoco lento sia Molay che Charney. Il supplizio
viene eseguito il giorno dopo sull'isola della Senna detta l'isola del palazzo.
La tradizione racconta che Molay durante l'atroce tortura abbia maledetto
sia Filippo che il papa, dando loro appuntamento nell'aldilà da lì a un
anno. Vera o falsa che sia la leggenda, la profezia si avverò, perché nel giro
di dodici mesi ambedue erano passati a miglior vita.
Nella sostanza, il tentativo di Filippo di annientare completamente i Templari
non riesce del tutto. I cavalieri di Bezu, e con loro molti altri Cavalieri
Templari, imbarcatisi in diciotto navi, prendono il largo dal porto francese di
La Rochelle per scomparire completamente dal corso conosciuto della storia.
E così lo scrigno di Filippo non trova modo di riempirsi col tesoro templare.
Quasi certamente, una delle navi fa scalo in Scozia, dove un cavaliere di nome
Guglielmo di St. Clair fa erigere nei pressi di Edimburgo la celeberrima
cappella di Rosslyn, il cui ridondante simbolismo lo segnala come sicuro
adepto templare.
Questa cappella è qualcosa di straordinario. Tanto per incominciare, si direbbe
realizzata secondo il progetto del tempio di Salomone. In secondo luogo,
in alcune sculture sono raffigurati dei covoni di grano dolce, un cereale
all'epoca presente solo nel Nuovo Mondo, che non sarebbe stato ufficialmente
scoperto che un secolo dopo: il cavaliere di St. Clair diede il via ai lavori
della cappella nel 1440. Nelle tante decorazioni si nota anche l'aloe, altro
vegetale americano. Considerato ciò, diventa davvero arduo non concordare
con Lomas e Knight quando sostengono che una delle diciotto navi templari
era approdata in America. Ma, viene da chiedersi, come poterono affrontare
un viaggio tanto ardimentoso attraversando l'oceano Atlantico senza
avere la neppur più pallida idea di che cosa li aspettava? I due autori sostengono
che l'impresa fu possibile perché fra i “tesori” rinvenuti presso le rovine
del tempio di Salomone a Gerusalemme, c'erano anche delle mappe nelle
quali il Nuovo Mondo era chiaramente indicato. L'osservazione riporta in auge
l'ipotesi che dunque, fra le tante conoscenze, i Cavalieri Templari disponevano
anche di quella relativa alle mappe geografiche del mondo antico,
quelle che la tradizione ci ha tramandato come le “mappe degli antichi re del
mare”, cui già si è fatto cenno in queste pagine.
Lomas e Knight hanno scoperto, celata sulla sommità di una colonna della
cappella di Rosslyn, una tavoletta di qualche centimetro sulla quale è raffigurata
una figura acefala che trattiene un telo su cui è dipinto il volto di un
uomo barbuto. La persona senza testa sta a significare l'impossibilità a riconoscere;
ma nella cappella non vi è alcuna altra immagine acefala. Anzi, tutti
i volti raffigurati sembrano corrispondere ai ritratti di personaggi realmente
vissuti. Così i due autori giungono a concludere che l'uomo senza testa potrebbe
essere Guglielmo di St. Clair o forse un membro del casato di
Charney, la famiglia al tempo in possesso del sacro lino, perché il volto del personaggio
ritratto nel telo fra le mani dall'uomo senza testa sarebbe per loro
quello dell'uomo della Sindone.
Anche se poi aggiungono che questi altri non è che Jacques de Molay, il
gran maestro templare. Questa ipotesi viene sostenuta nel loro secondo libro
intitolato Il secondo Messia - seguito del primo La chiave di Hiram - due best-seller
a livello mondiale. Dunque l'uomo della Sindone sarebbe Jacques de
Molay.
Ora, de Molay non era stato posto sotto tortura dall'inquisizione, ma nel
quartier generale degli stessi Templari a Parigi, dove non erano disponibili i
tradizionali attrezzi di tortura come le catene e le ruote. Secondo Lomas e
Knight, infatti, il de Molay venne crocifisso, inchiodato a una delle grandi
porte in legno del quartier generale. L'inquisitore Guglielmo Imbert fu
senz'altro scandalizzato nell'apprendere il rifiuto da parte dei Templari di riconoscere
Gesù come figlio di Dio ed è probabile che, per la legge del contrappasso,
abbia avvertito l'ispirazione di sacrificare il capo supremo dell'ordine
sottoponendolo alle stesse atrocità patite dal Cristo.
Una volta ucciso, de Molay era stato portato via in un grande lenzuolo trovato
sul momento nelle segrete del tempio parigino. Poi era stato disteso sul
suo letto e avvolto nel telo, mentre il corpo traspirava ancora e ancora perdeva
sangue (ad altissimo contenuto di acido lattico, per via dello sforzo sostenuto
dibattendosi). Stando ai due autori, questa singolare mistura, unitamente
ad altri effetti fisiologici, era stata la sostanza che aveva permesso il fenomeno
della impressione della figura del de Molay sulla stoffa di lino. (Nell'appendice
al loro libro Il secondo Messia si affronta a lungo e in modo approfondito
questo argomento, presentando le interessanti osservazioni proposte
in merito a questo singolare processo fisiologico dal dottor Alan Mills,
esperto in fotografia).
Il lenzuolo funebre era tornato poi in possesso della casa di Goffredo di
Charney, non si sa bene se prima o dopo la sua morte sul rogo. Sta di fatto,
comunque, che quarant'anni dopo era magicamente ricomparso in una chiesa
a Lirey, nei pressi della dimora del nonno di Goffredo, il quale portava il
suo stesso nome.
Per molti storici Jacques de Molay è visto come una specie di martire: da
qui il titolo del libro di Lomas e Knight Il secondo Messia.
Quattrocentocinquant'anni dopo, quando la testa di Luigi XIV
cadeva sotto la ghigliottina, fra
la folla si era sentito esclamare: «Jacques de Molay è stato finalmente vendicato!».
Inutile sottolineare che la teoria sulla Sindone proposta da Lomas e Knight
è senza dubbio una delle più affascinanti, ma anche controversa, mai proposte,
anche se è saldamente sostenuta dalla datazione al carbonio; mentre l'ipotesi
di Picknett e Prince, secondo la quale la reliquia sarebbe una falsificazione,
verrebbe sconfessata dai test chimici che hanno dimostrato come il telo venne per davvero imbrattato di sangue e di altri umori umani.
Un punto debole è invece il fatto storicamente mai provato che Jacques de
Molay venne torturato tramite crocifissione. Ma, viene allora da chiedersi, se
l'uomo la cui effigie compare sul santo lenzuolo non è Jacques de Molay, chi
potrebbe mai essere?
 
CAPITOLO 6.
ROBIN HOOD È VERAMENTE ESISTITO?

Con re Artù, Robin Hood è senz'altro il più celebre fra gli eroi leggendari
inglesi e, guarda caso, condivide con lui anche il fondato dubbio che molti ricercatori
manifestano a proposito della sua reale esistenza. Lo studioso di
folclore Lord Raglan lo considera una antica divinità celtica, mentre Margaret
Murray, nel suo libro Il dio delle streghe evidenzia che il suo nome potrebbe
essere Robin dal cappuccio, una sorta di raffigurazione del diavolo (o
del dio cornuto) nel corso delle grandi feste magiche pagane. Malgrado queste
illazioni, esistono anche prove concrete che Robin Hood corrisponda a un
personaggio realmente esistito, quello cantato nelle ballate popolari: un coraggioso
indipendente che cacciava i cervi nella tenuta reale della Foresta di
Sherwood e che era in continua lotta per un feudo con lo sceriffo di Nottingham.
La prima citazione letteraria di Robin Hood la troviamo nell'opera di William
Langland Pietro l'aratore databile attorno al 1377. Langland ricorda il
rimprovero di un prete che lo accusava di non essere capace di tenere a memoria
le preghiere, ma lui stesso precisa che in compenso: «ricordavo le strofe
di Robin Hood e di Randolf conte di Chester». Dunque già a quel tempo le
ballate su Robin erano diffuse e conosciute. Nel 1510 Wynkin de Worde, uno
dei primi tipografi, stampò un libro intitolato A Lytell Geste ofRobyn Hood,
un'opera che per il mito di Robin ebbe la stessa importanza di
quella che Malory dedicò a re Artù. Passa ancora qualche
secolo ed ecco che Sir Walter
Scott richiama il mito di Robin Hood nel suo capolavoro Ivanhoe (1847), dove
l'eroe leggendario viene presentato nei panni del fuorilegge che si dà alla
macchia, pur restando un fedele suddito di re Riccardo Cuordileone. Mancava
soltanto l'intervento di qualche studioso del folclore che facesse notare
come il nome di Robin venisse sovente associato alle feste popolari, come
per esempio quella della cerimonia del cavallo di legno che si tiene a maggio
a Padstow, in Cornovaglia (di solito l'8, ma la data è stata sovente spostata
nel corso dei secoli), con ciò suggerendo che egli era in realtà Robin del Bosco,
che il suo nome derivava in realtà dal dio nordico Woden... Ma non è finita.
Nel libro Sword in thè Stone l'autore T. H. White lo fa diventare addirittura
un contemporaneo di Artù, il quale (ammesso sia esistito) si dice sia
morto nel 540 d.C.
Ma per tutti coloro che credono che non esiste mai un fumo senza fuoco,
Robin Hood era un fuorilegge in carne ed ossa che aveva fatto
della impenetrabile Foresta di Sherwood la sua dimora e che nel breve tempo della sua avventurosa
vita si era guadagnato una grande popolarità, come Billy thè Kid,
diventando il soggetto preferito per racconti e ballate. Sembra improprio collocarlo
al tempo di Riccardo Cuordileone (1157-99), giacché sarebbe stato
menzionato in manoscritti ancora precedenti al già citato Pietro l'aratore, venuto
due secoli dopo. Nella sua Cronaca della Scozia, scritta attorno al 1420,
Andrew Wyntoun, parla di Robin Hood e di Little John a proposito dell'anno
1283, una data che, istintivamente, ci pare più accettabile, ossia un secolo
prima di Pietro l'aratore.
Qual era precisamente lo scenario in cui era solito agire? Un riferimento significativo
possiamo rintracciarlo nel nome di un piccolo villaggio di pescatori
nello Yorkshire: Baia di Robin Hood, non lontano da Whitby, nelle cui
vicinanze, si possono ammirare due tumuli che la tradizione popolare chiama
i monticelli di Robin. Un altro richiamo sta nel fatto che in tempi medievali
la foresta di Barasdale, sempre nello Yorkshire, era in pratica tutt'uno con
quella di Sherwood, nel Nottinghamshire. In una storia della sua vita, risalente
al XVI secolo, facente parte del gruppo dei Manoscritti Sloane, lo si dice
nato a Locksley, nello Yorkshire, attorno al 1160. In Cronaca della Scozia
lo si associa a “Bamysale”, probabilmente Bamsdale. Insomma, quasi di certo
era un uomo dello Yorkshire.
Leggende posteriori lo presentano invece come “Sir Robin di Locksley”,
ma anche come conte di Huntingdon. Al contrario di ciò che veniva raccontato
in storie più antiche che lo tratteggiavano come un semplice proprietario
terriero - una sorta di fattore con la propria terra - ed era proprio questa qualità
che ne faceva un eroe: non perché era un nobile, quanto perché, nella sua
normalità, ben rappresentava il popolo, la gente ordinaria. (Un piccolo proprietario
terriero stava appena un gradino al di sopra di un popolano senza
possedimenti).
Ma il riferimento più importante a proposito di una possibile identificazione
di Robin Hood lo si ricavò verso la metà del XIX secolo quando la Commissione
nazionale preposta alla valutazione delle carte storiche prese a passare
al setaccio migliaia e migliaia di documenti lungo un arco di storia di oltre
ottocento anni. Nel 1852 il celebre studioso di antichità Joseph Hunter dichiarò
di essersi imbattuto nel corso delle sue ricerche in un personaggio che
avrebbe potuto identificarsi con l'autentico Robin Hood. Il suo nome era Robert,
figlio di Adam Hood, un guardacaccia al servizio del conte de Warenne.
(Robin era semplicemente un diminutivo di Robert e non, in quel tempo, un
vero e proprio nome). Era nato attorno al 1280. Il 25 gennaio del 1316 Robert
Hood e sua moglie Matilda pagavano due scellini la domanda di concessione
per ottenere in custodia un piccolo appezzamento di terreno della vasta
proprietà di “Bickhill” (o Bitch-hill) nel Wakefield. Il pezzo di terra era appena
più grande di un piccolo giardino: un centinaio di metri di lunghezza per
circa duecento di larghezza, niente di più. Negli atti legali delle proprietà della
contea, all'anno 1357 si segnala sul posto una «magione un tempo proprietà
di Robert Hode»: all'epoca Robert Hood era già probabilmente morto.
Ora, l'anno 1316 cade pressoché a cavallo del regno di Edoardo II, il frivolo,
un omosessuale morto assassinato nel settembre del 1327, ucciso con uno
spiedo incandescente che gli trapassò il ventre. Appena salito al trono (1307)
Edoardo aveva eliminato tutti i ministri e i giudici voluti dal padre ed eletto
l'amante Piers Gaveston duca di Cornovaglia fra la rabbia furiosa di tutti i
nobili, passati però subito al contrattacco. Sotto la guida del più potente e intraprendente
di loro, Thomas, conte di Lancaster, i baroni avevano imposto al
re un consiglio composto da ventotto di loro (detti gli “ordinati”) e alla fine,
nel 1312, erano riusciti a eliminare Piers Gaveston. Il totale disinteresse di
Edoardo per le questioni dello stato, aveva intanto messo sul piede di guerra
gli Scozzesi - che il padre aveva soggiogato con grande fatica e dure battaglie
- sempre pronti a ribellarsi al peso della tirannia inglese. Incapace di affrontarli,
Edoardo venne sconfitto a Bannockbum nel 1314, esattamente due
anni prima che Robin Hood ottenesse la concessione dell'appezzamento di
terreno e mettesse su casa con la moglie Matilda. Diventa così comprensibile
perché quando il conte de Warenne, sollecitato dal suo re a raccogliere
truppe da schierare contro i ribelli scozzesi, si era accorto che all'appello
mancava Robin lo avesse fatto imprigionare. Quando però nel 1317 era stata
indetta una seconda leva di militari, il nome di Robin non compare più nell'elenco
dei disertori, particolare che ha spinto lo storico moderno J. W.
Walker a immaginare che in questa occasione avesse aderito alla chiamata arruolandosi.
Cinque anni dopo era toccato al conte di Lancaster prendere le armi
contro il proprio sovrano. Ancora una volta, il nome di Robin Hood non
compare fra i latitanti ed è dunque probabile abbia nuovamente risposto all'appello.
Le forze di Lancaster vennero sconfitte a Boroughbridge, il conte
ribelle catturato e giustiziato. Il nuovo braccio di ferro era nato attorno a due
nuovi favoriti di Edoardo, i Despenser, che in un primo tempo il re era stato
costretto a bandire su pressione dei nobili, ma che dopo la vittoria sul campo
di battaglia aveva potuto reintegrare nei suoi favori.
Coloro che avevano in qualche modo appoggiato la causa di Lancaster erano
stati dichiarati fuorilegge. Tra i molti documenti esaminati, Walker ne ha
trovato uno in cui si attestava la confisca di «una casa composta da cinque
stanze» a Bichill, Wakefield. Per lo storico si tratta senz'altro dell'abitazione
di Robert Hood, il quale da quel momento in avanti era stato costretto a trovare
rifugio nella vicina foresta di Bamsdale, dove si era trasformato in un
brigante di successo.
Ora, il lettore deve sapere che se le cose sono andate veramente così e se
Robert Hood era il leggendario Robin che si era dato alla macchia vivendo di
caccia nella foresta, egli correva un gravissimo rischio. Quando Guglielmo il
Conquistatore aveva portato la dominazione normanna sul suolo inglese, una
delle prime sue iniziative era stata infatti quella di dichiarare tutte le foreste
del paese - vale a dire in pratica almeno un terzo di tutto il territorio - proprietà
della corona. Pertanto, chiunque avesse osato cacciare anche solo un
cervo reale avrebbe corso il serio rischio di venire spellato vivo. Sotto Guglielmo
i Sassoni, in sudditanza, soffrirono molto, un po' come accadde per i
popoli delle nazioni occupate dai nazisti durante la seconda guerra mondiale.
Due secoli e mezzo dopo i Normanni erano perfettamente
integrati nel contesto britannico tanto da considerarsi ormai
inglesi a tutti gli effetti e da abbandonare
la lingua francese per l'inglese. Ciò nonostante le leggi erano ancora
severissime. Quelle relative al bracconaggio e alla protezione delle foreste
si erano un po' mitigate, tuttavia si poteva ancora perdere una mano o
avere le labbra mutilate per aver cacciato un cervo nelle tenute reali. A volte
la pena poteva anche consistere in un anno di galera, ma solo a condizione di
assicurazioni per un comportamento futuro integerrimo. Inoltre, se il condannato
non poteva vantare qualche “garante” poteva essere espulso, vale a dire
costretto a lasciare il regno per sempre.
La grande battaglia di Boroughbridge venne combattuta il 16 marzo 1322,
nei pressi del fiume Ure nello Yorkshire. Fanteria e arcieri sconfissero la cavalleria
ribelle, che sopraffatta da un secondo contingente di armati del re,
era stata completamente disgregata. Lancaster era caduto prigioniero. Nel
corso degli interrogatori venne fuori che fra gli alleati si era schierato l'eterno
rivale inglese, il vecchio nemico Robert Bruce. Lancaster - cugino del re
- era stato condannato a morte e decapitato e Robin Hood, a cui era stato
confiscato ogni bene, era diventato un fuorilegge.
Ma se Walker non sbaglia nell'identificare Robert Hood di Wakefield come
Robin Hood, c'è da dire che la sua latitanza come bandito non durò a lungo.
Nella primavera dell'anno successivo il re era riuscito a avanzare verso il
nord dell'Inghilterra, raggiungendo la città di York il 1° maggio. Dal 16 al 21
di quello stesso mese si era fermato a Rothwell, fra Wakefield e Leeds, trascorrendo
almeno tre giorni a caccia a Plumpton Park nella Foresta di
Knaresborough. Questo episodio entra a far parte della storia
di Robin Hood, in
quanto si racconta che «essendo entrato il re in Plumpton Park, vide che molti
dei suoi cervi non c'erano più». Quando il re aveva voluto osservare le
mandrie di cervi non ne aveva veduto neppure uno che portasse un palco di
corna importante. Al che, dice la leggenda, aveva esclamato con rabbia, giurando
sulla Trinità: «Come vorrei poter avere nelle mie mani quel farabutto
di Robin Hood!»:
Come vorrei avere fra le mani Robyn Hode,
come vorrei poterlo vedere coi miei occhi.
Stando alla ballata, uno dei guardacaccia presenti aveva allora suggerito al
re di travestirsi da abate e di penetrare nella foresta con un gruppo di armigeri
con vesti da frati. L'inganno aveva colto nel segno: Robin Hood e i suoi
uomini erano usciti allo scoperto e fermato la processione, ma avevano riconosciuto
il re. A questo punto, fatta conoscenza, il re aveva trovato il fuorilegge
così simpatico da invitarlo ad andare presso di lui per diventare un suo
valletto di corte. Il viaggio del re era continuato fino al febbraio del 1324,
quando aveva fatto ritorno a Westminster. Nella lista dei conti di corte si legge
di una spesa relativa al mese di aprile comprendente il salario di Robin e
di altri ventotto dei suoi compagni; anche se un primo pagamento a Robin risaliva
al giugno dell'anno precedente. Il racconto prosegue ricordando come
dopo aver vissuto per qualche tempo alla corte del re, Robin Hood avesse
chiesto il permesso di essere reintegrato nella sua proprietà di Bamsdale.
Nelle annotazioni relative al novembre del 1324 si ricorda che Robyn Hod,
già valletto di sua maestà, era stato gratificato di cinque scellini «per non essere
più abile al lavoro». In realtà, la storia dice che, ricevuto un permesso
provvisorio di una sola settimana, Robin Hood era andato a Bamsdale, ma
non aveva più fatto ritorno a corte. Anzi, aveva rimesso insieme una banda riprendendo
a vivere nella foresta, dove era rimasto per altri ventidue anni. Se
la storia è quella autentica, Robert morì sessantenne nel 1346.
La buona sorte del re prese a venir meno in coincidenza della fuga di Robin
dalla reggia. Richiamati gli esiliati, fra cui i Despenser, era diventato amante
del più giovane, fra il disgusto della regina consorte, Isabella, che aveva già
dovuto sopportare Piers Gaveston. La donna era una nobile francese, figlia di
Filippo il Bello. All'epoca si era invaghita di un losco e ambizioso giovane
barone, Roger di Mortimer, imprigionato nella Torre di Londra per essersi
opposto al ritorno dei membri della famiglia Despenser. Isabella, divenuta
sua amante, ne aveva architettato la fuga. Roger era scappato a Parigi e qui
Isabella l'aveva raggiunto, con il finto scopo di compiere una missione diplomatica.
Riunite le forze, i due amanti erano sbarcati a Orwell, nel Suffolk,
con un esercito di oltre tremila uomini. Quando il re aveva appreso la notizia
si era spaventato e aveva provato a fuggire, ma intercettato era stato rinchiuso
nel castello di Berkeley. A forza, e sotto la minaccia della vita, Edoardo
era stato obbligato ad abdicare, per lasciare la corona al figlio quindicenne
Edoardo III. La notte del 21 settembre del 1327 il castello di Berkeley divenne
teatro di un efferato assassinio. Lo spodestato re Edoardo era stato trovato
morto nella sua stanza «deceduto per cause naturali». Sul corpo non c'erano
tracce di violenza; ma si narra che fosse tutto rattrappito dai segni di una
terribile, atroce sofferenza. Stando a una cronaca, redatta una trentina d'anni
dopo i fatti, pare che i sicari, entrati nella sua cella mentre dormiva, lo avevano
legato a un tavolo. Quindi, dopo avergli introdotto un corno nell'ano, lo
avevano sbudellato con uno spiedo rovente.
Mortimer e Isabella erano dunque a tutti gli effetti i nuovi reggenti d'Inghilterra.
Governarono per quattro anni, fino a quando cioè Edoardo non aveva
reclamato le redini del potere. Come prima azione, imprigionato Mortimer
nel castello di Nottingham, lo aveva fatto giustiziare come traditore a Tybum.
La perdita dell'amante aveva fatto impazzire la madre per qualche tempo.
Poi, ristabilitasi, era tornata alla normalità, vivendo per altri vent'anni.
È pressoché certo che il Robin Hood vissuto sotto il regno di Edoardo II non
dovrebbe avere alcuna connessione con il leggendario omonimo datosi alla
macchia nella Foresta di Sherwood, se, per di più, è vero ciò che viene riportato
nel libro Who's Who in History in cui lo si dà ancora vivo attorno al 1230
sotto Edoardo III, citando il riferimento, in quello stesso anno, della vendita
(per 32 scellini e 6 penny) dei suoi beni confiscati dalla corona, effettuata
dallo sceriffo dello Yorkshire quando Robin aveva scelto l'illegalità, anche se
la medesima fonte segnala che il personaggio di Robert Hode di Wakefield è
un pretendente al ruolo altrettanto accreditato. Una lancia va spezzata a favore
di una figura vissuta prima, per il fatto che con più tempo a disposizione
si giustifica meglio il consolidamento di una leggenda,
all'epoca già molto radicata nel folclore popolare e diffusa
in tutta l'Inghilterra. Ma anche sull'ipotesi
posteriore del Robin Hood di Wakefield non mancano le osservazioni
convincenti. Se Robin era diventato un fuorilegge nel 1322, a seguito dell'atto
di ribellione di Lancaster, egli trascorse alla macchia un anno soltanto,
prima di essere “assunto” presso la corte di Edoardo. La storia del perdono
concessogli dal suo re omosessuale certamente è credibile, considerato poi
che Robin venne promosso suo valletto di camera. Evidentemente, Robin si
era dovuto ben presto rendere conto che i suoi servizi andavano un po' oltre
quelli tradizionalmente intesi, anche se, all'epoca, il
favorito era Hugh le Despenser (come abbiamo visto, poi
giustiziato nel 1326 da Mortimer e Isabella).
Così Robin era tornato nella foresta, trasformandosi in una leggenda vivente.
Non possiamo sapere se fosse davvero l'arcinemico dello sceriffo di
Nottingham - l'equivalente di un capo della polizia di contea - ma sappiamo
di certo che lo sceriffo, avendo il compito di mantenere la
legalità nel Nottinghamshire e nel sud dello Yorkshire, non
poteva esimersi dal dare la caccia
ai fuorilegge che infestavano le foreste reali. Un'altra cronaca racconta
come Robin Hood si ritirasse nella baia omonima, preferendo la fuga in mare
piuttosto che la prigione. (Certe leggende gli accreditano avventure e gesta
anche in luoghi lontani, come il Cumberland). È indubbio che i tentativi
di allontanarlo dal paese furono effettuati, anche se c'è da dire che non furono
mai troppo insistenti, visto che tutto il popolo e i contadini erano visceralmente
schierati con lui. C'era stato un tempo, infatti, in cui le foreste erano
territorio libero e di tutti. Ora, pensarle proprietà esclusiva del re, terreno
di caccia suo ed esclusivo, quando anche volendo non ne avrebbe potuto che
sfruttare una parte minima, faceva montare rabbia e ribellione.
Ma c'era un altro motivo per cui le autorità consentivano a Robin Hood e alla
sua banda di allegri fuorilegge di operare in modo abbastanza libero. Quando
era stato a corte aveva certamente conosciuto l'erede al trono, il ragazzo
che sarebbe diventato Edoardo III, ed era normale che un giovane si infervorasse
al cospetto di un uomo che era stato un famoso fuorilegge. Si tratta di
una mera illazione, che spiegherebbe però assai bene come mai a Robin Hood
negli ultimi dieci anni di vita trascorsi nuovamente alla macchia fosse concesso
di agire se non indisturbato, per lo meno senza subire una spietata persecuzione.
Le autorità, ad ogni buon conto, avevano tutto l'interesse a eliminarlo. Stando
a una delle tante leggende compresa nel Manoscritto Sloane si racconta
che, ammalatosi, Robin si era recato da una cugina, la Priora di Kirkless, per
sottoporsi a un salasso, all'epoca l'unico rimedio conosciuto come panacea
universale per ogni male. Questa, ricordando le tante ruberie e umiliazioni
che Robin aveva imposto a monaci e a suore, lo aveva
ingannato, salassandolo fino a provocarne la morte. Un altro
racconto sostiene che la cugina lo
tradisse su istigazione dell'amante, Sir Roger di Doncaster; mentre un'altra
fonte ancora imputa la sua fine ad un monaco che lo curava, il quale aveva
pensato bene che quell'uomo, in qualità di fuorilegge, avrebbe dovuto essere
eliminato. Robin venne sepolto nel cimitero del convento e sulla pietra fu inciso
un arco teso. Nella Cronaca di Grafton (1562) si dice che Robin Hood
giace in una tomba senza nome, mentre in una cronaca di un secolo posteriore
si parla di un cimitero e di una lastra di pietra con incisa una semplice croce.
Nel 1665 il dottor Nathaniel Johnstone ne fece un disegno, un altro analogo
compare nell'opera di Gough intitolata Sepulchral Monuments. All'inizio
del XIX secolo alcuni sterratori occupati al tracciato di un tratto di ferrovia
ruppero apposta la lastra ritenendo che la pietra tombale ridotta in polvere
avesse prodigiosi poteri contro il mal di denti. Così l'ultimo appiglio concreto
alla figura di Robin Hood era sparito per sempre. All'epoca era venuta
alla luce anche la tomba della cugina, un manufatto molto simile a quello di
Robin. La storia ci ha consegnato anche il nome della donna:
Elizabeth Stainton.
Volendo trovare il vero e profondo senso della leggenda di Robin Hood,
viene spontaneo pensare a un'epoca in cui contadini e paesani, costretti
com'erano a vivere in condizioni penose, incominciarono a far crescere dentro
di sé i fermenti della contestazione e della ribellione contro i nobili e i
potenti, risentimenti che si manifestarono nella dottrina propugnata da John
Ball, poi concretizzatasi nella rivolta del 1381, vale a dire appena qualche
tempo dopo la prima citazione ufficiale di Robin Hood fatta da
John Langland. La cosiddetta Rivolta dei Contadini viene
considerata come il segno
della fine del tempo medievale; ma, a essere sinceri, questa sensazione ce la
offrono in modo ancora più sensibile e concreto le ballate e le storie, le leggende
folcloristiche che ci parlano di Robin Hood e delle sue imprese. Anche
lui, con il suo anelito di libertà, è il simbolo della porta di un momento
storico che si chiude in modo definitivo per consentire che quella dei nuovi
tempi possa aprirsi.
 
CAPITOLO 7.
GIOVANNA D'ARCO HA FATTO RITORNO
DALL'ALDILÀ?

Il 30 maggio del 1431 Giovanna d'Arco veniva messa al rogo dagli Inglesi
con l'accusa di eresia. Lei stessa si considerava un messaggero celeste, inviato
dal cielo per aiutare i Francesi a sconfiggere il nemico inglese (alleato
dei Borgognoni che alla fine la catturarono). All'età di tredici anni Giovanna
aveva incominciato a sentire delle voci, poi riconosciute come quelle dei santi
Gabriele, Michele, Margherita e Caterina. Quando la notizia che la città di
Orléans era assediata dagli Inglesi era giunta a Domremy, il piccolo villaggio
della Lorena dove viveva, Giovanna aveva sentito le solite voci esortarla ad
andare a togliere l'assedio, trasformandosi in un condottiero. La sua carriera
militare fu breve, ma a dir poco sfolgorante: in un solo anno riportò numerose
vittorie e potè assistere all'incoronazione di Carlo VII a Reims. Poi era stata
catturata dai Borgognoni al soldo degli Inglesi e venduta per diecimila
franchi, processata, riconosciuta come strega e condannata a essere bruciata
viva.
Fin qui la storia ufficiale; in realtà quella meno nota non sembra fermarsi
qui. Scrive Anatole France: «Orbene, neppure un mese dopo che Parigi era
tornata a Carlo, in Lorena era comparsa una certa pulzella. Aveva venticinque
anni e il suo nome era Claude. Un giorno si era presentata ai reggenti di Metz
dicendo di essere Giovanna». Questo accadeva nel maggio del 1436, esattamente
cinque anni dopo l'atroce fine di Giovanna.
La prima cosa che viene in mente è immaginare un impostore che si spaccia
per la vera pulzella; ma alcuni importanti elementi inducono a pensarla in
modo diverso. I due fratelli più giovani di Giovanna d'Arco, Petit-Jean e
Pierre, erano sotto le armi quando era accaduto il fatto e non avevano alcun
dubbio che la giovane arsa viva a Rouen fosse la sorella. Così, quando avevano
saputo che a Metz era apparsa una giovane che diceva di essere Giovanna
e che chiedeva di incontrarli, vi si erano precipitati; fra
l'altro Petit-Jean era vicino, essendo prevosto di Vaucouleurs. Una cronaca racconta che
i due ragazzi giunsero al villaggio di La-Grange-aux-Ormes mentre si stava
svolgendo un torneo. Fra i tanti cavalieri, quello che aveva dato dimostrazione
di essere il più abile, era in realtà quella ragazza che li aveva fatti chiamare
e che diceva di essere Giovanna. Certi di un inganno, i due si erano predisposti
a sfidarla in duello. Però quando Petit-Jean le aveva domandato chi
era, la presunta millantatrice aveva sollevato la visiera dell'elmo e, mostrato
il volto, aveva concesso loro di riconoscerla: era proprio la sorella Giovanna.
E in effetti Giovanna era accompagnata da molte persone che già l'avevano
conosciuta nel formidabile anno in cui si era opposta agli Inglesi. Fra questa
gente c'era Nicole Lowe, ciambellano del re. Era evidente che se si fosse trattato
di un inganno sarebbe stato assurdo presentarsi in un posto dove tutti l'avrebbero
riconosciuta. (Giovanni di Metz era stato, tra l'altro, uno dei suoi
più ferventi estimatori). Il giorno dopo i fratelli l'avevano presa con loro e si
erano ritirati a Vaucouleurs, dove avevano trascorso una settimana insieme.
La ragazza era stata riconosciuta con piacere da tutti coloro che solo sette anni
prima l'avevano vista recarsi dal maggiorente del luogo Robert de
Baudricourt per chiedergli di aiutarla a incontrare il delfino, l'erede al trono. Poi
aveva trascorso tre settimane in una piccola città di nome Marville, quindi
aveva compiuto un pellegrinaggio alla Vergine Nera di Notre Dame de Lance,
fra Laon e Reims. Quindi era andata a vivere ospite di Elisabetta, duchessa
di Lussemburgo, ad Arlon. Nel frattempo il fratello Petit-Jean si era fatto
ricevere dal re per annunciargli che Giovanna era viva. La reazione del sovrano
non ci è nota, si sa soltanto che diede ordine al suo tesoriere di consegnare
al giovane cento franchi. Una nota nei registri dei pagamenti segnala
che il 9 agosto 1436 il consiglio aveva autorizzato il pagamento di un corriere
che aveva consegnato alcune lettere inviate da “Giovanna la pulzella”.
Il ricordo di questi avvenimenti si trova nel testo fondamentale sulla biografia
di Giovanna d'Arco dal titolo Processo e riabilitazione di Giovanna
d'Arco, opera in cinque volumi a firma di Jules Quicherat, edita nel 1841, dove
sono riprodotti documenti originali. In uno si afferma che il 24 giugno
1437 i miracolosi poteri di Giovanna erano tornati. All'epoca, la ragazza era
divenuta la protetta del conte Ulrico di Wiittemberg, che l'aveva condotta
con sé a Colonia. Qui Giovanna era rimasta coinvolta in una violenta diatriba
scoppiata fra due prelati rivali, uno favorevole al capitolo l'altro al papa.
Ulrico era schierato con un certo Udalrico e Giovanna era della stessa opinione.
Ma la scelta non era stata la migliore. Il Concilio di Basilea, infatti,
aveva riconosciuto in Udalrico un usurpatore e la reggenza della diocesi era
stata assegnata dal papa al suo avversario. A questo punto l'inquisitore generale
di Colonia aveva voluto interessarsi in merito alla misteriosa ospite del
conte (non dimentichiamoci che siamo in piena epoca di “caccia alle streghe”)
e si era fortemente scandalizzato nel sentir dire che la ragazza era dedita
a pratiche magiche, che non si vergognava a danzare con gli uomini e
che mangiava e beveva liberamente, più di quanto le fosse necessario. (L'accusa
di magia sembra sia stata preconfezionata, raccattando e mettendo insieme
i pezzi di una tovaglietta e i frammenti di uno specchio che Giovanna
un giorno aveva frantumato scagliandolo contro un muro). L'inquisitore l'aveva
allora convocata presso di lui, ma Giovanna si era rifiutata di presentarsi.
Quando gli inviati si erano recati dal duca per prelevarla, il signorotto l'aveva
nascosta e poi l'aveva fatta allontanare dalla città. L'inquisitore l'aveva
scomunicata in contumacia. Tornata a Arlon, alla corte della duchessa di Lussemburgo,
Giovanna aveva conosciuto un gentiluomo, un certo Robert des
Armoires, che aveva deciso di sposare, certamente fra la grande delusione dei
suoi seguaci. (Era ben noto infatti che la Giovanna di un tempo aveva fatto
voto di castità, giurando solennemente sotto un “albero magico” che si trovava
nei pressi della sua Domremy). Così si era spostata a Metz, dove Robert
possedeva una casa e nei successivi tre anni aveva messo al mondo due figli.
Due anni dopo, nell'estate del 1439, si sa che la “signora des Armoires” aveva
fatto visita a Orléans, dove i maggiorenti l'avevano accolta con grandi onori
e nel corso del banchetto ufficiale le avevano donato 210 livres (lire) in segno
di gratitudine per tutto ciò che aveva fatto in difesa della loro città al tempo
dell'assedio. Cosa ben singolare, si trattava delle stesse persone che soltanto
poco tempo prima avevano pagato tributi alla chiesa locale per celebrare
messe commemorative in onore della vergine guerriera. Evidentemente, avevano
mutato avviso e avevano accettato la “nuova” Giovanna come autentica.
Sta di fatto che, combinazione, la celebrazione delle messe cessò nel 1439.
Ma dopo due settimane, stando a una cronaca del tempo, Giovanna aveva
lasciato Orléans di gran carriera per portarsi a Tours, da dove aveva inviato
una missiva al re per il tramite di un maggiorente di Touraine, Guillaume
Bellier, che dieci anni prima aveva ospitato la pulzella. Subito dopo Giovanna
era andata a Poitou dove sembra prendesse il comando di un luogo chiamato
Mans, una donazione probabilmente assegnatale dal re che lei stessa
aveva fortemente desiderato venisse incoronato. Poi lo stesso sovrano aveva
assegnato il comando a un ex comandante di Giovanna, Gilles de Rais. Un
personaggio singolare. Sin da quando aveva combattuto fianco a fianco con
Giovanna sotto le mura di Parigi, Gilles aveva incominciato a interessarsi di
magia nera - forse nella speranza di poter riassestare delle finanze mai ben
stabili a causa dei suoi sperperi - ed era tristemente noto come sadico trucidatore
di bambini. Nell'anno successivo, il 1440, Gilles era stato processato
e condannato a essere impiccato e bruciato vivo. Nel frattempo - dando per
scontato che nel passaggio di consegne per il comando di Mans, Gilles abbia
incontrato la signora des Armoires - egli aveva senz'altro dato segno di riconoscere
nella “nuova” Giovanna, la stessa donna con cui aveva combattuto e
che aveva servito in armi. Era stato lui stesso a porre i suoi uomini sotto il comando
della pulzella.
Finalmente, nel 1440 Giovanna era andata a Parigi dal re. Per la prima volta
aveva ricevuto un parere negativo: il sovrano non era per nulla convinto e
l'aveva bollata come un impostore. Una dichiarazione importante, soprattutto
se si tiene conto che era stata rilasciata dopo un lungo colloquio. Prima
però il re l'aveva sottoposta al medesimo trucco che già aveva messo in atto
undici anni prima al tempo del loro incontro iniziale: si era messo da parte e
al suo posto sul trono aveva fatto sedere uno dei suoi cortigiani che doveva
fìngere di essere il re. Ma, di nuovo, come già era successo la prima volta,
Giovanna non era caduta nel tranello e andatagli incontro spedita gli si era inginocchiata
davanti riconoscendolo subito. Al che, il re aveva esclamato:
«Cara la mia pulzella! Siate di nuovo la benvenuta nel nome di Dio». Suona
pertanto strano che, subito dopo, lo stesso sovrano la indicasse come un impostore,
con tutte le conseguenze che ne derivarono.
Infatti, stando a quanto riferisce il «Giornale dei Borghesi di Parigi», la
“nuova” Giovanna venne arrestata, processata ed esibita in pubblico come
mistificatrice. Messa alla gogna, venne obbligata a riconoscere davanti al popolo
di essere un impostore. La sua vera storia, quella che il giornale raccontava,
era questa. Nel 1433 la ragazza si era recata in pellegrinaggio a Roma
per ottenere il perdono per aver percosso la madre. Spacciandosi per un uomo,
era stata ingaggiata come soldato nelle truppe pontificie del santo padre
Eugenio. Da qui probabilmente le era nata in testa l'idea di spacciarsi per
Giovanna rediviva.
Ma questa storia puzza di bruciato e non sembra credibile. Prima di tutto
quando Giovanna era tornata a Metz era stata riconosciuta e accettata da tutti
come la vera pulzella. In una petizione datata 1443 il fratello Pierre si riferisce
in modo esplicito a lei chiamandola “Giovanna, la pulzella, mia sorella”,
mentre il cugino, Enrico di Voulton ricorda che sia Petit-Jean che Pierre
che la pulzella erano soliti durante le festività presentarsi ai parenti nel villaggio
di Sermaise, ben accolti da tutti. Quattordici anni dopo si era anche
fatta viva a Saumur e anche qui era stata ufficialmente ricevuta e accolta come
la pulzella. Dopo di che era scomparsa dalla vita pubblica, semplicemente
perché si era ritirata a vivere a Metz con il marito e la famiglia.
Che farcene, dunque, della storia secondo la quale il re l'avrebbe sconfessata,
obbligandola a riconoscersi pubblicamente come un impostore? Prima di
tutto, l'unica fonte che tramanda questo particolare è il «Giornale dei Borghesi
di Parigi». La cosa già di per sé è strana, perché non si capisce come
mai se il fatto suscitò tanto clamore altre fonti non ne facessero menzione.
Per di più, i “borghesi” erano sempre stati contrari all'operato di Giovanna e
non avevano fatto nulla per evitarne la fine. Anatole France afferma invece
che quando il popolo di Parigi aveva appreso la notizia del suo ritorno si era
schierato a favore della pulzella, manifestando grande giubilo per il suo nuovo
ingresso nella capitale. Gli accademici però le erano contrari ed erano stati
fra i primi a condividere le accuse di stregoneria che avevano qualche anno
prima portato al rogo la prima Giovanna.
La sentenza di morte avrebbe potuto essere revocata soltanto da un atto di
magnanimità del pontefice, ma questi non aveva mosso un dito, anche se il
movimento popolare che ne richiedeva la riabilitazione era stato fortissimo.
Dunque, per magistrati, notabili, prelati e accademici l'inatteso ritorno della
pulzella era un evento, diciamo così, alquanto imbarazzante. D'altro canto,
anche per quella frangia di prelati e uomini di Chiesa che all'epoca si erano
battuti per salvarla (riuscirono a farla riabilitare nel 1452 e finalmente canonizzare
nel 1922), pur esultando nel constatare che quella che era stata la loro
eroina era sana e salva, in buona salute, il suo ritorno non era del tutto gradito,
in quanto ostacolava la loro campagna di patriottismo. E anche il re nel
dichiararla un impostore doveva essersi trovato stritolato da chissà quante
pressioni politiche e religiose. Se l'avesse riconosciuta, il suo placet sarebbe
stato definitivo e ufficiale e tutta la Francia avrebbe dovuto accettarla. Troppo
rischioso. Al contrario, riconoscerla falsa avrebbe ben presto sedato ogni
polemica e tutto, da lì a poco, sarebbe rientrato. Dopo, la donna avrebbe potuto
tornarsene a casa e sparire dalla vita pubblica, vale a dire ciò che precisamente
avvenne.
Anche Anatole France si dichiara convinto che la signora des Armoires era
un impostore. Tuttavia c'è da osservare che la sua biografia di Giovanna è
costantemente permeata dai toni della sua proverbiale ironia e lascia intendere
che la ragazza altro non era che una deludente, rozza campagnola (France
era un ammiratore di Voltaire). D'altra parte, l'ipotesi che la “nuova” Giovanna
fosse un impostore è alla fine la soluzione più semplice dell'enigma,
anche se ci lascia al cospetto di un interrogativo decisivo: come mai, allora,
la gente l'aveva riconosciuta e accettata come genuina? Come mai la signora
des Armoires era stata considerata senza esitazione sin da subito la vera pulzella?
Se riferendoci ai fratelli il ritorno della gloriosa sorella avrebbe potuto
favorirli e quindi, al limite, furono loro stessi a sostenere l'eventuale inganno,
che dire degli altri parenti, dei conoscenti e degli amici che non ebbero
mai dubbi sulla identità della “nuova” Giovanna, riconosciuta come l'eroina
della guerra contro gli Inglesi?
Da quel che sappiamo, però, la signora des Armoires non spiegò mai a nessuno
come fosse riuscita a scampare alla morte sul rogo, ma forse non lo sapeva
affatto. L'unica cosa che sapeva dire era che ad un tratto era stata sostituita
da un'altra vittima che era morta in sua vece, forse un'altra “strega”. Immaginare
come lo scambio possa essere avvenuto non è neppure troppo difficile.
Si sa che Giovanna possedeva eccezionali doti di convincimento nei
confronti del prossimo e che decine di personaggi importanti, a partire da Robert
di Baudricourt per arrivare fino al delfino di Francia, conoscendola e
ascoltandola avevano fatto in fretta a mutare opinione, rinunciando a crederla
una pazza visionaria per accettare l'idea che ricevesse veramente dal cielo
le voci che ne ispiravano la parola. Sappiamo che anche nel corso del processo
Giovanna continuava a ripetere di avvertire la voce di santa Caterina
che le consigliava che cosa fare e dire. Nell'ambito del processo erano presenti
alcuni suoi sostenitori e amici e suo difensore era un prete
di nome Loyseleur. Quando Giovanna si era lamentata per
l'irriguardoso comportamento
delle due guardie che l'avevano in consegna, il conte di Warwick le aveva
immediatamente fatte sostituire con altre due, facendoci intuire in quale reverente
riguardo era tenuta quella specialissima prigioniera. Pertanto, non
avremmo da stupirci se per salvarla fosse stato ordito un geniale complotto,
nel quale, a dirla tutta, non è da escludere partecipassero anche gli stessi Inglesi
accusatori. Quando sulla piazza di Rouen, era stata innalzata la pira ardente
del rogo, la folla che era corsa ad assistere all'esecuzione era tenuta a
debita distanza da un cordone di oltre ottocento armigeri inglesi, cosa che
avrebbe potuto tranquillamente impedire a chiunque di riconoscerla. Nel corso
del processo per la riabilitazione tenutosi nel 1456 quasi tutte le testimonianze
furono di seconda mano, salvo quelle di tre comandanti che avevano
prestato servizio ai suoi ordini, certi Ladvenu, Massieu e Isambard, forse proprio
tra i protagonisti del suo salvataggio in extremis, se non addirittura gli
ideatori del complotto.
La stessa procedura di riabilitazione venne condotta in modo più formale
che sostanziale. Partì nel 1450 su iniziativa della madre di Giovanna, spalleggiata
dal figlio Pierre, uno dei fratelli più giovani di Giovanna.
Non è dato sapere se la madre accettò la signora des Armoires come l'autentica Giovanna,
ma è evidente che anche lei si adattò all'accettazione generale dal momento
che non si ha notizia che abbia denunciato la cosa come un falso. C'è
comunque da sottolineare che sia lei che il figlio inoltrarono la richiesta di
riabilitazione per la Giovanna che era stata mandata al rogo e uccisa nel 1431
nella piazza di Rouen. A ben osservare però il movente che li mosse non era
tanto affettivo, quanto più prosaicamente economico. In vita Giovanna era
diventata una donna ricca, viste le continue regalie del re, ma ogni suo bene
era stato congelato all'atto della scomunica papale. E così, che la famiglia
credesse oppure no che la signora des Armoires fosse la rediviva Giovanna
poco importava; ciò che più contava era riuscire a riabilitarla per potere mettere
mano sulla sua eredità, anche se questo significava ammettere che era
morta.
Concludendo, possiamo osservare che se la signora des Armoires era veramente
Giovanna d'Arco tornata in vita, la situazione è veramente ironica. Nel
corso della prima carriera di veggente e guerriera, la vergine pulzella si era
rivelata una presenza scomoda e sconvolgente; ora che era ritornata era accaduta
la stessa cosa, perché la sua improvvisa ricomparsa sulla scena sconvolgeva
quei nuovi equilibri che erano andati a configurarsi dopo la sua morte.
Come a dire che anche essere santi è una bella fatica.
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FINE Parte 1.